In tema di riforma del welfare state. Considerazioni filosofiche sul reddito di cittadinanza


Corrado Del Bò

Partiamo da una premessa localmente connotata. In Italia mancano, a differenza che in altri Paesi, forme di sostegno economico che possano far fronte, in modo efficace e non pletorico, alle esigenze di chi non può beneficiare di sussidi collegati all’aver svolto attività lavorative, e averle svolte per un periodo minimo di tempo. Non stupisce allora che l’idea di un reddito minimo garantito attiri sempre più l’attenzione di economisti ed esperti di politiche pubbliche e del lavoro;

Se invece il reddito di cittadinanza fosse una richiesta di giustizia e vincolasse dunque le scelte pubbliche sin dall’inizio; potremmo non avere qui e ora la possibilità (politica e/o economica) di introdurlo, per molte e buone ragioni, ma avremmo un orizzonte verso il quale muoverci, e dovremmo a quel punto farlo, sapendo che si tratta di un ideale di giustizia verso cui camminare, una sorta di sol dell’avvenire per i tempi che cambiano.

In tema di riforma del welfare state.

Considerazioni filosofiche sul reddito di cittadinanza

Stretta tra esigenze di cassa non eludibili e lamentele non del tutto ingiustificate di inefficienza e inefficacia, ogni richiesta di riforma del welfare state italiano sembra escludere la possibilità stessa di una riflessione filosofica che sappia porsi al di là del contingente e farsi carico di rispondere alla domanda su quale sia la direzione che deve prendere lo stare assieme nelle società liberali e democratiche a capitalismo avanzato.

Felice eccezione, in questo panorama, è il recente libro di Laura Pennacchi, La moralità del welfare (Donzelli, 2008), in cui l’autrice lega una parte più strettamente economica a un’analisi di carattere filosofico e sociologico, in questo modo non limitandosi a un duro (e, sia chiaro, necessario) elenco di cifre, ma spingendosi anche a ragionare sui principi e sui valori che stanno dietro all’idea dello stato sociale. Lo stato sociale, anche quello un po’ zoppo del nostro Paese, è, secondo Laura Pennacchi, una grande invenzione e dovremmo pensarci non una, ma mille volte, prima di buttarlo a mare, come se fosse un residuato di guerra (fredda); ed è una grande invenzione, perché fissa un nesso importante tra le varie forme di assistenza sociale e sostegno al reddito da un lato e una certa idea di cittadinanza dall’altro. In questa prospettiva, le prestazioni sociali (sussidi di disoccupazione, pensioni, sanità) non sono soltanto regalìe per gli sfortunati, ma sono anche e soprattutto strumenti attraverso i quali si realizza ogni giorno quel processo di inclusione nella cooperazione sociale che ha reso forti e stabili le democrazie occidentali.

Si dirà: un conto è l’idea (filosofica), un conto è la pratica (politica). Vero, e in Italia in modo particolare: tra il dire e il fare, infatti, ci sono di mezzo molte cose, dai bilanci dissestati dell’erario alle scarse virtù civiche dei consociati, dagli squilibri consolidati del sistema di protezione sociale italiano ai clientelismi che hanno contribuito a determinarli. E tuttavia a una riflessione filosofica sul welfare state oggi non si deve rinunciare a priori, non foss’altro per non trovarsi impreparati quando verranno tempi migliori. Una riflessione siffatta, se si ritiene utile farla, non può allora fare a meno di prendere sul serio un’idea che si sta affacciando prepotentemente in Europa: l’idea del reddito di cittadinanza o reddito di base (traslitterazione, in quest’ultimo caso, di basic income).

Il reddito di cittadinanza

Partiamo da una premessa localmente connotata. In Italia mancano, a differenza che in altri Paesi, forme di sostegno economico che possano far fronte, in modo efficace e non pletorico, alle esigenze di chi non può beneficiare di sussidi collegati all’aver svolto attività lavorative, e averle svolte per un periodo minimo di tempo. Non stupisce allora che l’idea di un reddito minimo garantito attiri sempre più l’attenzione di economisti ed esperti di politiche pubbliche e del lavoro; basti citare, per esempio, quanto affermano Pietro Garibaldi e Tito Boeri nel loro acuto libro Un nuovo contratto per tutti (Chiarelettere, 2008). Fallita o meglio fatta fallire nel 2003 la sperimentazione del reddito minimo d’inserimento avviata nel 1998, i tempi sembrano anche da noi maturi per prendere sul serio l’idea della flexisecurity, di cui la Danimarca è additata a modello: detto in due parole, massima flessibilità in entrata e uscita nel mercato del lavoro abbinata a generosi (per entità e durata) sussidi per quanti l’uscita la sperimentano concretamente. Che si possa allora tornare a parlare anche da noi di reddito minimo di un qualche tipo, senza paura di disturbare il manovratore?

