Il welfare tedesco: come conservare e valorizzare le differenze tra classi sociali


Nicola Carella

Ogni volta che in Italia si discute di “reddito di cittadinanza” viene richiamato il sistema dei sussidi tedesco. Ma come funziona veramente Hartz IV? E come il reddito del governo giallo-verde rischia di diventare una copia ancora più autoritaria del management della povertà vigente in Germania?

(Roland Koch nel 2010, parlamentare CDU e consigliere di Angela Merkel per le questioni economiche).

 Da alcuni anni, ciclicamente, ogni volta che in Italia si discute di “reddito di cittadinanza” si guarda quasi immediatamente al sistema Hartz IV tedesco. Ora però che si iniziano a intravedere, anche se vagamente, i contorni della misura anticipata dal Governo Conte, si può finalmente considerare quest’attenzione del tutto legittima. Con il sistema di sussidi vigente in Germania infatti la misura gialloverde ha delle profonde analogie. Eppur tuttavia del reddito di cittadinanza italiano, ancora di là a venire come misura effettiva, i dettagli emergono in modo contraddittorio e progressivo, per questo risulta ancor difficile, a oggi, costruire un paragone diretto e puntuale con Hartz IV. Può essere però utile spiegare come funziona l’intero sistema dello stato sociale tedesco, da dove nasce e come involve in una torsione sempre più autoritaria, fotografare gli esiti e i risultati prodotti negli ultimi anni, cioè quelli del “boom economico” nella “locomotiva d’Europa”. Può servire anche perché inserisce la proposta italiana in un quadro generale europeo, decostruendo le retoriche con cui o la si esalta come “misura rivoluzionaria” o la si critica come “assistenzialismo demagogico”; infine, dettaglio non secondario, può dare indicazioni su ciò che può produrre nella società italiana una volta entrato in vigore.

Per inquadrare al meglio il welfare state della RFT è bene considerarlo come il risultato finale di successive riforme che hanno accompagnato la storia, non proprio lineare, della Germania post-bellica. Vari strumenti di protezione sociale che coesistono ancora e che sono raccolti nel Sozialgesetzbuch (Codice del diritto sociale). Il Sozialgesetzbuch ha 12 diversi capitoli, divisi per campo di intervento. Alcune parti sono rimaste invariate dal 1976 (quando la Germania era ancora divisa in due diverse nazioni), altre sono state modificate nel 1991 (subito dopo la riunificazione), le più recenti sono datate 2005 (e cioè proprio quelle che riguardano il reddito minimo e l’indennità di disoccupazione) o 2018 (per quelle che riguardano le politiche di riabilitazione e inserimento sociale delle persone disabili). Tuttavia sebbene la società tedesca sia cambiata di molto nel corso degli ultimi decenni, è rimasto sostanzialmente invariato l’approccio della governance di Berlino alle sfide cui un sistema di protezione sociale deve rispondere.

Infatti, come dice il sociologo Gøta Esping-Andersen in The three worlds of welfare capitalismil welfare tedesco è il prototipo del modello di stato sociale “conservatore” (da opporre al modello liberale e a quello socialdemocratico). A differenza degli altri modelli, quello conservatore si caratterizza per il fatto che viene “conservata” appunto la distinzione netta tra le diverse classi sociali. In altre parole non aiuta a uscire dal bisogno o dalla povertà ma reitera questo stato di necessità mettendolo a valore nella società.

Il modello si basa sulla concezione di welfare state bismarckiano, nel quale l’erogazione delle prestazioni, a differenza dei modelli fiscali, veniva finanziata e quantificata solo in funzione della quantità dei contributi effettivamente versati (e per esempio questo risulta evidente nel sistema pensionistico, totalmente contributivo). Alle origini bismarckiane vanno inoltre aggiunte una profonda etica protestante che vede nel lavoro la misura della morale del cittadino e il suo diritto ad un riconoscimento sociale ed il dispositivo disciplinante del “debito”: in tedesco Schuld, colpa o responsabilità, significa pure, specialmente al plurale  (Schulden), debito.

