Dal reddito di cittadinanza al reddito di base?


Guido Cavalca, Giuseppe Allegri

Appunti collettivi da un dibattito online a partire da due recenti pubblicazioni

Il nesso tra il Reddito di Cittadinanza italiano e il Reddito di Base è tenue ma presente. Non perché la misura introdotta in Italia a inizio 2019 ha ripreso il nome (solo quello) dato inizialmente (anni 90 del Novecento) dalla politica di sostegno incondizionato a tutti i cittadini. Ma per la ragione sostanziale che il RdC in salsa italiana, in realtà una forma di reddito minimo, ha rotto la tradizione caritatevole del welfare italiano incapace finora di istituire una misura robusta di contrasto alla povertà, aprendo il campo a una discussione sull’universalità dei diritti, in primis quello a un’esistenza dignitosa.

Due recenti volumi collettanei

Non c’è ovviamente nessun determinismo che possa collegare la legge italiana a un reddito di base: la prima è una misura selettiva, condizionata e residuale ma potrebbe essere il primo tassello (l’Assegno Unico il secondo) di avvicinamento del sistema di protezione sociale ad una concezione universalistica, cioè di sostegno a tutti i soggetti in difficoltà. È questa la prospettiva assunta dal volume collettaneo, liberamente scaricabile, Reddito di Cittadinanza: verso un welfare universalistico?, curato da Guido Cavalca per FrancoAngeli. È evidente la distanza che lo separa dal reddito di base, misura questa sì squisitamente universalistica perché assegnata a tutti i cittadini, ma discutere laicamente del RdC, rilanciarne i pregi ed evidenziare i tanti difetti nella prospettiva di una sua estensione ed efficacia nel contrastare la povertà permette di affrontare le questioni fondamentali dei diritti e della libertà sociale che sono alla base del progetto complesso e affascinante del reddito di base. Quest’ultimo si pone come “promessa” per il terzo millennio, come scrivono Rachele Serino e Sandro Gobetti nella prefazione del Quaderno per il Reddito n. 11/2021, a cura del Basic Income Network – Italia (BIN Italia) dal titolo Verso il reddito di base. Dal reddito di cittadinanza per un welfare universale, anche questo liberamente scaricabile: non una politica di contrasto alle peggiori conseguenze del capitalismo ma una vera e propria prospettiva complessiva di cambiamento, che di fronte ai radicali e veloci mutamenti della vita sociale e del lavoro portati anche dallo sviluppo e dalla onnipresenza della tecnologia cerchi nuovi equilibri tra economia, lavoro, libertà, relazioni sociali.

Affinità e divergenze tra Reddito di Cittadinanza (RdC) e Reddito di base (RdB)

Da qui, da queste assonanze e armoniose distanze, partono Peppe Allegri e Guido Cavalca che aprono la discussione online del 3 novembre scorso (qui presentata sul sito del BIN Italia) che ha coinvolto alcune delle autrici e degli autori dai due testi appena citati, pubblicati quest’anno e liberamente scaricabili online. Spostare la discussione pubblica dalla pruriginosa e per nulla disinteressata campagna di stampa sulle frodi nell’accesso al RdC alle questioni centrali delle tutele in una società post-pandemica e digitale. Allegri, rilanciando la campagna di raccolta firme promossa da una rete di associazioni europee con l’Iniziativa dei cittadini europei nei confronti di Parlamento e Commissione UE per proporre l’introduzione di redditi di base incondizionati nei 27 Stati UE (si può firmare online direttamente qui), sottolinea l’utilità di discutere del RdC attuale nella prospettiva di investimento progressivo sugli spazi di autonomia e libertà delle persone per pensare a un rilancio del dibattito sul welfare, in modo da tenere insieme lotta alla povertà (tanto più dinanzi all’attuale sindemia) e promozione di maggiore solidarietà sociale e migliori condizioni di vita per quella larga fetta di società sempre più insicura e disorientata.

Come evidenziato da Paola Boffo, economista e ricercatrice sociale, il clima culturale intorno al RdC non fa che rafforzare la condizionalità della misura e la convinzione che un diritto debba essere guadagnato attraverso, per esempio, un lavoro gratuito (PCU) che in qualche modo ribalta la logica dei Lavori socialmente utili degli anni 80 del Novecento che prevedevano una retribuzione per i soggetti che vi erano impegnati. È fuori discussione invece l’utilità della misura nella sua capacità, per quanto migliorabile, di alleviare le difficoltà economiche di molte famiglie. La condizionalità di per sé pone il problema dell’impossibilità di percorrere la strada dell’emancipazione dal bisogno delle persone in povertà.