Il reddito minimo non è però il reddito di cittadinanza, è anzi cosa ben diversa. Il reddito di cittadinanza è infatti un trasferimento monetario finanziato dalla fiscalità generale ed erogato periodicamente dallo Stato agli individui, indipendentemente dalle loro condizioni economiche e senza riguardo per il loro contributo lavorativo. Il reddito di cittadinanza è dunque universale e incondizionato: spetterebbe anche a chi guadagna tanto o tantissimo e anche a chi rifiuta un lavoro (se offerto). I suoi fautori, è bene precisarlo, non sono una congerie di pazzi squilibrati, ma una rete di affermati studiosi di scienze sociali (il BIEN, http://www.basicincome.org/bien/). A giudizio di questi studiosi, il reddito di cittadinanza sarebbe in grado di impedire le dimostrate distorsioni informative che ostacolano la selezione dei soggetti effettivamente meritevoli dell’intervento pubblico e le accertate distorsioni motivazionali che disincentivano le persone ad abbandonare la protezione sociale; e avrebbe anche il merito di abbattere i non irrisori costi amministrativi e sociali per verificare che ai sussidi accedano soltanto chi ne ha davvero diritto.

Evidentemente c’è un problema di sostenibilità economica, e non è un problema banale, specialmente se restringiamo lo sguardo sulle non floride finanze del nostro Paese. Sempre per rimanere nel nostro cortile, una simulazione di Andrea Fumagalli, calibrata sulla sola Provincia di Milano e con una quota mensile di reddito di cittadinanza pari alla soglia di povertà relativa (550 euro), stabilisce in oltre 20 miliardi di euro la cifra necessaria per finanziare questa misura. I numeri, insomma, non sembrerebbero dalla parte del reddito di cittadinanza.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che una misura di questo tipo avrebbe, lo si osservava poc’anzi, un significativo risparmio in termini di costi amministrativi, ora difficilmente quantificabili, e un impatto tale sulla vita delle persone da rendere anche non facilmente prevedibili gli aggiustamenti sistemici. Inoltre, non è detto che la soglia debba essere necessariamente eguale alla soglia di povertà relativa, essendo non scontato che il reddito di base debba coprire i bisogni di base (in qualche modo definiti); né che, quale che sia soglia, il reddito di cittadinanza vada introdotto d’un botto, essendo anzi il gradualismo un punto su cui i suoi promotori insistono molto (lo stesso Fumagalli, del resto, nella succitata simulazione mostra come sia economicamente sostenibile un sussidio indirizzato solo ai poveri o ai disoccupati). E quanto all’erogarlo ai “ricchi”, non va dimenticato che si potrebbe anche prevedere che vada a fare cumulo con gli altri redditi e venga dunque recuperato tramite l’imposizione fiscale.

Non voglio però avventurarmi oltre in campi che non sono i miei. Il punto su cui voglio soffermarmi sono non le difficoltà economiche, ma gli ostacoli di ordine culturale che militano contro l’ipotesi di un reddito di cittadinanza e che sono efficacemente raffigurati dall’esempio scelto (volutamente) da colui il quale è divenuto il corifeo della campagna per l’introduzione del reddito di cittadinanza in Europa, il filosofo belga Philippe Van Parijs: perché dovremmo voler dare dei soldi a chi sceglie di fare surf a Malibù, mentre altri si preoccupano di svolgere lavori più o meno faticosi, più o meno usuranti, più o meno sgradevoli? Il surfista di Malibù è cioè il tipico esempio di chi fa la bella vita a spese degli altri, il che, per esprimerci in termini appena un poco più filosofici, solleva il seguente interrogativo: non è che il surfista di Malibù viola il dovere di fair play, ottenendo i benefici della cooperazione sociale senza però contribuire a sostenerne i costi?

È moralmente giustificabile il reddito di cittadinanza?