Queste le radici “ideali” del modello conservatore che spiegano come sia possibile che in una nazione che negli ultimi anni ha conosciuto un boom economico come poche altre al mondo (da dieci anni il PIL cresce quasi costantemente in media del 2 % e la disoccupazione è scesa intorno al 4% dal 13% di fine anni ‘90), siano aumentati in numero assoluto i poveri (dal 10% del 1998 al 19% nel 2017), come si sia divaricata anche la forbice tra redditi alti e redditi bassi, e quella tra redditi dei tedeschi e dei non tedeschi (tra i tedeschi il rischio di povertà è al 13 % oltre il 30 % per i non tedeschi) ma anche tra quelli degli uomini e quelli delle donne (il gender gap salariale è arrivato al 22 %) o tra tedeschi dell’ovest e tedeschi dell’est (il gap salariale è fermo al 25 % a quasi 30 anni dall’unificazione). E sempre questo modello proprio nel suo erogare un sussidio su base contributiva (e non come un diritto di cittadinanza in sé) spiega come sia possibile che alcuni istituti pubblici che erogano sussidi o servizi non solo non siano in perdita, ma addirittura in attivo.

È il caso della Gesetzliche Krankenkasse (le Assicurazioni Sanitarie pubbliche) che ha chiuso il 2017 con 3,5 miliardi di euro di utili complessivi o anche dell’Agentür für Arbeit (cioè l’agenzia che eroga il sussidio di disoccupazione ALG I) che ha chiuso il 2017 con un +17% rispetto al bilancio dell’anno precedente. Non c’è quindi da sorprendersi se oggi il Ministro Luigi di Maio venga in visita nei centri per l’impiego tedeschi, così efficienti da essere gli unici enti pubblici al mondo che sebbene votati a una spesa riescano non solo a risparmiare in modo austero ma persino a guadagnare.

Una macchina indubbiamente efficiente che divide la società per classi, che annulla ogni possibile ascensore sociale, che mette a valore la povertà e che gestisce il welfare state riducendo al minimo i costi per le casse dello Stato.

Per spiegare al meglio il funzionamento di quello che ricorda il Castello di Kafka è bene in questo articolo approfondire alcuni capitoli del Sozialgesetzbuch particolarmente vicini alle riforme annunciate in Italia: il sistema di reddito minimo e l’indennità di disoccupazione.

 

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’EUROPA: IL MODELLO HARTZ IV.

«lo voglio che la Germania entro due legislature, e cioè fino alla fine di questo decennio, e cioè proprio entro l’anno 2010, torni di nuovo a essere grande in Europa»

(Angela Merkel in versione trumpista ante litteram, durante il suo intervento come leader dell’opposizione al Bundestag, il 14 marzo 2003, durante la votazione sulla riforma Hartz)

Dal 1 gennaio 2005 Hartz IV ha riformato definitivamente il sistema di protezione sociale per i disoccupati in Germania. La riforma prende il nome da Peter Hartz, dirigente della Volkswagen e allo stesso tempo politico della Bassa Sassonia, Land che della più grande fabbrica europea detiene per legge il 20 % del pacchetto azionario. La “rivoluzione copernicana”, a cui guarda il Governo 5 stelle-Lega, riprende sia le parti del Sozialgesetzbuch che normavano l’indennità di disoccupazione sia quelle sulla protezione sociale contro la povertà. La riforma fu fortemente voluta dal Cancelliere Schroeder e dall’SPD allora al governo. Lo slogan che ne accompagnò l’approvazione fu “Fördern und Fordern” (“Sostenere e pretendere”) e si dava come obiettivi quelli che il governo di allora aveva elencato nella famigerata Agenda 2010, in piena sbornia da terza via blairiana. L’idea di base era quella di riattivare i disoccupati in un mercato del lavoro da riformare in senso meno “rigido”, più “flessibile” e “moderno”.

