Ciò che è Stato, scenari oltre la crisi


Massimiliano Smeriglio

La Regina viarum è un luogo meraviglioso. Ancora oggi un lungo tratto romano dell’Appia antica, quello adiacente la tomba di Cecilia Metella, ci consegna una idea abbastanza precisa di ciò che significava per i romani la bellezza funzionale, quella connessa alle opere pubbliche. Un posto magico, guarnito da cipressi a perdita d’occhio e basolato romano.Appena però ci si allontana di qualche metro dal sedime della strada, un po’ oltre i siti archeologici, il paesaggio cambia d’improvviso. Alla potenza pubblica degli antichi si sostituisce il potere privato dei moderni. Ville bellissime, residenze invisibili incastonate tra i reperti archeologici e la campagna romana. Ma a colpire non è tanto l’esclusivo privilegio di abitare in un luogo simile; quanto l’assenza totale di cura pubblica. Per arrivare in queste regie bisogna dotarsi di mega suv capaci di guadare strade con buche gigantesche, interi tratti di asfalto simil bombardato.

Una prima cartolina d’Italy può essere questa, una gigantesca sperequazione tra povertà pubblica e ricchezza privata, almeno otto volte il valore del PIL. Sarà anche per questo che i tedeschi così zelanti nella cura dei beni pubblici sono un po’ arrabbiati con noi. La potente Germania e la piccola Italia. Con l’avvertenza di ricordarci sempre che la ricchezza, privata, di un italiano è pari a 150mila euro anno mentre quella di un buon suddito delle compatibilità teutoniche è di 130mila. Insomma per la media del pollo gli italiani sull’orlo del baratro continuano a vivere meglio, pardon a consumare o accumulare di più , di un cittadino tedesco.

E’ chiaro che la media non è indicativa delle condizioni reali del nostro Paese. Da un lato la sistematica evasione ed elusione fiscale di imprenditori e professionisti, un patrimonio gigantesco di beni immobili, rendite varie e asset di lusso. Dall’altro il mondo del lavoro dipendente, dei pensionati e della precarietà diffusa, giovanile e non solo, alle prese con condizioni di vita sempre più drammatiche.

E la media diventa insignificante se partiamo dalle condizioni del sud. Il meridione continua a crescere meno del resto del Paese con un tasso di disoccupazione giovanile del 25%. In pratica uno su tre non ha un’occupazione. Al sud il Pil 2011 crescerà dello 0,1%. Tra il 2008 e il 2010 delle 533mila unità di lavoro perse in Italia ben 281mila appartenevano alle Regioni meridionali.

Una forbice sempre più divaricata.

Come dimostrano i dati dell’impatto sui redditi dell’aumento dell’iva (600 euro anno) o come testimoniano gli studi sui consumi alimentari delle fasce medio basse della popolazione. In particolare il reddito medio delle famiglie è tornato indietro di un decennio. Il 35% dei consumatori si è convertita al nomadismo, vagando da un punto vendita all’altro a caccia di offerte e soluzioni. Si scelgono confezioni più piccole, si riempie meno il frigo di cibi freschi (carne, pesce, ortofrutta). Dell’ottimismo del Cavaliere non è rimasto granché. Il 42% ( un anno fa era il 23%) dichiara peggiorate le proprie prospettive di lavoro. Solo un giovane su due crede nel valore della formazione, mentre diminuisce persino la percentuale di coloro che scelgono di mettersi in proprio, il 27% (43% la media UE).

Da ultimo in un anno le sofferenze del sistema bancario sono passate da 66.720 milioni di euro del maggio 2010 a 99.000 del luglio 2011. Nonostante la tenuta della raccolta dei depositi, l’impatto della crisi del sistema bancario e il suo relativo declassamento incide direttamente sul costo dei mutui di chi fatica ad arrivare alla fine del mese, passando in un anno dal 2,66%, agosto 2010, al 3,5% dell’agosto 2011.

Di contro la disperazione fa miracoli, rimpinguando le casse dello Stato grazie al gioco: alla fine del 2011 saranno 73 i miliardi ( quasi il 20% in più rispetto al 2010) spesi dagli italiani in giochi a premi, lotterie, gratta e vinci e slot machine. Una spesa superiore a quella investita in abbigliamento e calzatura e pari al 60% dei consumi alimentari.

La geografia dei consumi cambia repentinamente in peggio. E per un Paese che fonda la sua economia sostanzialmente sui consumi interni non è una grande notizia.

Una seconda cartolina è quella che riguarda la condizione di vita dei più giovani.

