Collegato lavoro. Qualche cenno introduttivo


Antonella Di Florio

Si tratta dell’introduzione al Convegno organizzato a Roma da MD romana e dai Giuristi democratici  il 16.12. sul collegato lavoro. Si sottolineano le misure del Collegato che indeboliscono le tutele del lavoro precario in una situazione in cui notoriamente gli ammortizzatori sociali per questo settore sono debolissimi e manca un reddito minimo garantito di copertura dei minimi vitali.

 

INTRODUZIONE

” Il collegato lavoro”

Roma, 16.12.2010 ore 15

Tribunale Civile, Sala della Musica

 

Ho il compito di introdurre brevemente questa iniziativa e credo, quindi, che la cosa più importante sia quella di spiegare perché abbiamo scelto di proporre a questa platea  un confronto sulla l. 183/2010 , cd Collegato lavoro , approvato dopo un iter lungo e tormentato nel quale si sono inseriti anche importanti rilievi del Presidente della Repubblica sulla originaria versione: versione che ha subito, da marzo ad oggi,  alcune modifiche ma che non cambia il messaggio complessivo che il Governo ed il Parlamento continuano a mandare al mondo del lavoro dipendente ed ai giudici del lavoro.

Abbiamo scelto questo tema proprio perché riteniamo che il messaggio non sia affatto confortante e perché siamo invece convinti che il diritto al lavoro ed i diritti di chi lavora debbano costituire il centro dell’attenzione critica  di tutti coloro che  operano  nella giurisdizione.

Riteniamo infatti   che il terribile momento di crisi – economica e valoriale – che sta attraversando il nostro paese non possa avere uno spiraglio di ripresa se non partendo da una forte riaffermazione dei diritti fondamentali , primo fra i quali la dignità della persona strettamente collegata con la dignità nel lavoro.

Questo incontro è stato organizzato dalla sezione Lazio di Magistratura Democratica  in stretta collaborazione con il Gruppo Europa di MD, in quanto come giudici europei riteniamo indispensabile che l’attività ermeneutica che svolgiamo quotidianamente non possa prescindere da una costante  attenzione alla giurisprudenza delle Corti europee ed alle direttive comunitarie recepite e non ancora recepite.

Anche   per questo il Collegato lavoro suscita non poche perplessità,  in quanto presenta aspetti sui quali il monito della Corte di Giustizia sia sulla nostra legislazione interna che su quella degli altri paesi membri , ad esempio , va in senso contrario a quello che il legislatore italiano sembra voler percorrere; così come non è ben chiaro quanto siano state tenute in debito conto le disposizioni delle direttive comunitarie sul contratto a termine e sul lavoro interinale ( 70/99/CE e 2008/104/CE).

A volo d’uccello, indico sommariamente quali sono i punti salienti della normativa oggetto di questo incontro, lasciando poi la parola alla collega Torrice che ha il compito di coordinarlo.

Come è noto ci sono state importanti modifiche rispetto al tentativo di conciliazione fra le parti che non è più obbligatorio, salvo che per il caso di ricorso giurisdizionale contro la certificazione del contratto di lavoro : la facoltatività unifica sia il rapporto di lavoro pubblico che privato.

A ciò si aggiunge che alla procedura conciliativa dinanzi alla Direzione Provinciale del Lavoro è stata affiancata la possibilità di affidare la soluzione dell’eventuale controversia ad un arbitrato per il quale è stato  previsto  un ampio ventaglio di ipotesi. La posizione di debolezza del lavoratore  lascia perplessi sulla scelta – certamente poco libera – di prevedere all’inizio del rapporto di lavoro la possibilità di affidare la soluzione di un’eventuale controversia ad arbitri.

Un altro punto critico  è costituito dall’introduzione di un termine di decadenza esteso a tutti i licenziamenti nonché alla impugnazione dei contratti a termine  con l’onere di promuovere il  successivo giudizio entro i successivi 270 giorni: se la fissazione di un  limite temporale può essere  condivisibile in relazione ai costi del  rilevantissimo  contenzioso  sorto, ad esempio,  in ordine  alla risoluzione del contratto per mutuo consenso,  per i casi in cui la controversia viene  instaurata dopo un lungo periodo dalla  cessazione del contratto, c’è da chiedersi se il limitato arco di tempo fissato dalla nuova legge, con tutti i problemi pronosticabili  in ordine alla sua decorrenza,  non pregiudichi l’effettività della tutela del lavoratore.