All’incirca due sono le linee di giustificazione filosofica per replicare a questa (ovvia e non insensata) obiezione: una di carattere consequenzialista, che ha a che fare dunque con l’ipotesi che un reddito di cittadinanza avrebbe effetti positivi di un qualche tipo; l’altra, di stampo deontologico, che invece incardina il reddito di cittadinanza all’interno di una qualche teoria della giustizia. La prima linea si divide in almeno quattro strade: l’idea che il reddito di cittadinanza consenta di sconfiggere o attenuare, meglio di altre misure, la povertà; l’idea che il reddito di cittadinanza consenta di garantire l’indipendenza economica e dunque la “liberazione” di alcune categorie storicamente svantaggiate, le donne in primis; l’idea che il reddito di cittadinanza abbia importanti ricadute “comunitarie”, migliorando la qualità delle relazioni tra i membri della società e favorendo, anziché ostacolare, un’equa cooperazione sociale; l’idea (di Van Parijs) che il reddito di base è lo strumento appropriato per realizzare una società giusta i cui membri godono della massima libertà reale, vale a dire possiedono non solo il diritto (la libertà formale) ma anche i mezzi materiali per condurre la propria vita come si potrebbe volerla condurre.

Nessuna di queste strade, a dire la verità, mi pare promettente fino in fondo, benché certamente – quando si tratta di decidere di politiche pubbliche per le quali le resistenze culturali sono forti – tutto faccia in qualche misura brodo. Non mi paiono promettenti perché necessitano di un sostegno empirico che inevitabilmente finisce per essere un po’ vago, poiché aleatori diventano i rapporti di causa ed effetto di un’eventuale introduzione del reddito di cittadinanza. Inoltre, solo a posteriori potremo giudicare se quegli effetti positivi che il reddito di cittadinanza genererebbe ci saranno davvero, avendo però nel frattempo modificato in maniera non trascurabile il sistema di protezione sociale che deve accogliere il reddito di cittadinanza..

Diverso sarebbe se invece il reddito di cittadinanza fosse una richiesta di giustizia e vincolasse dunque le scelte pubbliche sin dall’inizio; potremmo non avere qui e ora la possibilità (politica e/o economica) di introdurlo, per molte e buone ragioni, ma avremmo un orizzonte verso il quale muoverci, e dovremmo a quel punto farlo, sapendo che si tratta di un ideale di giustizia verso cui camminare, una sorta di sol dell’avvenire per i tempi che cambiano.

L’argomento di giustizia che vorrei qui presentare, in modo inevitabilmente schematico, utilizza in maniera un po’ eterodossa il liberalismo egualitario di John Rawls. Associare Ralws a un argomento a sostegno del reddito di cittadinaza è quantomeno curioso, dal momento che Rawls, replicando proprio a Van Parijs, ha sostenuto che i surfisti di Malibù non dovrebbero ricevere alcun sussidio economico. Infatti, se la società è un equo sistema di cooperazione stabile nel tempo, e se l’equità dipende da un qualche tipo di principio di reciprocità (per cui in cambio di una rimessa pubblica, noi dobbiamo essere disposti ad impegnarci a offrire qualcosa in cambio), allora dare denaro pubblico a chi sceglie di non lavorare è chiaramente iniquo. Tralascerò qui il fatto che Van Parijs ha cercato di replicare a Rawls prima in un articolo del 1991 dal significativo titolo Why Surfers should be Fed?, successivamente – più ampiamente – nel libro del 1995 Real Freedom for All (che in copertina ovviamente raffigura un surfista). Mi dedicherò piuttosto a spiegare la possibilità di un argomento rawlsiano (benché non di Rawls) a sostegno del reddito di cittadinanza.

La prospettiva di Rawls può essere resa compatibile col reddito di base se modifichiamo alcune ulteriori assunzioni relative al funzionamento del sistema produttivo ai giorni nostri. Rawls assumeva un quadro taylorista-fordista in cui è chiara (perché netta) la divisione tra lavoro e tempo libero, e quindi tra lavoratori e “lavativi”. In questa prospettiva (lavorista), è allora chiaro anche chi rispetta il principio di reciprocità (il lavoratore, colui che ha un lavoro o che comunque è disponibile a lavorare) e chi no (il fannullone, colui che non vuole proprio lavorare). E tuttavia, perlomeno nelle società occidentali a capitalismo avanzato, il modo di produzione è divenuto immateriale (linguistico, cognitivo, simbolico ecc.) ed è quindi plausibile affermare che non è più possibile tracciare un confine netto tra attività lavorativa e tempo libero (anzi il tempo libero, si potrebbe dire, è la continuazione dell’attività lavorativa con altri mezzi); e dunque che anche la distinzione tra lavoratori e fannullone tende a farsi più sfumata.