“l’occupazione non riparte e le imprese continuano a offrire soprattutto contratti precari”, così recita l’ultimo bollettino della Banca d’Italia. La generazione Neet, Not in education, employment or training, straripa. Ragazze e ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non vanno a scuola né all’università, non seguono corsi di formazione professionale e non lavorano. Colpite soprattutto le donne e il sud. Quello dei Neet è uno dei pochi primati europei dell’Italia. Secondo il centro studi datagiovani del Sole 24 ore, rispetto agli anni settanta il tasso di occupazione tra gli under 25 si è dimezzata, mentre i senza lavoro al di sotto dei 35 anni si sono quadruplicati. L’invecchiamento della popolazione è oramai una certezza. Quaranta anni fa gli anziani erano la metà degli adolescenti, oggi sono una volta e mezza.

Due milioni di analfabeti lavorativi, scoraggiati e disillusi.

Inoltre il 42% dei lavoratori dipendenti che oggi ha tra i 25 e i 34 anni andrà in pensione con meno di mille euro al mese. Ovviamente sono i più fortunati. Gli altri, i non standard, collaboratori per forza (3,6 milioni) o finte partite iva ( 1,3 milioni) contribuiscono nella loro condizione alla riduzione dei consumi e delle entrate fiscali. Senza contare che non avranno mai una pensione, né permessi per malattia, ferie e congedi parentali.

La sovrapposizione delle due cartoline ci restituisce un quadro sconfortante, un Paese ingiusto, rattrappito, vecchio, provinciale incantato da una danza macabra capace di consegnarci l’immagine di una guerra civile a bassa intensità di chi ha potere contro chi lo subisce. Ricchi contro poveri, evasori contro lavoratori dipendenti, vecchi contro giovani, nord contro sud, uomini contro le donne.

In sintesi un uomo ricco, anziano, del nord, evasore fiscale, tiene in ostaggio il Paese. Un uomo che ha perso il senso delle cose pubbliche e della saggezza, che cerca di saccheggiare quanto più possibile il Paese e la sfera del vivente rimanendo appeso al consumo disperato di giovani corpi che lavorano per il suo piacere senile. In fondo Berlusconi rappresenta perfettamente il blocco sociale e di interessi che tiene in ostaggio il Paese. E’ lui la biografia del Paese, lui con la sua formidabile narrazione regressiva.

Il ventennio berlusconiano, la sua cultura, lascerà un segno indelebile sul corpo d’Italia. E non si esce dal tunnel del populismo verace e vorace pensando di guardare all’indietro e provando a delegare ad altri la responsabilità di traghettare il Paese su lidi meno pericolosi.

La risposta al populismo non potrà essere una accelerazione iperliberista fondata sulla credibilità di capitani d’impresa votati alla causa nazionale. Se al populismo si contrappone la tecnocrazia dal volto gentile di Monti e Montezemolo o il manifesto per la crescita di Confindustria le cose potrebbero persino peggiorare.

E la soluzione va trovata nel presente, prendendo atto una volta per sempre che lo Stato nazionale che abbiamo conosciuto nel novecento non esiste più. Con lo Stato nazionale che viene meno si consumano gli ultimi brandelli del compromesso socialdemocratico che ha orientato la vita del nostro Paese. Compresa la straordinaria vicenda delle autonomie locali e dei Comuni umiliati e messi alle corde.

La Fiat, un tempo, è stata una impresa produttiva territorializzata, a forte vocazione nazionale. Oggi è un algoritmo, un flusso finanziario che si muove e rimbalza da una borsa all’altra, da un continente all’altro. Nella notte dei tempi era la sinistra a essere internazionalizzata e a tenere la testa a livello delle cose del mondo, mentre l’impresa si barcamenava sul territorio. Oggi siamo noi a barcamenarci tra i residui produttivi rimasti attaccati ai luoghi mentre le imprese si sono globalizzate diventando un flusso.

Ripartire da queste considerazioni significa prendere atto della partita che dobbiamo giocare nei prossimi mesi.

Tutto ciò che è Stato rischia di non essere più. Il welfare, il municipalismo, persino la Costituzione come insieme di valori extramercantili rischiano di sparire per sempre sotto i colpi della crisi e dell’opportunismo neoliberista. Uno Stato che svende i suoi asset strategici, che privatizza i beni di famiglia, che rinuncia all’utilizzo del deficit spending e che contemporaneamente persiste nel regolare la dimensione etica del vivente, biotestamento e coppie di fatto come paradigmi del nuovo profilo statuale.

La destrutturazione del welfare e l’impoverimento delle autonomie locali ci consegna un quadro drammatico in cui i servizi essenziali non saranno più assicurati. Servizi sociali, anziani, bambini, portatori di handicap, soggetti fragili e precari, donne in difficoltà, per non parlare dei nuovi bisogni rappresentati dai migranti di seconda generazione e dai nuovi flussi migratori. Soggetti, persone in carne ed ossa che rischiano di ritrovarsi da soli davanti alla pervasività della crisi. In questo senso tornare a riflettere e sperimentare forme di mutuo aiuto e soccorso a partire dalle migliori esperienze del movimento operaio di fine ottocento riviste alla luce delle nuove forme del lavoro sarebbe un passaggio utile.