 

Così come l’effettività della tutela, tanto richiamata dalle sentenze della Corte di Giustizia, appare gravemente pregiudicata dalla misura della indennità prevista nei casi di conversione del contratto a tempo determinato ( da 2,5 a 12 mensilità dell’ultima retribuzione ).

La Corte di Giustizia ha rimesso la valutazione “dell’effettiva tutela” ai giudici di merito che hanno nuovamente ricevuto, con la recente sentenza sul caso italiano Sorge contro Poste Italiane Spa ( CGUE  C- 98/09 del 24.6.2010 ) una rafforzata legittimazione, ma è difficile ritenere che il tetto sopra indicato possa, genericamente ed in tutti i casi di nullità del contratto a termine e di conversione di esso in contratto a tempo indeterminato, essere idoneo a risarcire il danno subito e quindi tutelare effettivamente il lavoratore.

 

Ancora, sono state introdotte rilevanti modifiche al contratto di somministrazione: se i requisiti necessari per assumere la qualifica di “agenzia di lavoro” sono diventati più specifici e dovrebbero perciò garantire una migliore selezione dell’intermediario che si occupa di promuovere l’assunzione  di forza lavoro alle dipendenze di un datore di lavoro non ancora individuato, lascia perplessi la “riesumazione” del contratto di somministrazione a tempo indeterminato, abrogato dalla legge sul welfare del 2007..

Ciò in quanto se apparentemente tale tipologia contrattuale sembra fornire maggiori garanzie rispetto alla somministrazione a tempo determinato, visto che, nei periodi di inattività, deve essere corrisposta l’indennità di disponibilità, il rischio concreto di tale scelta politica è quello di determinare una precarietà strutturale attraverso una “generalizzata” sostituzione continua di manodopera.

Con buona pace per qualunque progetto formativo all’interno dell’impresa, e con gravi danni esistenziali per il lavoratore, derivanti dall’interruzione continua delle relazioni sociali all’interno del impresa  compensati solo  dall’illusione  di un  posto fisso che, in realtà,  non c’è più per nessuno.

Flessibilizzazione  massima, quindi , che però non viene accompagnata da adeguati ammortizzatori sociali e, in particolare da una misura – ormai assolutamente diffuse in tutta Europa –  come il reddito minimo garantito, unico strumento a poter sostenere una scelta , forse obbligata , di rinuncia rispetto alla stabilità del posto di lavoro: ciò in quanto – e qui sovviene il dubbio di contrasto con la direttiva  europea sul lavoro interinale – la misura dell’indennità di disponibilità è inferiore al salario relativo al medesimo periodo. Si profila dunque una riduzione del livello generale di protezione dei lavoratori, espressamente vietata dall’art. 9 della direttiva 2008/104/CE.

 

Potrei esporvi  moltissimi altri dubbi, tutti incentrati sulla constatazione di una  generale riduzione delle tutele: pensiamo solo alle modifiche introdotte alla L.104 /90 in tema di permessi per figli  disabili che possono essere ora concessi, solo alternativamente,  all’uno o all’altro genitore .

 

Ma mi fermo qui , non prima di segnalare –  per ultimo ma non da ultimo – ciò che  riguarda noi giudici e la nostra attività interpretativa. La quale è stata espressamente   ridimensionata nell’art. 30 , attraverso la previsione di un controllo giudiziale limitato ” all’accertamento del presupposto di legittimità”  in tema di instaurazione  di un rapporto di lavoro , di trasferimento d’azienda e al recesso : tutti sanno che la giurisprudenza di legittimità era già consolidata nell’escludere che il giudice potesse  sostituirsi , con la sua decisione, al potere organizzativo  del datore di lavoro nella gestione dell’impresa. Ma la formulazione della norma  ha un tono , direi, intimidatorio che mal si concilia con l’affidamento al compito  ermeneutico  del giudice interno che la Corte di Giustizia ribadisce costantemente nelle sue decisioni .

Di cui , ancora una volta, il legislatore italiano non sembra tenere gran conto.

 

Antonella Di Florio