Reddito di base al tempo del lavoro gratuito


Giuseppe Allegri

Si pubblica un intervento di Giuseppe Allegri che parte dal precedente articolo Tu non lo sai ma lavori gratis, uscito sul settimanale Left, n. 40 – 5/11 ottobre 2018, pp. 18-20 e anticipa alcuni temi trattati nel volume di prossima uscita Il reddito di base nell’era digitale. Libertà, solidarietà, condivisione (Fefè Editore). Qui è presentata una rapida disamina delle attuali condizioni di impoverimento delle condizioni di lavoro, recuperando le campagne femministe in favore del Salario per il lavoro domestico, fino all’attuale esigenza di un reddito di base nell’era digitale, che il filosofo Maurizio Ferraris definisce anche come “reddito di mobilitazione”. In ogni caso, la garanzia di un diritto di esistenza contro ricatti, lavoro povero e “salari rubati”.

La questione del lavoro gratuito è una faccenda millenaria. Dall’antica sudditanza e subordinazione nel lavoro servile, alla novecentesca accumulazione capitalistica tramite una commistione di lavoro retribuito e gratuito, quasi naturalmente iscritta nel contratto di lavoro salariato, duratura eredità di quella condizione servile, riprendendo i classici studi di Yann Moulier-Boutang (Dalla schiavitù al lavoro salariato, manifestolibri, 2000).

Reddito per il lavoro domestico

Ma si dovrebbe chiedere alle donne e al millenario furto di lavoro non retribuito che continuano a subire. Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato. Questo il motto che nel lontano 1975 apre la campagna femminista internazionale in favore del Salario per il lavoro domestico, ad opera di Silvia Federici. Per denunciare come il cuore oscuro del patto maschile tra “i produttori”, il capitale e il lavoro, fosse l’implicito e invisibile sfruttamento del lavoro femminile di cura e riproduzione sociale, all’interno dell’ordine familiare e di un sistema di Welfare patriarcale e paternalista. Non a caso, proprio in quegli anni, Ivan Illich parla di “lavoro ombra” (Shadow Work, 1981), una formula attuale, come vedremo.

La recente storia del post-fordismo all’italiana ci racconta come, nelle prestazioni lavorative della società della conoscenza, siano le capacità linguistiche, comunicative, relazionali, affettive del “capitale” umano e sociale di ciascuno di noi ad essere determinanti e spesso a non trovare una degna retribuzione. Rimanendo tutti sospesi tra una tendenza alla femminilizzazione delle attività lavorative, sempre più di assistenza alla persona e sprofondate nella gratuità (Cristina Morini, 2010), e l’intera vita messa in produzione nel capitalismo cognitivo che diventa economia delle piattaforme digitali: dai Social Networks, fino al lavoro dei tanti operatori del click che governano gli algoritmi, trattano dati e informazioni e indirizzano i nostri interessi, passioni, acquisti, nelle diverse App.

Economia e commercio delle promesse

A dieci anni dalla crisi globale, il lavoro non basta più per una vita degna, perché sempre più povero, mal retribuito, se non del tutto gratuito (Chiara Saraceno, 2015). Un inesorabile processo di impoverimento monetario delle persone immerse nelle diverse forme del lavoro, nell’epoca di maggiore successo di quel capitalismo finanziario fondato sul commercio delle promesse (Pierre-Noël Girau, già nel 2001) che a cascata produce una ricattatoria economia della promessa, in cui il lavoro che si ha la “fortuna” di svolgere viene “retribuito” a suon di promesse (Economia della promessa, a cura di Marco Bascetta, manifestolibri, 2015). La promessa diretta ad una futura stabilizzazione contrattuale, nella sempre più inospitale cittadella del lavoro retribuito e garantito. La promessa di visibilità, contatti, capitale relazionale nella prospettiva di una futura carriera. Ecco l’economia politica della promessa come molla che attiva, mobilita e sfrutta il lavoro non retribuito. Ed è risaputo che ciò accada, forse da sempre, in quello che dovrebbe essere un ben delimitato periodo formativo nella tradizionale “gavetta” accademica o nel “praticantato” professionale, fino al più recente e ancor più problematico lavoro volontario e gratuito di giovani ragazze e ragazzi per EXPO 2015, accettato anche dai sindacati confederali. Salvo ora trovare una generazione di trenta-quarantenni ancora sospesi tra tirocini e stage, contratti temporanei e la ricerca di commesse professionali almeno minimamente retribuite, tra più tradizionali professioni liberali, quelle artistico-culturali e le più innovative imprese nell’economia digitale.

