«Reddito di cittadinanza»: il governo dei poveri può passare dall’Isee


Roberto Ciccarelli

Workfare all’italiana. Il vicepremier ministro del lavoro e sviluppo Luigi Di Maio: “Inizierà a metà marzo con il potenziamento dei centri dell’impiego”. Senza questa misura il Movimento 5 Stelle “non voterà il Def”. “Ma la mia non è una minaccia”. Nel frattempo emerge il profilo di un provvedimento molto condizionato e legato al reddito Isee dei precari e dei disoccupati. La soglia potrebbe essere fissata tra i 7 e gli 8 mila euro

Il sedicente «reddito di cittadinanza» «partirà da metà marzo 2019 insieme al potenziamento dei centri per l’impiego» ha detto il vicepremier e doppio ministro del lavoro e dello sviluppo Luigi Di Maio. E, annuncia: se domani la nota al Def sarà «non coraggiosa», e senza reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, quota 100-Fornero, risarcimento dei truffati dalle banche, il governo non avrà i voti del M5S. Ma «la mia non è una minaccia».

«Potrebbe essere legato all’Isee o potrebbe essere un incentivo all’occupazione. È in linea con il contratto di governo» ha aggiunto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Matteo Guidesi. Si delineano le caratteristiche del governo dei poveri, architrave del prossimo sistema di workfare: una minima protezione sociale di ultima istanza per poveri, precari e disoccupati, solo italiani – sarebbero esclusi 1,6 milioni di cittadini stranieri residenti poveri «assoluti» – in cambio di lavoro coatto (8 ore gratis a settimana per lo stato), 18 mesi (o addirittura tre anni, si vocifera) di corsi obbligatori nei centri per l’impiego, o convenzionati, in attesa di un’offerta di lavoro «congrua» su tre.

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Accortosi dell’incostituzionalità della misura Di Maio ha indorato la polpetta avvelenata. Sembra che voglia allargare l’accesso al suo «reddito» ai residenti stranieri da 10 anni. Una soglia doppia del «reddito di inclusione – Rei (5 anni di permesso di soggiorno) voluto dal Pd, e di cui il «reddito di cittadinanza» a Cinque Stelle sembra la copia potenziata. Una misura che, se confermata, avrà un impatto minino e semmai rafforzerà l’esclusione di tutti gli altri residenti.

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Nel frattempo si prova a chiarire un altro elemento. Per accedere al «reddito» – non diversamente dal «ReI» – il limite patrimoniale del beneficiario potrebbe non superare i 7 o gli 8 mila euro Isee. Due soglie diverse, ipotetiche in questo momento, comunque più alte dei 6 mila del «ReI» che allargheranno una platea che potrebbe essere limitata ai soli «poveri assoluti», escludendo quelli «relativi». Questo significa che ai famosi 780 euro (cifra calcolata sul 60% del reddito mediano netto in Italia) andrà sottratto il valore medio mensile del patrimonio immobiliare e mobiliare. Nel caso del «ReI» il primo non deve essere superiore ai 20 mila euro (se non è l’abitazione); il secondo non deve essere superiore a 10 mila (8 mila per una coppia, 6 mila per un single). Per poche centinaia di euro (ad esempio: da 2 a 400 euro) precari, poveri e disoccupati italiani saranno obbligati ad attivarsi per strappare una misura di controllo sociale finalizzata allo sfruttamento del loro lavoro precario.

Tratto da il Manifesto edizione del 

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