Dopo il danno la beffa


Andrea Fumagalli

Il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker ha tenuto ieri al Parlamento Ue una sorta di discorso di commiato, visto che il suo incarico terminerà il prossimo mese. Sarà forse per questo che nel suo intervento si è lasciato andare a citazioni e osservazioni sulla dimensione sociale della crisi che lasciano perplessi. «Iniziamo il 2013 in una situazione nettamente migliore rispetto all’anno scorso, – ha iniziato Juncker – il 2012 è stato un anno di risultati positivi per la zona euro». Sicuramente per l’Europa delle banche e della finanza l’ultima parte dell’anno è stata positiva. Gli utili sono aumentati dopo il calo del primo semestre. Ma gli effetti sociali sono stati disastrosi.
Il 2012 è stato tra i cinque anni di crisi, iniziata nel 2008, quello che maggiormente ha colpito le condizioni di vita di buona parte degli europei. L’adozione di politiche di austerity ha ridotto i consumi e i redditi da lavoro ai minimi storici, la disoccupazione ha raggiunto i valori più alti dagli Novanta a oggi, la disoccupazione giovanile e la precarizzazione del lavoro sono oramai a livelli insostenibili. CONTINUA|PAGINA5 Non potendo prescindere da questi dati (persino il Fmi sta facendo mea culpa sugli effetti disastrosi delle politiche europee di austerity, più volte sostenute dall’Eurogruppo), Junker ha auspicato che «bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria, con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx».
Far riferimento a Marx, in questo contesto, sembra una presa in giro. Non è la prima volta. Già qualche anno fa, il filosofo di Treviri aveva bella mostra di sé sulla prima pagina del magazine Time. Il richiamo al salario minimo (ricordiamo che l’Italia, anche per l’opposizione sindacale, è tra i pochi paesi che non lo hanno ancora adottato) è comunque importante. Certo, sarebbe stato meglio citare un altro famoso passo di Marx: «Il capitalista compera agli stessi operai, a quanto sembra, il loro lavoro con del denaro. Per denaro essi gli vendono il loro lavoro. Ma ciò non è che l’apparenza. Ciò che essi in realtà vendono al capitalista per una somma di denaro è la loro forza lavoro. La forza lavoro è dunque una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere».
Se oggi il lavoro è precario e il reddito intermittente, oltre al salario minimo, sarebbe più che ovvio chiedere anche un reddito minimo. Ma sarebbe stato eccessivo e il richiamo a Marx non avrebbe più svolto quella funzione di esorcismo verbale, necessario per combattere i fantasmi di un auspicabile conflitto sociale.

Articolo di Andrea Fumagalli pubblicato da Il Manifesto l’11 gennaio 2013

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