Non studio, non lavoro: è una questione di qualità (orgoglio NEET)


Roberto Ciccarelli

Tren­ta­quat­tro anni è un’età rispet­ta­bile. Jim Mor­ri­son era già morto, come Jimi Hen­drix, per non par­lare di per­sone più impor­tanti di loro. Alla stessa età, Mora­via aveva già scritto “Gli Indif­fe­renti” e Van Gogh ini­ziava a dipin­gere le sue tele più famose. In campi meno esem­plari, o “male­detti”, della reli­gione, del rock, della let­te­ra­tura o dell’arte, i tren­ta­quat­tro anni pos­sono segnare la nascita del primo o del secondo figlio, qual­cuno potrebbe pen­sare per­sino ai nipoti. In Ita­lia no. E non per­ché tutto que­sto non sia pos­si­bile, ma per­ché un’intera società è con­vinta che a 34 anni le donne e gli uomini siano ancora «gio­vani» e che non abbiano le stesse esi­genze – e i diritti – degli «adulti», desti­nati a vivere come eterni adolescenti.

Que­sta è la realtà sulla quale riflette anche l’Istat che ieri ha dif­fuso una nuova rile­va­zione sui Neet, cioè i gio­vani che non stu­diano e non lavo­rano (Not in edu­ca­tion, employ­ment or trai­ning, in inglese). Oltre il 27% delle per­sone tra i 15 e i 34 anni sareb­bero in que­sta con­di­zione, sostiene l’Istituto Nazio­nale di Sta­ti­stica. La per­cen­tuale cor­ri­sponde a 3,75 milioni, 300 mila in più rispetto al terzo tri­me­stre del 2012 (quando erano 3,43 milioni). I sog­getti più vul­ne­ra­bili che non sono inse­riti in per­corsi di for­ma­zione, di lavoro o istru­zione vivono a Sud dove i Neet toc­cano la quota record del 28,5% (era al 25,8 nel tri­me­stre cor­ri­spon­dente dell’anno scorso). Due milioni e 10 mila per­sone (oltre la metà dei Neet nazio­nali) sono fuori dal peri­me­tro ristretto della società del lavoro.

Non studiare, non lavorare (non guardo la Tv, il cinema ecc)
Per l’Istat que­sta con­di­zione riguarda tanto i quin­di­cenni, quanto i tren­ta­quat­trenni, pra­ti­ca­mente una gene­ra­zione con per­sone di età, biso­gni e con­di­zioni socio-economiche com­ple­ta­mente diverse. Se si guarda agli under 29, cioè a coloro che fino ad oggi sono stati con­si­de­rati uffi­cial­mente «Neet», nel terzo tri­me­stre del 2013 sono il 27,4% a fronte del 24,9% dello stesso periodo del 2012. A Sud coloro che sono fuori dai per­corsi di cit­ta­di­nanza sono il 36,2% (1,344 milioni su 2,564 milioni). I “gio­vani” tra 29 e 34 anni sareb­bero 1,2 milioni, di cui 666 mila nel Mez­zo­giorno. Ben 1,5 milioni dei Neet nazio­nali, inol­tre, hanno stu­diato fino al diploma di scuola media, men­tre 1,8 milioni hanno la matu­rità e solo 437 mila pos­sie­dono una lau­rea, un dot­to­rato o una spe­cia­liz­za­zione. Il Neet è in mag­gio­ranza di sesso fem­mi­nile: le donne sono 2.112 milioni, men­tre gli uomini sono 1.643 milioni.

Con quest’ultima rile­va­zione l’Istat ha cam­biato il cam­pione di rife­ri­mento dei gio­vani Neet in Ita­lia. Fino a ieri ha con­si­de­rati quelli fino ai 29 anni, il 27,4%, una per­cen­tuale che è tra le più alte in Europa. Aumen­tare il cam­pione della rile­va­zione fino ai 34 anni è un’anomalia, soprat­tutto se si con­si­dera l’originaria fun­zione del con­cetto di «Neet», riser­vata agli ado­le­scenti di 16-17 anni, come rac­co­man­dato dagli esperti che redas­sero nel 1999 un rap­porto con­tro l’esclusione sociale per il governo labu­ri­sta dell’epoca. Non è stato evi­den­te­mente così, visto che il ter­mine viene oggi appli­cato in molti paesi euro­pei fino ai 29 anni e fino ai 34 anni in Ita­lia, Gre­cia o Bul­ga­ria. Lo stesso avviene in Giap­pone o in Corea del Sud dove però «Neet» non viene usato per i «gio­vani» ma per per­sone escluse dal mer­cato del lavoro, che non sono spo­sate o rifiu­tano di entrare in società (si chia­mano «Freeter»).

