Van Parijs: Come rivalutare il lavoro? Dando un reddito a tutti


Leonardo Filippi
Dare a tutti una somma mensile di denaro, su base individuale, indipendentemente dalla condizione economica e senza contropartite lavorative. Sembra un’idea folle, ma secondo alcuni ci libererebbe dalla schiavitù del lavoro dell’epoca neoliberale. Come il filosofo ed economista belga Philippe Van Parijs, uno dei principali teorici mondiali del cosiddetto basic income, il reddito di base. Già nel 1995, quando uscì il suo Real freedom for all, lo difendeva a spada tratta. Ora, con Il reddito di base. Una proposta radicale (il Mulino) ne ricostruisce sapientemente la genealogia e lo rilancia con forza nel dibattito politico. «Non veniamo al mondo per lavorare o per accumulare ricchezza, ma per vivere», dice Mujica. «Realizzarsi con il proprio lavoro, evitando quelli degradanti e malpagati, è possibile», risponderebbero i supporter del basic income. La loro proposta ha ben poco a che fare con quelle di reddito minimo che M5s e Sel depositarono nel 2013 in Parlamento, e ancor meno col Reddito di inclusione approvato dal Consiglio dei ministri ad agosto. Per capire perché, bisogna fare un passo indietro.
Dove affonda le radici questa idea?
La prima proposta di reddito di base nazionale l’ha avanzata una persona piuttosto misteriosa, della quale si sa poco. Si chiama Joseph Charlier, è di Bruxelles, e nel 1848 pubblica Solution du problème social, in cui propone un “dividendo territoriale” di importo fisso, da fornire in modo incondizionato ad ogni residente “indigeno”. Ma tale proposta rimane inascoltata. Mentre nello stesso anno, e nella medesima città, Karl Marx finiva di scrivere il Manifesto del Partito comunista. È abbastanza curioso notare la differenza tra l’impatto dei due scritti! Poi, dopo la prima guerra mondiale, all’interno del Labour party in Gran Bretagna viene discussa la proposta di Dennis Milner di uno state bonus, un reddito incondizionato. È la prima discussione pubblica sul tema. Ma fu un nulla di fatto. Successivamente, tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70, negli Usa James Tobin e altri economisti di sinistra ci riprovano, convincendo George McCovern, candidato democratico alle presidenziali del 1972, a inserire un reddito di base nel programma delle primarie. Ma poi la proposta sarà scartata a ridosso del duello (perso) con Nixon. Insomma, è soltanto a partire da metà anni 80 che, passo dopo passo, si è aperto finalmente un confronto mondiale sul tema, grazie alla nascita di reti come il Basic income european network (fondato anche da Van Parijs ndr).Veniamo alla sua idea. Cos’è il reddito di base e perché – come nel sottotitolo del suo nuovo libro – la definisce “una proposta radicale”?
Parto dalla seconda domanda. La proposta è radicale perché è un tipo di protezione sociale del tutto differente dai due modelli tradizionali presenti nei nostri welfare states: quello più antico della “assistenza sociale”, inteso come carità pubblica, come aiuto ai poveri, e quello della “assicurazione sociale”, la cosiddetta “previdenza” degli stati moderni, nata nell’800 con Bismark in Germania. Ecco, il reddito di base è una cosa diversa. È una quota in denaro, individuale, universale, libera da obblighi, che viene fornita a tutti i cittadini. Esso rappresenta l’equa distribuzione dell’eredità comune di valore che tutti noi creiamo e lasciamo quando agiamo nel mondo.

I soldi per fornire questa quota, però, vanno trovati. Lei sostiene che basterebbe un quarto del Pil di ogni Paese. Come recuperare una cifra così grande?
Si tratta di una cifra indicativa, bisogna valutare caso per caso. In molti Paesi sarebbe ragionevole partire con uno stanziamento minore. La fonte principale di finanziamento potrebbe essere la tassazione sui redditi. Ma si potrebbero anche rivedere le imposte sui redditi da capitale e sulla proprietà intellettuale. Oppure le cosiddette “ecotasse”. Le possibiltà sono svariate, dipende dal contesto. Altro dettaglio importante: il reddito di base si integrerebbe agli altri ammortizzatori sociali, senza aggiungersi! Ad esempio: nell’ipotesi di un reddito di base di 400€, chi già percepiva una indennità di disoccupazione di 900€ continuerebbe a ricevere 500€ in modo condizionato al mantenimento dello status di disoccupato involontario, ai quali si aggiungerebbero 400€ di basic income, liquidati in qualsiasi circostanza, che si abiti con altri o no, che si abbia un lavoro o no…

In Italia è ancora radicato il principio per cui il reddito vada “sudato”. Persino il papa, lo scorso maggio, ha detto: «L’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti. Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». Cosa risponderebbe?
Siamo di fronte ad un equivoco. La dignità e la riconoscenza delle persone non deriva dal semplice fatto di percepire un salario, bensì dall’insieme di cose che si fanno per gli altri nella società, e tutto ciò – in senso lato – può essere chiamato “lavoro”. Senza considerare inoltre che ci sono lavori non così dignitosi: persone pagate per convincere altri a comprare cose totalmente inutili, consulenti retribuiti per suggerire ai ricchi il modo migliore per “ottimizzare” la gestione fiscale… Ecco, il reddito di base servirebbe proprio per permettere ai cittadini di essere liberi di scegliere impieghi che abbiano un significato per loro, scartando quelli poco dignitosi. È un modo di dinamizzare la società, non di eliminare il lavoro.

