La riforma del welfare? Un’occasione persa. Intervista a Chiara Saraceno


Roberto Ciccarelli intervista Chiara Saraceno

“Da noi il welfare è pensato come assistenza, non come benessere. È una spesa improduttiva, mentre il welfare è anche una spesa preventiva per sostenere il capitale umano delle persone che perdono il lavoro e ne cercano un altro. Inoltre le politiche sociali sono anche investimenti nella coesione sociale di lungo periodo.”

Intervista di Roberto Ciccarelli alla sociologa Chiara Saraceno
La riforma del welfare? Un’occasione persa

Professoressa Saraceno, in un articolo pubblicato più di un anno fa ha sostenuto che la crisi avrebbe colpito giovani e precari. È passato un anno e mezzo, perché non è stato fatto nulla?
Il governo, e il ministro del welfare Sacconi, continuano ad affidarsi alla solidarietà familiare e ai suoi risparmi per ammortizzare la crisi. Pensano che con la cassa integrazione si proteggono i redditi dei capifamiglia. Ma questo è vero solo statisticamente. Ad averne diritto sono solo alcune tipologie di lavoratori, quelli a tempo indeterminato, che hanno figli giovani adulti già sul mercato del lavoro. È difficile pensare che a beneficiarne siano le famiglie giovani che molto spesso non hanno la stessa posizione.

Per quanto tempo la famiglia riuscirà a sostenere l’inattività di lungo periodo dei figli?
Ancora per poco, se la crisi dura. Le risorse dei capofamiglia ne risentiranno, anche perché la cassa integrazione non durerà per sempre. Cresce anche la diseguaglianza sociale e quella territoriale. I più colpiti dalla totale mancanza di politiche sociali sono i giovani, soprattutto meridionali, che non possono permettersi di creare progetti di vita autonoma. Questa situazione ha un risvolto ancora più preoccupante: il rafforzamento dei vincoli familiari accresce la cultura della dipendenza che è già molto forte in Italia.

Di tutele per il lavoro atipico se ne parla dagli anni Novanta, ma senza risultati. Come mai?
Allora sembrava che la flessibilizzazione del mercato del lavoro avrebbe creato posti di lavoro e ridotto la disoccupazione e l’inoccupazione femminile e giovanile. In parte è successo, ma avremmo dovuto introdurre un sistema di protezione sociale universale per chi perdeva il lavoro, insieme al reddito minimo per chi non lo ha. Ci furono varie commissioni alle quali ho partecipato anch’io, ma a causa dei veti incrociati, anche quella riforma è morta. Il governo Prodi voleva sì una riforma, ma sempre a costo zero.

La drammaticità della situazione impone di mettere mano ad una riforma. Come farla oggi?
Fare una riforma del welfare è quasi più complicato della riforma delle pensioni. In ogni caso abbiamo bisogno di un’indennità di disoccupazione generalizzata, di un reddito minimo con tutti i controlli sul livello della formazione. Se c’era un momento per fare una riforma, con la crisi economica alle porte, era questo. Ma abbiamo perso un’altra occasione. Il governo ha preferito usare gli strumenti esistenti, inventando nuove eccezioni.

Quali?
A parte l’uso della cassa integrazione, il sostegno previsto per i cocopro monocommittenti, ignorando il fatto che molti non lo sono. Se perdono il lavoro principale, ma hanno un’altra committenza, queste persone perdono la possibilità di accedere ad un sostegno abbastanza miserabile, credo di 3 mila euro all’anno. Anche in questo caso i sindacati hanno posto delle condizioni. Invece di chiedere l’estensione delle garanzie a tutti i cocopro, hanno accettato la creazione di un’altra categoria speciale di protetti. Non sto dicendo che è colpa loro, ma hanno delle responsabilità.

Il segretario Fiom Ladini ha rilanciato l’ipotesi del «reddito di cittadinanza». È un’apertura rispetto alla cultura sindacale?
Lo è se non lo chiamano «salario», una cosa che mi fa venire i brividi. Nella vecchia sinistra Pci c’è stata una forte resistenza contro il reddito minimo. Trentin lo trovava sbagliato perché bisogna creare innanzitutto il lavoro. Aveva ragione, ma cosa si fa per chi non ce l’ha? O guadagna troppo poco? Sa, per «reddito» si intendono cose diversissime. C’è chi come Philippe Van Parjis, esponente del Basic Income Network, sostiene che quello che conta è il reddito come principio e non il livello del contributo. Io sono d’accordo, ma bisogna fare anche i conti con ciò che è sostenibile politicamente, qui e ora.

Perchè quando si parla di welfare lo si intende solo come un costo da tagliare? 
È una mentalità che esiste solo in Italia. Da noi il welfare è pensato come assistenza, non come benessere. È una spesa improduttiva, mentre il welfare è anche una spesa preventiva per sostenere il capitale umano delle persone che perdono il lavoro e ne cercano un altro. Inoltre le politiche sociali sono anche investimenti nella coesione sociale di lungo periodo. Ad esempio, in Germania dove mi trovo in questo momento, i bambini ricevono 200 euro al mese fino alla maggiore età. Da noi hanno 40 euro al mese fino a tre anni e poi non se ne parla più. E nessun altro sostegno alla famiglia.

È possibile invertire la tendenza nei prossimi cinque anni?
Non credo. Non esiste una cultura politica all’altezza e abbiamo una vecchia cultura imprenditoriale che usa la flessibilità senza investire nel capitale umano. Siamo un paese che pensa di essere inesauribile, capace di riprodursi da sé, senza investire su nulla. Sono molto turbata.

Il manifesto 3 febbraio 2010