Cyber-proletariato e “salari rubati”

È l’oramai cronico precariato del lavoro culturale, intellettuale e professionale impossibilitato ad una qualsiasi progettualità esistenziale e affettiva, in quel precipitare verso la condizione di ceti medi senza futuro (Sergio Bologna, DeriveApprodi, 2007), che incontra la stratificata composizione di un Quinto Stato di precari stanziali e migranti esclusi dalle più elementari tutele sociali (Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, 2013). Una larga fetta di società, di quelle che un tempo definivamo classi medie e popolari, di fatto esclusa da una piena partecipazione alla vita civile, sociale, culturale e che si percepisce sempre più insicura, impaurita, marginalizzata. Che si sente persa tra bassi salari e assenza di garanzie, privata di un degno diritto al presente e al futuro, immersa in lavori senza senso (Bullshit Jobs, lavori stronzata, di merda, come li chiama David Graeber) e lavoretti nell’era digitale (Riccardo Staglianò, Einaudi, 2017) di un Cyber-Proletariato globale (Nick Dyer-Whiteford, 2015).

Da tempo una larga e agguerrita fetta di studiose, ricercatrici sociali e attiviste, a partire da Emiliana Armano e Annalisa Murgia porta avanti queste Mappe della precarietà (Odoya, volume I e volume II) nelle Reti del lavoro gratuito (Ombre Corte, 2016), con inchieste e prese di parola tra lavoro materiale e immateriale: dalle industrie creative, all’editoria; dalle cooperative sociali a formatori e psicologi; fino alla sconfinata produzione digitale. Tutte e tutti alla faticosa ricerca di maggiori spazi di riappropriazione della ricchezza collettivamente prodotta, dei salari rubati (Francesca Coin, Ombre Corte, 2017) e di protezioni sociali sempre più inesistenti, che invece costituirebbero la base minima per poter tenere ancora insieme autodeterminazione individuale, promozione esistenziale e solidarietà collettiva. Così la sensazione sempre più diffusa non è quella di una disoccupazione di massa, ma quella di una “disretribuzione di massa”, perché il lavoro informale, invisibile, camuffato e gratuito diviene il paradigma quotidiano delle nostre esistenze occupate nelle maglie della rete, reale e digitale: tutti occupati, in assenza di un impiego tradizionale e in ogni caso senza retribuzione.

Reddito di base e “di mobilitazione”

In realtà si parla anche di “lavoro implicito” (Sergio Bellucci, E-Work, DeriveApprodi, 2005), “lavoro ombra”, quello già ricordato da Ivan Illich, che nell’era digitale diventa il fondamento di tutti quei lavori che fate (gratis) senza nemmeno saperlo, come recita il sottotitolo del libro di Craig Lambert, Il lavoro ombra (Baldini&Castoldi, 2017): l’acquisto di un biglietto, la prenotazione di un viaggio, un’operazione bancaria, che ora facciamo autonomamente e solo pochi anni fa erano attività svolte da milioni di lavoratori appositamente formati, assunti e retribuiti. E il discorso può essere ampliato alla nostra quotidiana attività digitale di utenti-consumatori e più o meno piccoli produttori (prosumers?) non retribuiti di documenti, dati, informazioni e ricchezze per quella manciata di colossi, monopolisti del Web e delle piattaforme digitali, che il filosofo Maurizio Ferraris (su La Repubblica del 4 luglio 2018) sostiene dovrebbero essere destinatari di una “accisa sui documenti”, attraverso la funzione regolatrice di una Unione europea più politica e sociale di quella attuale, per garantire un vero e proprio “reddito di mobilitazione”, che riconosca la nostra mobilitazione totale in rete come un lavoro. E perciò retribuito da un reddito di base.

Perché il tema, tra terza e quarta rivoluzione industriale, come agli albori della prima, è sempre lo stesso: quale protezione sociale universale al tempo dei lavori poveri, invisibili, informali, in Italia ed Europa? E per rispondere a questa domanda non basta certo uno sguaiato ghigno governativo urlante “abbiamo abolito la povertà”, con affaccio dal balconcino della loro fortuna di ministri salariati dello Stato. É invece necessario un reale, concreto, reddito di base, un reddito adeguato, come sostengono anche le indicazioni provenienti dall’ordinamento euro-unitario e dalla proposta di uno European Social Pillar, per garantire migliori condizioni di vita e di lavoro per le persone libere dai ricatti. Si tratta, ancora una volta, di pensare e realizzare una reale libertà per tutte e tutti in un contesto di solidarietà sociale.

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