Il ministro del Lavoro, Giovannini, e l’apertura al reddito di cittadinanza


Dario Di Vico

Per il peso che il presidente del Consiglio incaricato Enrico Letta assegna alle politiche per l’occupazione e per la caratura internazionale del nuovo ministro la scelta di Enrico Giovannini al Welfare è destinata a pesare moltissimo. Se la nuova compagine vuole «sfondare» nell’opinione pubblica e mettere da parte le diatribe interne al Pd, il lavoro si presenta come il terreno prioritario d’impegno.

Del resto i numeri sono drammatici, le rilevazioni dell’Istat sui disoccupati fanno segnare mese dopo mese nuovi record e si impone un’inversione di tendenza.Giovannini deve essere sembrato l’uomo giusto al momento giusto proprio perché è convinto che non si possa più stare ad aspettare e che i governi debbano darsi una mossa.

Da economista dovrebbe rifuggire dalle querelle tecnico-legislative ed evitare, dunque, una discussione paralizzante sulla necessità o meno di riformulare la legge Fornero. Il dibattito italiano è stato tradizionalmente monopolizzato dai giuristi, con la scelta di Giovannini la palla passa agli economisti, che però a questo punto più che nuovi articoli di legge dovranno produrre posti.

Il neoministro culturalmente viene da quello che viene chiamato il mainstream economico, da sempre in ottimi rapporti con Mario Draghi, vanta nel curriculum una lunga esperienza (più di otto anni) all’Ocse di Parigi. Ma la gravità della crisi e la debolezza della strumentazione con la quale la stiamo affrontando lo hanno vieppiù convinto che economisti e policy maker devono cambiar passo.

Prendiamo la questione del Pil. Giovannini ha fatto parte della commissione Stiglitz-Sarkozy per trovare nuovi parametri dello sviluppo e del benessere.Tornato in Italia da presidente dell’Istat il neoministro ha fatto tesoro del lavoro della commissione e ha elaborato il Bes, un indice del benessere economico e sociale che dovrebbe servire a fotografare lo stato di salute della società e a indirizzare le politiche pubbliche.

La domanda più intrigante riguarda però il sostegno al reddito. Giovannini non è del tutto contrario all’introduzione di una misura straordinaria di reddito di cittadinanza e non a caso, quando il presidente Napolitano lo aveva scelto tra i dieci saggi, si era parlato di una designazione di «frontiera»,ovvero capace di parlare anche al mondo grillino e di comprenderne le ragioni (almeno in questo ristretto campo).

Ma gli orientamenti di fondo devono misurarsi con i tempi e le risorse disponibili e ciò nell’Italia dell’anno di grazia 2013 è la più difficile delle quadrature del cerchio.Dare un assegno mensile anche solo di 500 euro ai senza lavorocosterebbe alle casse statali qualcosa come 18 miliardi di euro.

Per avere un termine di raffronto, tutta l’Imu ha fatto incassare all’erario 24 miliardi di euro. È vero che optare per il reddito minimo porterebbe con sél’assorbimento di molte forme di welfare risarcitorio che già esistono ma si può pensare di ritoccare la cassa integrazione in una fase in cui le crisi aziendali si contano nell’ordine delle centinaia e c’è il rischio che l’allungamento della recessione provochi la chiusura di altre fabbriche?

Non è un caso che i sindacati confederali siano fieramente avversi al reddito di cittadinanza, innanzitutto per gli effetti che una rimodulazione del welfare avrebbe sullo zoccolo duro dei propri iscritti.

Queste domande e questi dubbi dovrebbero trovare risposta a breve. Giovannini nella comunicazione da presidente dell’Istat è stato sempre lineare. Tende a fare quello che dice e di conseguenza bisognerà solo attendere l’esposizione delle linee-guida del suo dicastero.

Di sicuro se non avesse in mente di riuscire a cogliere un successo, seppur parziale, nella lotta alla disoccupazione non avrebbe accettato l’invito di Letta. Sarebbe tranquillamente rimasto alla testa dell’Istituto di statistica o magari avrebbe ascoltato le offerte del Fondo monetario e si sarebbe trasferito a Washington

Articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 28 aprile 2013

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