Ulrich Beck, dopo la fine del lavoro salariato


Roberto Ciccarelli

Il 1 gennaio 2015 muore Ulrich Beck, il sociologo tedesco che aveva raccontato le trasformazioni del mondo a partire dalla globalizzazione e dalla trasformazione del lavoro. Sostenitore del reddito di base viene ricordato egregiamente in questo articolo di Roberto Ciccarelli e pubblicato su Il Manifesto il 3 gennaio 2015.

Un nuovo Welfare. Al volgere del millennio, Beck avvertì come la precarietà, la sotto-occupazione e la disoccupazione erano ormai diventate parti della biografia normale di un essere umano nell’Occidente capitalistico, proprio come il matrimonio o il divorzio. Davanti a questa svolta epocale, né i neoliberisti, né i neo-keynesiani, hanno trovato il coraggio di riconoscere la realtà: il pieno impiego è una chimera

Il socio­logo tede­sco Ulrich Beck è morto il primo gen­naio per un attacco car­diaco. L’autore della «società del rischio» (pub­bli­cata in Ita­lia da Carocci) aveva 70 anni. La noti­zia è stata con­fer­mata ieri dalla fami­glia al quo­ti­diano Süd­deu­tsche Zei­tung. Beck ha inse­gnato a Parigi, poi alla Lon­don School of Eco­no­mics e dal 1992 a Monaco dove aveva la cat­te­dra di socio­lo­gia all’università Ludwig-Maximilians. Nato nel 1944 a Stolp, in Pome­ra­nia (oggi Slupsk in Polo­nia), Beck ha stu­diato socio­lo­gia, filo­so­fia, psi­co­lo­gia e scienze poli­ti­che. Tra le sue opere, pub­bli­cate in ita­liano, si ricor­dano anche Che cos’è la glo­ba­liz­za­zione. Rischi e pro­spet­tive della società pla­ne­ta­ria (Carocci, 1999), Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro (Einaudi, 2000) e Europa tede­sca: la nuova geo­gra­fia del potere (Laterza, 2013).

Il rischio e la sua ricca poli­se­mia. Que­sto è il tema che ha segnato ini­zial­mente la sua opera. Beck lo ha arti­co­lato in incer­tezza, insi­cu­rezza e peri­colo. In tede­sco «Siche­rheit» è una parola ambi­va­lente. Per spie­garsi Beck ricor­reva a tre parole inglesi: «Unsa­fety» che evoca una minac­cia mor­tale, ad esem­pio un atten­tato ter­ro­ri­stico, e appar­tiene alla gram­ma­tica della destra; «Unse­cu­rity» evoca, invece, l’aspetto sociale dell’insicurezza, men­tre la parola «Uncer­tainty» indica l’incertezza scientifica.

«Dob­biamo accet­tare l’insicurezza come un ele­mento della nostra libertà – soste­neva Beck – Può sem­brare per­verso, ma que­sta è anche una forma di demo­cra­tiz­za­zione: è la scelta, con­ti­nua­mente rin­no­vata, tra diverse opzioni pos­si­bili». Il rischio è un mezzo di comu­ni­ca­zione nega­tivo. Come il denaro, o il potere. Obbliga chi pre­fe­ri­rebbe vivere igno­rando il pro­blema a comu­ni­care oltre le fron­tiere e le iden­tità. Men­tre il potere tende a ridurre a zero il rischio attra­verso tec­no­lo­gie immu­ni­ta­rie, buro­cra­ti­che, tota­li­ta­rie o per­for­ma­tive, Beck invi­tava a con­si­de­rarlo come l’occasione per una scelta o l’inizio di una prassi trasformativa.

Il socio­logo tede­sco era inol­tre con­sa­pe­vole che sull’ambivalenza del rischio si siano gio­cate le sorti delle poli­ti­che del lavoro in Europa dagli anni Novanta in poi. Invece di riflet­tere, in maniera ste­rile, sull’alternativa tra pre­ca­rietà e fles­si­bi­lità, Beck pre­ferì affron­tare la ben più com­plessa con­trad­di­zione tra lavoro sala­riato e «atti­vità ope­rose». Riletta oggi, al set­timo anno di crisi, que­sta ana­lisi è senz’altro attuale e con­tro­cor­rente. Al vol­gere del mil­len­nio, infatti, Beck avvertì come la pre­ca­rietà, la sotto-occupazione e la disoc­cu­pa­zione erano ormai diven­tate parti della bio­gra­fia nor­male di un essere umano nell’Occidente capi­ta­li­stico, pro­prio come il matri­mo­nio o il divor­zio. Davanti a que­sta svolta epo­cale, né i neo­li­be­ri­sti, né i neo-keynesiani, hanno tro­vato il corag­gio di rico­no­scere la realtà: il pieno impiego è una chi­mera. Per ragioni oppo­ste, Beck defi­niva irre­spon­sa­bile la cecità di entrambi. E in un’intervista a Libé­ra­tion nel 2002 aggiunse: «Non dovrebbe mera­vi­gliarci se un giorno i popu­li­sti ne appro­fit­te­ranno». Parole pro­fe­ti­che che hanno anti­ci­pato la tra­ge­dia del nostro presente.

Beck cri­ticò inol­tre il Wel­fare basato sul lavoro sala­riato, inca­pace di resti­tuire la dignità al cit­ta­dino immerso in un’orizzonte di occu­pa­zioni pre­ca­rie, ati­pi­che o infor­mali. Da qui la sua osti­nata richie­sta di rico­no­sci­mento delle forme di atti­vità «plu­rali»: il mutua­li­smo, il lavoro di cura, quello di cit­ta­di­nanza, l’attivismo, il volon­ta­riato. Atti­vità che andreb­bero soste­nute da un Wel­fare fon­dato sulla per­sona e non sulla sua appar­te­nenza cor­po­ra­tiva, pro­fes­sio­nale o sul suo indi­vi­dua­li­smo. Stru­mento fon­da­men­tale di que­sta poli­tica uni­ver­sa­li­stica era, e resta, il red­dito minimo, di base o di cit­ta­di­nanza a livello euro­peo. Il primo gen­naio è scom­parso un gene­roso cit­ta­dino euro­peo, non solo un grande sociologo.