Cosa significa, davvero, “Neet”?Più che il tasso di disoc­cu­pa­zione gio­va­nile, che ha una sua rego­la­rità sta­gio­nale e una sua ogget­ti­vità, il «Neet» indica con­di­zioni di esclu­sione molto diverse: il ragazzo che non stu­dia né lavora, il clas­sico disoc­cu­pato, il malato o il disa­bile, gli inat­tivi che cer­cano un lavoro all’altezza delle loro com­pe­tenze, chi rifiuta di lavo­rare. In Ita­lia c’è anche chi, per neces­sità o scelta, lavora al nero.È dun­que pos­si­bile che una parte sostan­ziosa di que­sti 3,7 milioni di 15-34enni Neet ita­liani rien­trino in que­ste o in altri sot­to­gruppi che, in ogni caso, sono lo spec­chio di una società del pre­ca­riato di massa, dove i pro­cessi di pro­le­ta­riz­za­zione sono aumen­tati visi­bil­mente nell’ultimo anno, insieme a quelli legati alla pau­pe­riz­za­zione totale.

Un uso così esten­sivo del «Neet» può indurre la poli­tica a cre­dere che la pre­ca­rietà di un ultra-trentenne può essere affron­tata con gli stru­menti adatti ad un tee­na­ger, pro­prio come avviene in Ita­lia dove il mini­stero dei Beni Cul­tu­rali ha offerto a 500 lau­reati under 35 inden­nità da 416 euro al mese. O come pre­su­mi­bil­mente acca­drà per la cosid­detta «Garan­zia gio­vani», il pila­stro della bat­ta­glia del governo con­tro la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile. Ai neo-diplomati e ai neo-laureati under 29 potreb­bero andare 225 euro men­sili (il cal­colo è dell’Isfol). La mag­gio­ranza di tutti gli altri non rien­trano nei cri­teri del «decreto lavoro» di ago­sto per finan­ziare appren­di­stati o tiro­cini attra­verso la decon­tri­bu­zione fino a 650 euro alle imprese. (Per un’analisi leggi qui)

In questo si risolvono le politiche “attive” del lavoro di stampo neoliberista: ad un sussidio temporaneo alle aziende (più che ai singoli) e alla produzione di un lavoro non qualificato, povero, a cui non viene riconosciuto il lavoro semplicemente perché – nella logica del finanziamento a pioggia – i fondi da soli non bastano per stimolare una domanda di lavoro che non esiste. Nel mezzo resta il “Neet”, una condizione – più che un soggetto – che fissa l’esclusione sociale in una serie di paradigmi oggettivi apparentemente insuperabili.

Modello giapponese per i “giovani” italiani
L’identità “Neet” è un’astrazione creata per definire la condizione del Quinto Stato, basata sull’intermittenza del lavoro e dei diritti. Viene usata per congelare milioni di persone in un’età sospesa tra l’adolescenza e l’età adulta. Se da un lato, come annotano gli esperti di Eurofond, è utile per impressionare l’opinione pubblica (si parla pur sempre di 4 milioni circa di persone che vivono nell’abbandono e nel rifiuto della “cittadinanza”) e per convincere i governi a fare qualcosa, dall’altro lato inserire una simile quantità di persone in una categoria statistica molto composita serve a distinguere tra loro i “vincitori” e i “perdenti”

E’ questo l’effetto che hanno avuto le politiche di “attivazione” al lavoro riservate ai “Neet” in Giappone. Il finanziamento di tirocini e apprendistato produce risultati economicamente irrilevanti. Tuttavia queste misure servono per creare un’economia “della speranza e della fiducia” dei giovani nel “futuro”. Un “futuro” che, evidentemente, non dipende da loro, ma dalla durata degli incentivi che lo Stato regala alle imprese.

Da trent’anni in Giappone si è sviluppato il fenomeno degli Hikikomori, cioè di quelle persone (adolescenti e adulti) che rifiutano di partecipare a questo processo senza risultati. Con comportamenti di rifiuto, che producono anche patologie psichiche, molto violente contro la società e l’ordine “naturale” del discorso prodotto dall’economia neoliberale della speranza.

“Neet” conosce in questo modo un altro significato: l’allusione ad una condizione – che noi abbiamo definito come il “grado zero” del desiderio dell’autonomia della persona nella società del lavoro (dipendente) zero -molto lontano dalla realizzazione del sogno neo-liberale: l’auto-realizzazione di se stessi nella società della competizione, una competizione che nella crisi porta al nulla. (A questo proposito, per i curiosi, è interessante leggere questo saggio [in inglese])
Il Giappone, non la Germania, è il paese-guida che l’Italia sta seguendo nelle politiche del lavoro. In una società di questo genere Gesù, Jim Morrison, Jimi Hendrix o Van Gogh, e tutti coloro che vogliono fare la vita che desiderano, sarebbe stati giudicati – a 15 come a 34 anni – “inutili”, “perdenti”, “pazzi” o “artisti”.
Tradivano il bisogno, l’estrema povertà, la follia, la visione. Loro erano, semplicemente, e dignitosamente, se stessi. Ciò che il “neet”, apparentemente non può essere.

No Job? No money (è una questione di qualità).
Roberto Ciccarelli
+++articolo rielaborato da “Una vita da Neet in Italia” il Manifesto 

Lascia un commento