La messa in comune del pensare e non del pensiero, la condivisione dei saperi, la gestione collettiva dei tempi di vita e di lavoro, la proliferazione delle modalità progettuali open source.

La cura del paesaggio dei beni comuni e del vivente, la presa in carico possono assumere un peso nella riorganizzazione sociale al tempo dello Stato minimo. Resta il tema dello spazio comune e delle funzioni pubbliche da declinare a livello europeo.

Ma ciò che è stato riguarda anche il nostro modo di concepire il posizionamento politico e sociale rispetto alla crisi. Un dibattito perverso, trilobato, cerca di spaccare ciò che dovremmo tenere insieme. Rivolta, rappresentanza, tensione verso la possibilità di potere (governo per l’alternativa) vengono continuamente spacchettati da soggettività politiche incapaci di fuoriuscire dal novecento.

La rivolta non è gesto e nemmeno un rito catartico da consumare nella manciata di qualche ora. Fuochi fatui che brillano assai e per poco tempo. La rivolta non è la guerriglia urbana, è un processo che somiglia ai volti dei ragazzi che cingono d’assedio Wall street o che hanno animato le notti madrilene. Un processo costituente fondato sulla riscoperta di ciò che è comune. E che cerca disperatamente di incidere e riaprire uno spazio politico reso irrespirabile dalla eterodirezione della Economia.

Questi tre elementi non possono che camminare insieme, solo dall’intreccio tra indignazione, stabilizzazione di nuova rappresentanza sociale e capacità di incidere sul quadro politico può nascere una fuoriuscita dalla crisi. Viceversa la dimensione politica se non viene spinta e rigenerata da una radicalità molecolare, ad alto contenuto di democrazia, resta muta dinanzi alla potenza delle banche e delle agenzie di rating. Solo il mescolarsi di queste tre dimensioni può ridefinire le priorità e le cose giuste da fare ad ogni livello, a partire da un nuovo equilibrio tra ciò che è comune e ciò che rimane privato. Solo la commistione di questi tre livelli può e deve cercare d’impedire la stabilizzazione moderata dell’Italia post Berlusconi.

Realizzare davvero lo spazio di una alternativa di governo che sappia contenere l’ambizione di una alternativa di società è cosa difficilissima.

Ma provarci è il compito che ci spetta.

La questione non è cosa facciamo della sinistra, ma come difendiamo la nostra gente dall’urto della crisi. Una sinistra incapace di misurarsi con la responsabilità sociale che il momento storico gli consegna è una sinistra che non serve a nulla. Un inutile feticcio. Una intercapedine burocratica farcita di ceto politico in eccedenza capace solo di ingolfare il dibattito e le forme di mobilitazione delle nuove generazioni e delle nuove figure sociali in progress.

Non provarci significherebbe da subito favorire l’alternanza tra populismo e tecnocrazia, accorciare i tempi di un inveramento, quello del governo tecnico e del blocco dei produttori capitanato da Montezemolo e Della Valle.

Rompere questo incantesimo, fermo agli schemi del ciò che è stato, è il compito dell’oggi.

La tricotomia rivolta, rappresentanza, governo è una superfetazione molto cara alla sinistra italiana. Dobbiamo romperla. In fondo, se proviamo a cambiare latitudine, diviene una tema quasi incomprensibile. La storia del sud america degli ultimi quindici anni parla una lingua meticcia in cui le tre dimensioni si intrecciano e rincorrono vicendevolmente. Nel 2000 l’Argentina è stata affondata dal neoliberismo. La rivolta, quella vera fatta di morti e feriti, e la densificazione dei corpi intermedi nella società hanno determinato un cambio. Radicale e credibile. Che vale ancora oggi.

Un nuovo welfare capace di includere chi, da precario, non ha alcuna garanzia sociale, la cura del paesaggio e dei beni comuni, il reddito minimo, la democrazia nei luoghi di lavoro, una nuova vocazione euromediterranea per il Paese, una gigantesca opera di conversione ecologica dell’intera economia, una tassazione progressiva fondata sulla patrimoniale capace di colpire le rendite, la volontà di tornare a credere alla dimensione politica e democratica di un continente che deve imparare a nuotare nel nuovo assetto geopolitico del mondo. Senza supponenza.

Perché ciò che è Stato non sarà più e gli egoismi e le piccole patrie si possono battere coltivando la dimensione Comune dentro una paradigma simbolico e materiale chiamato Europa.

Se sapremo metterci in cammino, se sapremo abbandonare la casa del padre, se sapremo sollevare lo sguardo all’altezza delle responsabilità, con sobrietà e determinazione, se sapremo coniugare radicalità alternativa e governo, daremo gambe e parole ad un tempo nuovo.

Un tempo tutto da scrivere, che gli antichi maestri non sanno più leggere.

Interpretarlo con occhi nuovi è il tema del presente.

Massimiliano Smeriglio

questo articolo sarà pubblicato sul prossimo numero di Loop