Per creare la domanda di lavoro necessaria allo scopo furono quindi creati i famigerati contratti “Mini Job” – forme di contrattualizzazione per lavori occasionali a tassazione agevolata. Ogni lavoro con un salario inferiore ai 450 euro mensili è considerato Mini Job. Su questi contratti l’intera tassazione, i contributi, la copertura sanitaria sono a carico del lavoratore e non, come per tutti gli altri contratti tedeschi, divisi tra datore di lavoro e lavoratore. Esattamente come per i voucher in Italia, furono introdotti per fare emergere il lavoro nero e furono introdotti come “misura eccezionale”. Ma la misura eccezionale, come spesso accade in politica, è diventata la norma e nel corso degli ultimi 15 anni l’utilizzo di contratti Mini Job ha superato proporzionalmente quello di ogni altro tipo di contratto; oggi i Mini Job sono diventati quasi la condizione di accesso naturale al mercato del lavoro per disoccupati di lungo corso, migranti e  lavoratori poco qualificati.

La carriera di Hartz, come dirigente aziendale e autorevole consulente del Governo socialdemocratico, finì rovinosamente pochi mesi dopo l’entrata in vigore della sua riforma, investita da scandali per corruzione tra azienda e sindacati e sfruttamento della prostituzione con soldi pubblici, e anche quella del Cancelliere Schroeder non fu molto migliore, almeno in patria: attualmente siede nel consiglio d’amministrazione del colosso russo del gas Gazprom. La loro pesante eredità invece ha avuto invece successo e oggi in tutta Europa si guarda al modello Hartz IV come riforma dei diversi welfare nazionali. Al netto però del fatto che gli obiettivi dell’Agenda 2010 non siano stati realizzati se non nella parte più iniqua e meno redistributiva. A epitaffio politico di quella stagione socialdemocratica potremmo ricordare le parole, come da suo stile ciniche e realiste insieme, con cui la neoletta Cancelliera Angela Merkel ringraziò il lavoro del suo predecessore per aver fatto ciò che mai la destra si era sognata di fare in Germania: «Voglio ringraziare il Cancelliere Schroeder personalmente, lui ha con la sua Agenda 2010 con coraggio e determinazione spinto ad aprire una porta, una porta per le riforme mai aperta prima, vincendo molte resistenze, opposizioni e critiche».

Il miglior commento al “modello tedesco” però rimane ancora oggi quello del suo stesso estensore, Peter Hartz, che nel suo libro Macht und Ohnmacht con candido e crudele realismo, tipicamente tedesco, scrive: «È venuto alla luce un efficiente sistema che disciplina e punisce i disoccupati».

Dopo questa premessa di carattere politico sulla nascita del sistema Hartz proviamo sinteticamente a spiegarla nel dettaglio. Hartz IV prevede due tipi di intervento: l’Arbeitlosergeld II (cioè il reddito minimo) e l’Arbeitlosergeld I (cioè l’indennità di disoccupazione).

Dei due l’ALG II è ciò che più si avvicina alla proposta del Movimento 5 Stelle di reddito di cittadinanza, almeno per come oggi è dato conoscerla. È un reddito minimo, una protezione sociale di base e conseguentemente, secondo la Costituzione Tedesca, illimitata nel tempo. L’erogazione tuttavia è rinnovata di 6 mesi in 6 mesi. Se il disoccupato non rifà domanda ogni 6 mesi non viene erogato il sussidio perché si considera venuta meno la necessità.

Ne possono beneficiare disoccupati e lavoratori, tedeschi o meno, che: hanno almeno 15 anni di età e non hanno ancora raggiunto l’età pensionabile minima, sono in grado di lavorare, hanno bisogno di aiuto e integrazione al reddito e hanno la loro residenza abituale nella Repubblica federale di Germania. Non hanno viceversa diritto all’ ALG II gli stranieri che: non hanno residenza o domicilio in Germania, non hanno diritto ad un permesso di lavoro, il cui reddito serve solo esclusivamente a una ricerca di lavoro che si prolunghi oltre 6 mesi, che non abbiano lavorato in Germania per almeno 1 anno, che sono in Germania da meno di 3 mesi e sono senza reddito.