Senza indulgere a facili generalizzazioni e anzi specificando che certamente sono necessarie analisi più approfondite di quel che è possibile fare in questa sede, credo si possa assumere che c’è qualcosa di vero in quel che ho appena detto. Ma se è così, che cosa questo può comportare per la teoria di Rawls? In sintesi, l’idea di Rawls è che i principi di giustizia che devono governano le istituzioni sociali fondamentali devono essere il frutto di un accordo equo tra le parti cui questi principi si applicano; e tale accordo stabilisce che, garantiti i diritti e le libertà fondamentali e un’equa eguagalianza di opportunità, i benefici economici e sociali siano distribuiti egualmente a meno che una distribuzione ineguale non vada a vantaggio dei meno avvantaggiati. Quel che vorrei suggerire io è che nei fatti i sistemi di protezione sociale (i diversi welfare State) siano anche – benché non solo – il prodotto di questo accordo, nel senso che la loro giustificazone dipende anche – benché non solo – da un’implicita accettazione dell’idea che la distribuzione dei redditi doveva raccogliere il consenso delle parti coinvolte e che le ineguaglianze economiche dovevano andare a vantaggio dei meno avvantaggiati.

Da questo punto di vista, il lavoro costituiva la chiave di volta del sistema; attraverso la centralità del lavoro si poteva dare corpo queste idee. Se però la centralità del lavoro appare (per le ragioni che abbiamo visto) inadeguata nel descrivere in maniera corretta i meccanismi economici e sociali delle società capitaliste contemporanee; e se tuttavia continuiamo ad accettare la tesi di Rawls sulla società come un sistema di cooperazione stabile nel tempo la cui equità discende da un accordo tra le parti su alcuni specifici principi di giustizia distributiva; allora potremmo forse pensare di abbandonare quella particolare interpretazione del principio di reciprocità che ha al centro il contraccambio in lavoro e, più in generale, il ruolo del lavoro all’interno dell’accordo sociale. In altre parole, potremmo forse riconoscere, contro la lettera ma non contro lo spirito di Rawls, che la reciprocità può, nelle mutate condizioni socioeconomiche, essere rispettata anche da quanti sono al di fuori del mercato del lavoro classicamente inteso e ai quali dunque può essere riconosciuto un reddito di cittadinanza.

C’è naturalmente molto da raffinare in questo argomento; non è del resto una buona abitudine, in filosofia, quella di aggirare l’approfondimento analitico e rinunciare a confrontarsi con la cruda realtà dei fatti. Sono tuttavia convinto che possa perlomeno segnalare, anche in questa sommaria esposizione, una strategia in direzion della quale lavorare per ricavare sostegno per il reddito di base.

Conclusioni

Il reddito di cittadinanza ha oggi esistenza concreta soltanto in un posto: l’Alaska. In Alaska i proventi delle concessioni petrolifere vanno a costituire una sorta di fondo comune di investimento, una parte del quale viene elargito ai residenti su base annua. Per dare qualche numero, nel 2008 il dividendo è stato di poco più di 3.200 dollari annui; l’impatto economico del reddito di cittadinanza alaskiano è però più sostanzioso di quel che la cifra potrebbe suggerire. Anche altrove qualcosa si sta muovendo: in Brasile è stata approvata nel 2004 una legge che istituisce il reddito di cittadinanza, mentre in Irlanda nel 2002 è stato presentato dal Governo, su impulso della Conference of Religious of Ireland (CORI), un Green Paper che presenta il reddito di cittadinanza come una proposta tutt’altro che utopica e anzi come un’idea di cui discutere.

Se siano segnali incoraggianti o se siano rondini che non fanno primavera non è dato saperlo. Certamente, però, è un fatto che la rete internazionale a sostegno dell’introduzione del reddito di cittadinanza, il già citato BIEN, si è espansa e continua a espandersi, e che anche l’Italia da qualche mese può contare su una propria associazione, il Bin Italia (https://www.bin-italia.org/). Ragionare dunque sopra il reddito di cittadinanza, senza facili entusiasmi ma anche senza preclusioni preconcette, davvero non pare tempo buttato per chi vuole riformare (riformare, non liquidare) il welfare state. Non dimentichiamoci del resto che moltissimi secoli fa Aristotele scriveva che la schiavitù era necessaria, perché i telai non potevano tessere da soli. Ha avuto ragione per molto tempo; non ha però avuto ragione per sempre.

 

Corrado Del Bò – Ricercatore presso la Facoltà di Giurisprudenza, Università di Milano.

Pubblicato su: Reddito e cittadinanza, Mondoperaio, 4/2009