Per garantire a tutti 600 euro al mese bastano 18 miliardi di euro


Giulia Cimpanelli intervista ad Andrea Fumagalli

Seicento euro al mese assicurati dallo Stato a tutti coloro che ne hanno bisogno, indipendentemente dall’età e dallo status, senza limiti di tempo, senza obbligo di cercare lavoro. Una proposta che la rete «Intelligence Precaria» e il docente universitario Andrea Fumagalli hanno lanciato calcolandone sostenibilità, costi e finanziamenti: il progetto è stato anche pubblicato nei Quaderni di San Precario. Fumagalli, 53 anni, attualmente professore associato di economia politica all’università di Pavia, membro del network UniNomade e vicepresidente del Bin-Italia (Basic Income Network), è uno dei principali esperti di reddito minimo garantito in Italia. La sua proposta è quella di introdurre nel nostro Paese un «reddito di base incondizionato», in modo da assicurare a tutti i cittadini al di sotto della soglia di povertà un reddito. Nell’idea sviluppata da Fumagalli questa misura sostituirebbe tutte le altre forme di welfare attualmente esistenti in Italia – via dunque indennità di disoccupazione, cassa integrazione, mobilità – molto costose ma incapaci di raggiungere tutte le persone bisognose di sostegno.

Tutti i Paesi che fanno parte dell’Unione europea, ad esclusione di Italia, Grecia e Ungheria, riconoscono ai cittadini una qualche forma di reddito minimo garantito. Quante persone ne beneficiano, in media, in ogni Paese?

Normalmente la percentuale varia da un minimo del 6% a un massimo del 20% di popolazione in età lavorativa in base alle modalità di intervento statale. In Italia, secondo la nostra statistica, i beneficiari sarebbero intorno agli 8 milioni e mezzo, circa il 14% della popolazione.

Quanto costerebbe alle casse dello Stato la manovra che proponete?
Il costo da sostenere per garantire un reddito mensile di 600 euro, cioè 7.200 all’anno, non si discosterebbe di molto da quanto il Paese spende ora per i vari ammortizzatori sociali. La popolazione italiana residente è di poco meno di 60 milioni. Secondo la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale – CIES il numero dei poveri relativi è pari a 7.810.000, con un’incidenza del 13,1%. La soglia di povertà relativa è di circa 600 euro al mese. Di contro, i poveri assoluti sono tre milioni, con un reddito inferiore a 385 euro al mese. Coloro che hanno una situazione reddituale inferiore del 10% alla soglia di povertà relativa sono 2.384.000; coloro a cui manca un 20% per arrivare sempre alla soglia di povertà relativa sono invece poco più di due milioni. Dei restanti tre milioni e mezzo di poveri relativi, 328.000 si collocano in un intervallo di reddito inferiore dal 35% al 20% alla soglia di povertà relativa.

Tutte queste categorie sono coloro a cui spetterebbe il reddito minimo garantito?
Sì. Partendo da tali dati e ipotizzando che le quattro classi di reddito individuate presentino una distribuzione omogenea, ne consegue che ai residenti con povertà (-10%) la somma che manca alla soglia di povertà relativa di 7.200 euro all’anno è pari a 360 euro; ai residenti con povertà (-20%) la somma mancante è 720 euro; a coloro con una povertà inferiore del 35%, la somma mancante è di 1.980 euro; e alla classe più povera in media mancano 4.890 euro annui. Perciò la somma lorda necessaria per arrivare sul territorio nazionale a garantire a tutti un reddito di base di euro 7.200 all’anno è, secondo i dati Istat, di 17 miliardi e 996.820 euro.

Diciotto miliardi di euro insomma. Non poco.
Il costo attuale del welfare, nella sua totalità, copre redditi anche superiori ai 600 euro al mese. Non sono disponibili dati completi, ma dalla banca dati Inps sulle indennità di disoccupazione e l’uso della cassa integrazione si può desumere che lo stato spenda un totale di 15,5 miliardi di euro. Il costo reale dell’introduzione di un reddito di base incondizionato di 600 euro mensili risulterebbe quindi pari a 20,7 miliardi, meno i 15,5 miliardi che già spendiamo, ovvero a un aumento di budget di 5,2 miliardi di euro. Si tratta di una spesa del tutto abbordabile: problema non è dunque di sostenibilità economica, ma di volontà politica.