Già nella definizione della platea degli aventi diritto appaiono le prime differenze con il progetto 5 Stelle. Il Governo italiano parla infatti di un reddito solo per italiane e italiani o per stranieri residenti in Italia da oltre 10 anni.

A parte l’aperta violazione di diversi trattati europei sull’accesso paritetico ai diversi welfare state per cittadini comunitari, questa differenza non è un caso e ha a che fare con la composizione storica della forza lavoro in Germania. Dal 1945 in poi la componente migrante tra i lavoratori non è mai stata marginale, anzi. Sarebbe stata una cesura troppo forte prevedere un trattamento differente tra lavoratori o disoccupati tedeschi e migranti (o con background migrante). Segregare su base etnico-nazionale un mercato del lavoro che proprio dai Gästarbeiter ha tratto la sua fortuna sarebbe stato incomprensibilmente ingiusto (lavoratori migranti sono presenti in tutti i sindacati tedeschi, molti vicini proprio all’SPD) oltre che probabilmente anticostituzionale. Nella prima versione della riforma Hartz infatti non si ponevano limiti e condizioni per gli stranieri. Questi limiti sono stati inseriti solo recentemente e solo come emendamenti alla riforma, per governare il flusso di migranti, comunitari e non, arrivati nella Repubblica Federale dal 2008 in poi (i cosiddetti “turisti del welfare”). I limiti inseriti nell’accesso al welfare per stranieri hanno però solo riprodotto lavoro nero e sottopagato giacché non potendo accedere ad alcun benefit se non dopo aver lavorato per almeno un anno in regola, molti migranti, anche italiani per esempio, devono accettare qualunque mansione proposta loro per sopravvivere mentre imparano la lingua e si integrano nella società e nel mercato del lavoro tedesco. Esistono inoltre molti specifici dispositivi del governo dei “processi di integrazione” che rendono la condizione migrante una condizione in cui si è maggiormente esposti a diventare un working poor e a cadere nell’emarginazione sociale, ma questo è un discorso diverso che meriterebbe un articolo a sé.

Tornando al funzionamento dell’ALG II, ha diritto al reddito minimo un intero nucleo di beneficiari o il singolo individuo. Non è legato alla dichiarazione all’ufficio fiscale (a differenza di quanto proposto dal Governo italiano) ma a un’autocertificazione che si fa al momento della domanda al Job Center. La ragione di ciò sta nella Costituzione tedesca: quando questa fu redatta all’indomani della tragedia del secondo conflitto mondiale, per evitare torsioni autoritarie da Stato Leviatano fu espressamente vietato che i diversi uffici pubblici potessero tra di loro passarsi informazioni sul singolo cittadino (per chi parla di «banca dati unica per ottimizzare l’efficienza della PA» questo può sembrare incomprensibile, ma tant’è). Così il Finanzamt (l’ufficio delle finanze) non comunica con l’Arbeitsamt (l’ufficio del lavoro), che non comunica con il Bürgeramt (cioè l’ufficio comunale) o con lo Jugendamt (ufficio per l’infanzia), ecc. Fa fede, quindi, ai fini del calcolo del reddito minimo da erogare, ciò che il richiedente dichiara all’ufficio competente (allegando copie di contratto di lavoro, contratto affitto di una stanza o una casa ecc.). Il reddito si calcola sulla base del salario, di eventuali rendite effettive (se si ha casa di proprietà questa non fa reddito in sé ma solo se affittata) o capitali investiti. Non fanno reddito ai fini del reddito minimo ALG gII altri aiuti del welfare tedesco.

Non esistono forme penali per colpire chi dichiara il falso (come annunciato dai 5 Stelle in Italia); in quei casi è prevista la perdita temporanea del diritto al reddito o, nei casi più eclatanti, l’obbligo di restituire i soldi ricevuti (per la parte ricevuta in modo fraudolento).