Davide Bubbico, docente di Sociologia economica all’Università di Salerno, riprende la questione della condizionalità citando l’articolo di Roberto Ciccarelli sul già ricordato Quaderno per il Reddito n. 11 curato dal BIN Italia e collegandolo alle politiche pubbliche e del lavoro nelle aree meridionali che offrono scarse opportunità di impiego. L’esigenza di inserimento lavorativo è molto forte in particolare per le persone in povertà che vivono nei contesti più problematici, ma solo una parte minoritaria dei beneficiari del RdC è effettivamente inclusa in progetti di inserimento lavorativo e si scontra non solo con la scarsa domanda di lavoro ma anche con i problemi strutturali dei Centri per l’Impiego. Va detto che qualche risultato sia i Navigator sia persino gli stessi CPI hanno portato (si veda il recente rapporto della Corte dei Conti), anche se mancano dati solidi sul percorso di ricerca di lavoro che possano dire quanti posti di lavoro vengono intermediati da questi o, come molte ricerche dimostrano, dall’attività diretta in relazione con il datore di lavoro. L’analisi in chiave territoriale dell’impatto della misura permette di comprendere che la condizionalità in certi contesti non ha nemmeno ragion d’essere date le scarse probabilità di ricevere offerte di lavoro congrue, così come stabilito dalla legge, per persone con livelli educativi e professionali molto bassi. Questo approccio di ricerca è utile anche, aggiunge Francesco Pirone, sociologo dell’Università di Napoli, per comprendere il modo in cui varia l’integrazione tra la misura di sostegno nazionale e le misure locali, regionali in particolare.

La condizionalità del RdC

A proposito di condizionalità, risulta centrale la questione della formazione e lo sarà probabilmente sempre di più, come sottolineato da Sandro Gobetti, tra i soci fondatori e attualmente Presidente del BIN Italia, nella sua duplice e pericolosa funzione. Se nessuno può dubitare dell’importanza di accrescere gli strumenti culturali ed educativi, peraltro non solo per trovare lavoro, la funzione si potrebbe dire “totemica” della condizionalità, di fronte all’impossibilità per molti beneficiari coinvolti dai Patti per il Lavoro (la misura attiva prevista dal RdC) di ricevere davvero offerte congrue (in base a livello professionale, durata del contratto, livello salariale), costringerà a puntare tutto sull’obbligo di “occupabilità”, quindi di formazione, rendendo ancora più ricco il mercato (o quasi-mercato come viene definito nelle scienze sociali) dei corsi professionalizzanti.

La centralità che ha assunto la condizionalità nel dibattito pubblico, e anche in questa discussione online, dipende dalla natura delle misure più diffuse nei sistemi di welfare attuali in esplicito contrasto con la funzione liberatoria che un sistema di protezione sociale dovrebbe o potrebbe avere. L’economista Andrea Fumagalli, docente all’Università di Pavia e tra i soci fondatori del BIN Italia, partendo dall’aggiornamento delle sue “Dieci tesi sul reddito di cittadinanza” pubblicato sull’ultimo numero dei Quaderni per il reddito, fa pubblica ammenda, con la giusta ironia, per il conio del termine poi utilizzato, male, da Lega e M5S: 25 anni fa (qui le tesi originarie, 1998) aveva usato il termine “cittadinanza” dal punto di vista filosofico e non giuridico e non aveva potuto prevedere l’attuale utilizzo discriminatorio ai danni degli stranieri residenti nel nostro paese da meno di dieci anni. Ragionare in termini universalistici e, quindi, di incondizionalità, ha senso ancor più in un’economia digitale, nella quale peraltro anche le nostre vite vengono, forzosamente o gioiosamente, inserite nei meccanismi di valorizzazione; in questo contesto uno strumento come il reddito di base incondizionato consente non solo il superamento della precarietà, ma anche della remunerazione della produzione di ricchezza che non viene riconosciuta come tale, la piaga del lavoro non pagato, gratuito, implicito, ombra, etc.

Reddito di base e questione di genere

Quest’ultimo, ricorda Maria Rosaria Marella, docente di diritto privato e civile all’Università di Perugia, non va identificato solo con il “lavoro sociale” che costantemente cediamo gratuitamente online ma ancor più con la riproduzione sociale, in gran parte femminile, che essendo non retribuito viene negato, anche dal punto di vista di un sostegno pubblico. L’ottica di genere nel dibattito sul reddito costringe a superare la dicotomia tra produzione, quindi lavoro retribuito, e riproduzione, quindi cura e maternità, che genera ricchezza, ma senza avere la dignità dello status di lavoro. La condizione di subalternità della donna nella società rinvia proprio al lavoro di cura, al confinamento in questa funzione e alla difficoltà di affermazione nella sfera produttiva, anche se lavora. Questo problema richiede proprio un reddito universale, evidentemente indipendente dalle politiche del lavoro, un “reddito di cura” come titola il suo contributo nel Quaderno per il Reddito in questione.

