Sempre più in crisi e senza lavoro. Subito un reddito minimo garantito


Giuseppe Morelli

L’ultima tornata elettorale avrebbe potuto segnare una forte discontinuità con i precedenti esecutivi: ciò che invece stiamo constatando, oltre le sterili diatribe tra fazioni politiche, è la persistente situazione di sofferenza in cui vive la maggior parte degli italiani.

I dati Istat fotografano un Paese che si avvita su se stesso. La ripresa economica sembra un miraggio. La disoccupazione colpisce 3 milioni di persone e il 40% dei giovani “attivi” non ha un lavoro.

Questa radiografia dell’Italia ci invita a immaginare una nuova politica che concili la necessità per le imprese di crescere con un miglioramento della condizione qualitativa, e quantitativa, dei posti di lavoro subordinati che oggi vengono drasticamente a mancare.

In quest’ottica è fondamentale porre le basi per un’evoluzione della discussione politica che metta da parte le ideologie classiche, spesso foriere di posizioni inconciliabili, e rimetta al centro i bisogni dei cittadini.

Spesso, a sinistra, si tende a rappresentare i lavoratori come dipendenti vessati da un “padrone” mentre a destra si tende a colpire la forza lavoro spesso considerata un costo anziché una ricchezza per gli imprenditori.

Come sempre la realtà è più complicata, e meno strumentale, di quella descritta dai politici nostrani. Per provare a uscire da questa impasse, sei mesi or sono, TILT, insieme ad altre 170 associazioni, ha presentato alla Camera dei Deputati un disegno di legge di iniziativa popolare sul Reddito minimo garantito. Per noi questa proposta (www.redditogarantito.it) è la soluzione migliore per redistribuire le ricchezze.

Il Reddito Minimo Garantito è un provvedimento utile al fine di migliorare la condizione dei disoccupati/e, dei lavoratori/trici e delle partite Iva, e infine anche i conti del bilancio statale.

In Italia è uno strumento osteggiato, subordinato a prese di posizione aprioristiche che si rifanno a vecchie concezioni del mondo del lavoro. Analizzato dal lato dei disoccupati, o di chi è in cerca del primo lavoro, il Reddito Minimo garantisce una forma di welfare universale. Un’opportunità nel momento in cui si perde il posto di lavoro e non si ha diritto alle classiche forme di assistenza sociale. Se correttamente regolamentato, sarebbe la chiave per permettere ai lavoratori di scardinare la gabbia del ricatto a cui sono sottoposti: una persona avrebbe modo di rifiutare contratti precari, e mal pagati, potendo contare su un “paracadute” che gli garantisce di mantenere una vita dignitosa.

Dal lato imprenditoriale, il Reddito Minimo Garantito favorirebbe una crescita del fatturato delle piccole e medie aziende italiane che operano sul nostro territorio e hanno natura artigianale. L’economia italiana manifesta un netto calo dei consumi interni, anche di beni di prima necessità, e questo fattore, insieme all’alta tassazione sul lavoro, preclude al piccolo imprenditore la possibilità di fare business.

Un reddito per i disoccupati, quindi, darebbe la possibilità ad una grande fetta di popolazione di poter spendere quello che prima non avrebbe potuto, contribuendo alla ripresa dei consumi e, indirettamente, all’aumento stesso del fatturato delle aziende.

Tutto ciò provocherebbe crescita del Pil e maggiori entrate fiscali per lo Stato, a parità di percentuale di tassazione: l’opposto del vituperato aumento dell’Iva.

In questi anni di governi tecnici, e di larghe intese, si sono limati i contratti dei lavoratori, si è aumentata l’età pensionabile e si è creduto, ciecamente, in coloro che identificavano il “problema” della bassa competitività in un elevato costo della manodopera.

Questo pensiero ha fallito, ha impoverito gli italiani, imprenditori e lavoratori, e ha permesso la scomparsa di interi settori produttivi del Paese consegnando l’economia nelle mani della finanza speculativa. Questa crisi è un cane che si morde la coda e gli italiani sono la coda.

Tratto da Gli Altri 4 ottobre 2013