L’ammontare del contributo è pari a 418 € per ogni componente del nucleo beneficiario e 240-296 € per ogni minore a carico. A questo importo va sottratto il reddito del nucleo fatto salvo per una quota di “tutela” di 175 € mensili a singolo maggiorenne. A questa parte dell’ALG II va sommato il contributo per le spese di affitto e riscaldamento pari ad un massimo di 460 € per una singola persona. Inoltre viene coperto il versamento dei contributi di protezione sociale e la copertura assicurativa sanitaria pubblica. A questa somma si aggiungono una serie di servizi e aiuti una tantum previsti dal sistema di protezione sociale (abbonamento ai mezzi pubblici, accesso a teatri, biblioteche, musei, acquisto mobili per nuova casa, acquisti necessari in caso di maternità, malattia ecc…). Il reddito così calcolato viene versato sul conto corrente del richiedente o, per chi non ha un conto in banca, tramite assegno inviato direttamente per posta. Viene versato ogni fine del mese per il mese successivo (per es. il reddito per febbraio viene versato il 29 o 30 di gennaio ecc…).

Non esistono indicazioni di alcun tipo su come spendere il sussidio se non che non può essere speso fuori dai confini tedeschi (eccezion fatta per i 20 giorni di “ferie” concesse al disoccupato ogni 6 mesi).

Il disoccupato o lavoratore che riceve l’ALG II sottoscrive con il Job Center, cioè con il centro per l’impiego, un contratto che lo vincola a un percorso di integrazione e formazione e inserimento nel mercato del lavoro, pena sanzioni economiche e decurtazioni dell’assegno fino al ritiro dell’intero importo. Sono previste due tipi di sanzioni nel periodo semestrale di durata del “contratto”. Il primo tipo di sanzioni sono le “grandi” sanzioni, applicate per la violazione del contratto sottoscritto a inizio del semestre, sono 3 successive sanzioni del 30% l’una e alla terza si perde il diritto all’assegno fino alla fine del semestre. Il secondo tipo, le “piccole” sanzioni, vengono inflitte per mancata presenza agli appuntamenti con l’ufficio di collocamento o mancata comunicazione dei cambiamenti di condizione lavorativa durante il semestre, sono sanzioni temporanee pari al 10%. Entrambe queste percentuali vanno calcolate sulla cifra dell’ALG II sul reddito, esclusa quindi la parte sull’alloggio. Solo in caso di terza grande sanzione si sottrae anche questa parte di assegno. Il sistema delle sanzioni, cioè lo strumento cardine del workfare tedesco, è oggi messo sotto duro attacco da parte della sinistra della SPD e della Linke. Per questo in alcune realtà, il Land di Berlino per esempio, si sta sempre più spesso ragionando di forme sperimentali di “reddito di base” senza sanzioni, su base volontaria per i disoccupati di lungo corso che si rendono disponibili a essere chiamati per lavori pubblici socialmente utili.

I Job Center sono gli uffici disposti ad erogare l’ALG II. Sono gli “uffici per l’impiego” che il Ministro Luigi Di Maio è andato a visitare nel suo passaggio berlinese. Sono decentralizzati rispetto agli uffici di Collocamento e dell’Agenzia Federale del lavoro (cui spetta per esempio l’erogazione del sussidio di disoccupazione ALG I); sono agenzie a capitale pubblico-privato con bilancio autonomo annuale. Avendo bilanci autonomi provano costantemente a violare le normative e risparmiare denaro rifiutando il sussidio a chi ne ha invece diritto. Questi tentativi, generalmente arbitrari, hanno prodotto nel 2017 solo nel Land della capitale tedesca la cifra record di quasi un milione di ricorsi. Di questo milione nel 96% dei casi il Tribunale Sociale ha dato ragione ai richiedenti e torto ai Job Center. Come dicevamo, il bilancio dei Job Center è composto da un contributo pubblico e da una parte di capitale privato. La parte privata arriva da finanziamenti di agenzie di formazione professionale, fondazioni sindacali, scuole di lingua e agenzie di lavoro interinale. Soggetti non proprio disinteressati a lucrare sui percorsi di formazione e inserimento nel mercato del lavoro dei disoccupati e dei poveri. In qualche modo possiamo dire che la loro partecipazione al bilancio dei Job Center gli garantisce anche la domanda per i servizi che erogano; questo ovviamente tende a rendere il “percorso di inserimento” spesso totalmente indipendente dalle skill o dal curriculum vitae del disoccupato e molto più legato agli interessi degli azionisti dei Job Center, in totale contrarietà con lo spirito annunciato dagli estensori della riforma nel 2003.

