Una riflessione a margine del reddito di cittadinanza


Luigi Pannarale, Giacomo Pisani

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo a firma Luigi Pannarale e Giacomo Pisani già pubblicato sul sito Filosofia.it

In una recente intervista (http://temi.repubblica.it/micromega-online/rodota-il-reddito-di-cittadinanza-e-un-diritto-universale/), Stefano Rodotà ha sostenuto l’urgenza dell’ approvazione del reddito di cittadinanza, coniugandola con la necessità di demolire la naturalizzazione del mercato.

La connessione rivela adeguatamente il peso del reddito di cittadinanza, che non consiste semplicemente, in tale accezione, in una forma esteriore di riconoscimento di una qualche produttività specifica. Il reddito minimo garantito diviene la condizione fondamentale per tracciare un solco dalle sembianze umane in un modello, quello consumistico, che si impone come modo d’essere assoluto per l’individuo.

Si tratta di un discorso già ampiamente affrontato da Bauman in “La solitudine del cittadino globale”. Qui egli afferma come la società dei consumi, segnando univocamente le possibilità di sopravvivenza, si impone come modello inaggirabile, strutturando le proprie forme di riconoscimento, di diritto e di marginalizzazione. Ma risolvendo il problema della sopravvivenza al di fuori del mercato, il consumismo diviene una possibilità di esistenza fra le altre.

La forza del reddito di cittadinanza consiste nel riconoscimento della libertà dell’individuo al di fuori del mercato. In tal modo, essa non impone un nuovo sistema valoriale, non si pronuncia per una precisa strutturazione della società, ma, come dice Bauman, “poiché affrancherebbe i cittadini dall’incertezza che avvolge la loro ricerca dei mezzi per sopravvivere, potrebbe renderli liberi di cercare i loro diritti e doveri repubblicani”.

Sappiamo bene che, come ha affermato Martha Nussbaum, la capacità è un concetto esigente, e che la libertà non si fonda solo su diritti formali, ma richiede che ci siano le condizioni materiali per la realizzazione di tali diritti. Oggi più che mai, strati sempre più ampi della popolazione, soprattutto fra le giovani generazioni, restano esclusi dalle forme di riconoscimento della comunità, impossibilitati a progettare la propria esistenza a lungo termine, fino ad essere confinati in uno stato di bisogno che impedisce l’esercizio concreto dei diritti di cittadinanza. Da questo punto di vista, il reddito minimo garantito costituisce un motore di riattivazione sociale fondamentale.

Certamente, utilizzare l’espressione di “diritto di cittadinanza” pone dei problemi, che non è qui possibile esplicare pienamente. Basti accennare al fatto che molti preferiscono utilizzare espressioni meno problematiche, che permettono di evitare la questione delle inclusioni- e delle esclusioni- che la cittadinanza comporta. Uno dei problemi è proprio quello di come sia possibile coniugare vecchie o nuove misure di welfare con un desiderio di inclusione che trasformi anche radicalmente il concetto stesso di cittadinanza e valorizzi lo ius migrandi, come diritto umano fondamentale.

Quanto è esportabile e generalizzabile il modello del reddito di cittadinanza? Quanto può e deve essere inclusivo?

Il rischio è che un cattiva applicazione dell’istituto faccia scattare tentazioni di chiudere ancor più i confini di una possibile “oasi felice”.

Senza approfondire la questione, è chiaro che, nel nostro discorso, più che costituire l’attualizzazione di un valore specifico o di un nuovo modello di sviluppo precostituito, il reddito di cittadinanza consiste proprio nella legittimazione di tutti i modi di essere dell’uomo, rimettendo quest’ultimo al suo rapporto dialettico con la storia. Si tratta, innanzitutto, della base indispensabile del riconoscimento della persona come fondamento ontologico di ogni modello sociale.

Di qui l’importanza dell’affermazione di Rodotà, che connette il reddito di cittadinanza con l’erosione della naturalizzazione del mercato. Il reddito di cittadinanza, favorendo l’emancipazione degli individui esclusi dal paradigma capitalistico e dalle funzioni socialmente riconosciute che esso mette a disposizione, incoraggia nuovi spiragli di senso che alimentano l’esistenza di nuovi significati, la immettono in nuove relazioni, ricomponendo forme nuove di socialità.

Il reddito di cittadinanza è allora una scintilla, che non mira a gratificare esteriormente le individualità emarginate, quasi a volerle reintegrare, almeno in apparenza, nella società dei consumi. E’ invece un proiettile lanciato nell’uniformità del reale, che riapre all’uomo la partita con l’esistenza.

Tratto da Filosofia.it marzo 2013