La situazione di scarsa “occupabilità” attuale svela la necessità di reddito per costruirsi capacità soggettive per essere davvero protagonisti e non vittime del mercato del lavoro. Per avere un mercato del lavoro produttivo, in grado di creare ricchezza, anche nell’interesse del capitalismo stesso (detto provocatoriamente, ma in modo fondato) ci vorrebbe una secur-flexibility, invertendo l’ordine di importanza assunta dai due termini nei sistemi, tra l’altro quelli più progressisti, di welfare state contemporanei della flexicurity. È la redistribuzione delle enormi ricchezze, per esempio quelle dei colossi dell’economia digitale, la questione centrale e non la presunta redistribuzione di una risorsa così scarsa come il lavoro.

Legare una misura minima di contrasto alla povertà alle politiche del lavoro diventa, quindi, strumentale e opportunistico, come osserva anche Sandro Gobetti. Il problema deriva anche dall’arretratezza culturale del dibattito italiano, che sembra sempre rincorrere la modernità, prima ignorando le politiche di contrasto alla povertà adottate da quasi tutti i paesi a capitalismo avanzato e pure le raccomandazioni europee in tal senso, poi chiudendo porte e finestre al dibattito internazionale sulle sperimentazioni, ormai avanzate, di reddito di base. I risultati già ampiamente disponibili dimostrano che, contrariamente ai diffusi pregiudizi sulla pigrizia dei poveri e disoccupati, i percettori della misura incondizionata si danno da fare, anche, per esempio, attraverso forme di cooperazione tra beneficiari.

Il reddito di base per demercificare il welfare

Questi pregiudizi, che si ripercuotono nella sprezzante sciocchezza della “teoria del divano” sul quale giacerebbero i percettori del RdC, hanno pure una base teorica forte nelle teorie economiche marginaliste, come evidenziato da Roberto Iorio, economista dell’Università di Salerno, ricordando la persistenza della visione negativa del povero come peso per la società. È vero, peraltro, che esistono diverse teorie filosofiche ed economiche che promuovono il sostegno al reddito per fini strumentali, combattere la criminalità legata alla povertà o stimolare l’economia, o di principio come diritto intrinseco. Anche tornare alla storia delle idee può aiutare a superare i pregiudizi, che sono tali proprio perché non hanno mai trovato alcuna base empirica, permettendo di recuperare la funzione originaria del welfare, di demercificazione del lavoro e quindi di autonomia delle persone dal mercato, come ha ricordato Valeria Virgili, autrice di un contributo chiarificatore della distinzione dei termini, contenuto Quaderno per il Reddito presentato in questa sede.

Anche Francesco Pirone riprende le origini del welfare e invita a ritornare al concetto di “attivazione”, che per quanto contraddittorio e scivoloso già in origine, permetterebbe di evitare di attribuire al RdC una funzione salvifica che di suo non può ovviamente svolgere. L’autodeterminazione del soggetto in difficoltà deve tornare al centro del dibattito, ma la misura italiana va integrata con altre politiche che permettano di defamiliarizzare, demercificare e destratificare la condizione del singolo percettore.

Ricerche, sperimentazioni, inchieste per il reddito di base

A scardinare il dibattito attuale, stretto nelle mura dei vincoli e delle frodi, è fondamentale, come sottolineato anche da Rachele Serino, tra le socie fondatrici del BIN Italia, osservare e far emergere il punto di vista dei beneficiari, anche perché non esistono attori collettivi che rappresentino i beneficiari anche dove esiste una storia importante di questo tipo. Non c’è quindi una contro-narrazione dalla presa di parola dei protagonisti, che avrebbe potuto mostrare i risultati raggiunti dal Reddito di Cittadinanza. All’individualizzazione e all’assunzione soggettiva della responsabilità dei propri destini che, secondo Serino, giustifica questa grave assenza, può contribuire a rispondere, anche se solo in parte e senza alcun fine sostitutivo, la ricerca sociale.

Far emergere le informazioni che già esistono sul RdC e sulle sperimentazioni del reddito di base in tutto il mondo, fare inchieste sociali e discuterle pubblicamente è in effetti lo scopo che le ricercatrici e ricercatori si sono dati a conclusione del dibattito. Un obiettivo comune sul quale lavorare nei prossimi mesi, per contribuire, anche in minima parte, a rendere il dibattito intorno al reddito di cittadinanza italiano e alle sperimentazioni sul reddito di base più orientato a immaginare le forme di un nuovo garantismo sociale e di politiche pubbliche di Welfare adeguate alle sfide tecnologiche, sanitarie, economiche che stiamo vivendo.


Giuseppe Allegri, docente a contratto presso Sapienza, Università di Roma, socio fondatore e coordinatore scientifico del Basic Income Network – Italia.

Guido Cavalca, ricercatore in Sociologia economica all’Università di Salerno, dove insegna Sociologia del lavoro e dell’organizzazione e curatore del volume Reddito di Cittadinanza: verso un welfare universalistico? (FrancoAngeli)

 

Tratto da Transform

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