Tuttavia è bene precisare che per ogni comunicazione e decisione del Job Center, il beneficiario o il nucleo beneficiario ha diritto a intraprendere un ricorso presso il Tribunale Sociale, i costi del ricorso (spese del legale comprese) non sono a carico del ricorrente. Questa forma di “equilibrio” nel rapporto tra Job Center e cittadino è una garanzia del rispetto dei diritti dei richiedenti che altrimenti sarebbero lasciati in balia delle decisioni di enti pubblico-privati e agenzie di formazione professionale, senza possibilità di far valere le proprie ragioni.

Il diritto ai ricorsi fu una delle principali vittorie dei movimenti di disoccupati che dettero battaglia al modello Hartz tra il 2003 e il 2005.

In Italia ogni ricorso al TAR ha un costo minimo di circa 800 euro e questo rende la possibilità di ricorsi contro le decisioni future dei centri per l’impiego difficilmente alla portata dei poveri a cui la misura dice di rivolgersi (non parliamo poi dei costi per un avvocato penalista per la difesa dall’accusa di “falso in reddito di cittadinanza”, nuovo reato inserito nel codice penale a mezzo stampa dai 5 stelle). Anche questa non è differenza di poco conto.

In Germania infine, se il beneficiario dovesse «permanentemente incorrere in una situazione di volontaria e persistente dipendenza dall’ALG II», potrebbe andare incontro a una segnalazione di “comportamento antisociale” che, se convalidata dal Tribunale Sociale, trasformerebbe il sussidio erogato in “prestito” da pagare a rate una volta percepito uno stipendio. Quest’ultima novità è datata 2016 e trasforma l’erogazione del sussidio in una forma di debito nei confronti dello Stato tedesco. La riforma che ha introdotto il “comportamento antisociale” è stata voluta dall’SPD, nel governo di Grosse Koalition e in particolare dal Ministro al Welfare Andrea Nahles, oggi considerata l’ala sinistra dei socialdemocratici.

È una misura fortemente criticata (sebbene ancora poco utilizzata), perché trasforma il contributo in un debito (e quindi in una “colpa” per l’ideologia ordoliberale), riproducendo uno stato di bisogno persino, in teoria,  quando si trova un lavoro uscendo da Hartz IV.

Qualcuno fa inoltre notare l’inquietante e unico precedente della nozione di “comportamento antisociale” nella storia tedesca, durante il Terzo Reich, proprio per coloro che rifiutavano le proposte di lavoro degli uffici di collocamento nazionalsocialisti.

Per capire cosa si intende oggi per “comportamento antisociale” si possono fare due esempi: se per esempio il richiedente è un camionista e subisce la sospensione della patente per ragioni extralavorative o se è una donna con figlio che decide di non unire il proprio reddito con il padre o il proprio convivente e rimane dipendente dall’ALG II. Questi sono gli esempi portati dalla Ministra socialdemocratica nel presentare la sua riforma. Contro questa misura si deve ancora esprimere l’Alta Corte e molti danno per scontato che sarà considerata incostituzionale perché viola pesantemente le libertà dell’individuo al di fuori del lavoro e cioè del campo che Hartz IV voleva normare.