Cinque miliardi di euro non sono comunque pochi. Come si concilia questo coi tempi di crisi e di riduzione della spesa pubblica?
Al fine di finanziare il RBI sarebbe auspicabile la separazione tra assistenza e previdenza, ovvero tra fiscalità generale a carico della collettività e contributi sociali, a carico dei lavoratori e delle imprese (Inps). In altre parole, la somma che finanzia il RBI non deve derivare dai contributi sociali, ma piuttosto dal pagamento delle tasse dirette e dalle entrate fiscali generali dello Stato, relative ai diversi cespiti, che sono i valori materiali e immateriali facenti capo ad una proprietà, di reddito – qualunque sia la loro provenienza. Occorre poi costituire un bilancio autonomo di welfare definendo un bilancio suo proprio, dove vengano contabilizzate tutte le voci di entrata e di uscita, ovvero le fonti di finanziamento e le voci di spesa. E infine bisogna ridefinire a fini fiscali il concetto di attività lavorativa. Per un trattamento fiscale e contributivo omogeneo dovrebbero essere considerate come prestazioni lavorative, oltre a tutte quelle subordinate e parasubordinate, anche quelle che sono oggi soggette ad un trattamento fiscale in quanto considerate attività di impresa.

Concretamente dove si possono recuperare i fondi?
È necessario procedere al riguardo ad una riforma del sistema fiscale, per renderlo adeguato alle nuove forme di produzione. I criteri sono due: progressività forte delle aliquote e tassazione omogenea di tutti i redditi. Si rende necessario così un sistema fiscale, compatibile con lo spazio pubblico e sociale europeo, capace di cogliere i nuovi cespiti di ricchezza e tassarli in modo progressivo. Ed è proprio coniugando principi equi di tassazione progressiva e relativa a tutte le forme di ricchezza a livello nazionale ed europea con interventi sapienti sul piano della specializzazione territoriale che si possono reperire le risorse necessarie per far sì che i frutti della cooperazione sociale e del comune possano essere socialmente ridistribuiti.

Perchè avete considerato un reddito di base di 600 euro? Non è certamente una cifra con cui al giorno d’oggi una persona si possa mantenere…
Il limite dei 600 euro mensili è quello della soglia di povertà relativa. Nel nostro studio, abbiamo considerato anche per un  valore del RBI maggiore del 20% della soglia di povertà relativa. In ogni caso, il livello di “reddito di base” è oggetto di contrattazione, con l’unica condizione che sia sempre espresso in termini relativi. Ciò infatti consente che ad ogni anno la soglia di reddito da raggiungere si alzi, aumentando così il numero dei possibili beneficiari.

Il ministro Elsa Fornero ha dichiarato più volte di voler lavorare all’introduzione di una qualche forma di reddito minimo, a patto che sia inserito «in un pacchetto più ampio» di misure. 
Il ministro l’ha detto ma si è subito tirata indietro dicendo che non ci sono fondi.

Nel nostro Paese esistono provvedimenti simili al riconoscimento di un reddito minimo garantito?
In realtà no. Per previdenza sociale in Italia si intendono due forme di cassa integrazione, quella a carico dell’Inps e quella in deroga pagata dalle regioni con fondi europei; il sussidio di disoccupazione che si attiene a una legge fatta e mai variata dal dopoguerra e a cui ha i requisiti per accedere circa un inoccupato su quattro; infine c’è l’Indennità di mobilità, che regola i licenziamenti collettivi e che ha parametri ancora più stretti del precedente.

Quindi voi proponete di eliminare tutte queste forme per introdurre l’RBI. Perché nessuno ci ha mai pensato prima?
La discriminante è certamente politica. Chi è contrario sono imprenditori e sindacati. I primi perché per loro la cassa integrazione è una valvola di flessibilità e in questo modo i costi ricadono sull’Inps, se si eliminasse i costi di eventuali licenziamenti cadrebbero direttamente su di loro. Per quanto riguarda i sindacati loro gestiscono le casse integrazioni e questa è l’unico compito che permette loro di mantenere una rappresentanza politica fondamentale.

Pensa che sarebbe opportuno porre un limite temporale alla fruizione del reddito minimo garantito, come per esempio la income-based jobseeker’s allowance inglese che si può percepire solamente per sei mesi? 
No. Secondo me il reddito di base incondizionato dovrebbe avere i seguenti parametri: essere individuale e non legato alla famiglia, non avere limiti di età, etnia, religione, essere incondizionato ad esclusione del livello di reddito.

Tratto da La Repubblica degli stagisti