Per completezza è bene segnalare nel quadro della riforma Hartz l’introduzione dell’indennità di disoccupazione: L’ALG I. Ne hanno diritto tutti coloro i quali: sono disoccupati, si iscrivono all’Ufficio di Collocamento (Agenzie del Lavoro), hanno appena concluso (causa licenziamento o mancato rinnovo del contratto) un periodo di lavoro che abbia coperto (anche non continuativamente) almeno 12 degli ultimi 24 mesi e che comprendesse contributi alla Arbeitslosenversicherung (Assicurazione contro la disoccupazione, versati obbligatoriamente ogni mese in percentuale dalla busta paga per tutti i contratti che non siano Mini Job). È infatti finanziato totalmente con metodo contributivo; ogni mese una parte del salario copre un’assicurazione sulla disoccupazione che viene ridata in forma di sussidio di disoccupazione una volta perso il lavoro. Contratti di lavoro limitati che non includono il pagamento dell’assicurazione sulla disoccupazione non qualificano perciò il lavoratore a ricevere questo sussidio, indipendentemente dalla loro durata. Con l’iscrizione (entro 3 giorni dalla comunicazione di licenziamento, o 3 mesi prima della conclusione di un contratto a tempo determinato) il lavoratore si mette a disposizione dell’Agenzia del Lavoro per il reinserimento nel mercato del lavoro. A differenza del reddito minimo, l’indennità di disoccupazione si calcola su base del salario annuo. L’indennità di disoccupazione è pari al 60-67 % del salario percepito. A questo va aggiunta la copertura sanitaria e il versamento dei contributi sociali. Si ha diritto all’ALG I per un periodo di tempo pari alla metà del tempo lavorato, fino ad un massimo di 12 mesi per chi ha meno di 50 anni, terminati i quali si entra nel regime di protezione di base ALG II. Per gli over 50 si può arrivare a una durata massima di 24 mensilità. Se il lavoratore ha perso l’impiego di sua spontanea volontà, cioè si è dimesso, perde il diritto ai primi tre mesi di indennità, a meno che non comunichi le dimissioni all’Agenzia del Lavoro tre mesi prima della fine del contratto.

Combinando quindi l’ALG I con l’ALG II risulterà finalmente comprensibile come la Bundesagentür für Arbeit riesca non solo a non essere in passivo nei propri bilanci ma persino a guadagnare sul management della disoccupazione e della povertà.

Del resto il precedente mediatico che portò in vigore l’attuale sistema dei Job Center e Agenzie per il Lavoro fu il cosiddetto Vermittlungsskandal, che rivelò come le Agenzie del Lavoro precedenti avessero per anni sistematicamente manipolato le statistiche riguardanti la loro principale missione, la reintroduzione al lavoro dei disoccupati, per apparire più efficienti di quanto effettivamente fossero e accedere a maggiori fondi federali in forma di premio produttività. Questo scandalo è quello da cui nacque la riforma Hartz, anche se a oggi l’efficacia dei Job Center e dell’Agentür für Arbeit nel reinserimento nel mercato del lavoro non dequalificato e nella riduzione della povertà in Germania, cioè le finalità dichiarate dell’Agenda 2010, risultano molto lontani dall’essere raggiunte. L’unica cosa che è realmente cambiata in meglio per la governance tedesca nel passaggio dal sistema precedente a quello attuale è l’essere riuscita a produrre un sistema di indennità di disoccupazione a costo zero, totalmente pagato dal lavoratore, e aver condiviso i costi della protezione dalla povertà anche con enti che lucrano sulla permanenza delle persone in una situazione di bisogno. In definitiva, un sistema molto efficiente dal punto di vista austero della quadra dei conti pubblici; per le implicazioni sociali, invece,  un modo odioso e iniquo per guadagnare sulla povertà e riprodurre working poor.

 

IL MODELLO TEDESCO IN SALSA ITALIANA: «SOSTENERE (POCO) E PRETENDERE (TUTTO)»

 «È venuto alla luce un efficiente sistema che disciplina e punisce i disoccupati»

(Peter Hartz parlando della riforma del welfare tedesco che porta ancora il suo nome).

 Proprio alla luce di quanto fin qui scritto non sorprende come l’Unione Europea abbia approvato nel 2017 una relazione in cui si invitavano gli Stati che ancora non avessero una misura simile al “reddito minimo” (Italia, Grecia ed Ungheria) ad adottarla prima possibile. E proprio per questo chiunque oggi affermi che per la Troika o la Commissione Europea sia il reddito dei 5 stelle l’ostacolo per approvare il Def italiano mente, sapendo di mentire. Anche perché nelle ultime settimane la componente a 5 Stelle del Governo ha, con ritmo quotidiano, provato a dare sicurezze all’Europa sulla concreta possibilità di applicare il “modello tedesco” alla specificità italiana. Solo così si possono infatti leggere gli elementi di novità più inquietanti della proposta gialloverde che vengono fuori a cadenza quotidiana. Innanzitutto per esempio, sulla possibilità di agire al meglio il meccanismo di coazione al lavoro, lì dove in Germania si rimane nel campo del diritto sociale tra il cittadino e il Job Center, in Italia si vorrebbe ricorrere direttamente al codice penale e all’utilizzo della Guardia di Finanza. In quello che è il terzo paese più militarizzato al mondo e con un’ulteriore infornata di nuove assunzioni tra le forze dell’ordine, per una cifra pari non a caso a quella impiegata per la riforma dei centri per l’impiego, il dispositivo di controllo militare sulla povertà appare evidente e molto simile a una forma di colonialismo interno.

Se in Germania poi risultano sufficienti i documenti che i Job Center richiedono per verificare i requisiti dei richiedenti il reddito minimo, in Italia tocca ricorrere al controllo digitale, alla tracciabilità delle spese, persino a un’inedita “coazione al consumo” con tanto di sanzioni o incentivi.

A quel punto, come da dottrina dell’austerità, proprio per rassicurare i burocrati di Bruxelles, tanto vale mettere a valore economico nominale la povertà e quindi inserire la clausola che il reddito potrà essere speso in un certo modo così da orientare al meglio la crescita del PIL nazionale e provare a dare credibilità al Ministro Tria con i suoi complicati equilibri su rapporto deficit/Pil, su cui pesano però soprattutto misure care al blocco sociale della Lega come la Flat Tax e la pace fiscale. Il fatto che l’infrastruttura di questo Leviatano digitale made in Italy sia poi pensata e costruita da Diego Piacentini, già manager di Amazon, aggiunge un tocco distopico all’inquietante realtà della proposta.

Rispetto infine alle roboanti e sguaiate forme di esultanza del Ministro del lavoro dal balcone di Palazzo Chigi, anche i numeri sulla platea di coloro che andranno a beneficiare della misura “rivoluzionaria” risultano ben poca cosa, persino al di sotto del modello Hartz IV nelle sue versioni più limitate, ricalcando o integrando il modello insufficiente e “familiare” di welfare italiano.

Vista da questa prospettiva, cioè di una sostanziale complicità mascherata da conflitto tra “l’Europa dei burocrati” e “il governo del popolo”, anche la visita di cortesia del Vicepremier al Ministro tedesco del welfare e ai Job Center berlinesi, appare per quello che realmente è: rassicurare la governance della coerenza della misura del Governo italiano con i dettami di Bruxelles, Francoforte e Berlino. Ovviamente la copia in questo caso rischia di essere persino peggiore dell’originale e salvo il dispiegarsi di un conflitto, questa volta reale, tra i soggetti direttamente investiti dal management autoritario della povertà e questo mostruoso modello tedesco in salsa italiana, sarà complesso in seguito riformare qualcosa che tutto è fuorché quella misura di giustizia sociale che da decenni i movimenti sociali propongono, misura che sarebbe valida solo se universale e incondizionata.

Tratto da Dinamo Press 10 ottobre 2018

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