In Italia ad agosto è stato approvato il Reddito di inclusione. Oltre ad essere indirizzato solo ad una piccola parte delle persone in povertà assoluta (1,8 milioni di poveri su un totale di 4,7 milioni), esso è condizionato all’accettazione di un “progetto personalizzato”. Perché sarebbe invece così importante poter “dire no” agli impieghi proposti senza perdere il reddito?
Se il reddito è condizionato, allora si ha solo la possibilità di dire sì, ed esso si trasforma in un vero e proprio sussidio ai lousy jobs, i lavori di bassa qualità. In quel caso tutto il potere rimane nel campo del datore di lavoro, del padrone. Invece, è proprio la facoltà di rifiutare un lavoro senza perdere il benefit che incentiva lavori di alta qualità. Dire no a mansioni con padroni impossibili, in condizioni impossibili, con orari impossibili, permette di dire sì anche a lavori che magari non pagano molto, ma ti fanno coltivare la tua passione, oppure acquistare competenze in un ambito che ti fa sentire realizzato. Insomma, poter dire no dà maggior potere contrattuale a chi altrimenti non avrebbe nessun potere di negoziazione.

Un’altra critica frequente: perché dare soldi anche a chi è ricco?
Perché è meglio per i poveri che siano dati anche ai ricchi. Mi spiego. È chiaro che i ricchi devono pagare per il loro reddito di base e per una parte del reddito di base dei poveri. Attraverso la tassazione sui redditi, oppure col credito di imposta, che sarebbe ancora più pratico. Ma perché prendere soldi ai ricchi per poi ridarglieli? Sembra ridicolo, in effetti, ma non è così. Perché solo se il reddito di base viene erogato a prescindere da quanto guadagni, con chi vivi, che lavoro fai o non fai, allora i meno abbienti sono davvero liberi di costruire la loro vita, evitando la “trappola della povertà” (ossia il disincentivo a cercare lavoro quando ogni reddito aggiuntivo porterebbe a perdite di benefici e aumenti delle imposte ndr). Il basic income crea un incentivo più grande al lavoro rispetto al sistema attuale di assistenza sociale. E la sua universalità non rende i ricchi più ricchi, ma i poveri meno vulnerabili.

Spesso le forme di protezione sociale vengono riservate a chi ha la cittadinanza o a chi risiede in un Paese da un certo tempo. Dunque, come fare con i migranti? Pensare ad un trattamento differenziale, in un periodo in cui si innalzano muri, non porterebbe ad una esasperazione delle disuguaglianze?
Certo, è chiaro che ogni forma di “redistribuzione generosa” sia più semplice in una società chiusa rispetto che in una società aperta. Ma ciò vale per qualsiasi forma di assistenza sociale. Ora, i migranti arrivano in Europa perché vogliono lavorare, e qui i redditi sono più alti. Dal punto di vista della giustizia, non ci sono ragioni fondamentali per impedire questa immigrazione, per non permettere a tutta la gente del mondo di venire ad approfittare di una situazione che non abbiamo creato, non è merito nostro, ma che deriva da una passato “fortunato” dell’Europa rispetto al resto del mondo. Però esistono altre ragioni, pragmatiche, poco eleganti ma necessarie, per fissare dei limiti, come esistono limiti nelle migrazioni economiche anche tra Paesi europei. Diciamo che il diritto di dire no ad un lavoro pur mantenendo il reddito di base dovrebbe essere sostituito per i migranti economici con l’obbligo di dire sì ad un impiego, almeno in un primo momento. Come dico sempre, per la sinistra nei Paesi ricchi non c’è un dilemma più crudele che questo, il bilanciamento tra la generosità per i “nostri” e l’ospitalità per gli altri. Questo dilemma si risolverà solo quando le disuguaglianze nel mondo si ridurranno, e la quantità di violenza sarà meno elevata.

La battaglia per il reddito di base, insomma, deve unirsi a quella contro le disuguaglianze e per la pace. 
Beh, ci sono molti fronti importantissimi. Questi due lo sono, ma ci sono altre questioni decisive nella nostra società. Ad esempio l’investire nella cultura e nei nuovi metodi educativi, all’indomani della rivoluzione digitale. E poi riconquistare i nostri spazi pubblici, in modo che non siano solo posti di mobilità, magari “sostenibile” certo, ma anche e soprattutto spazi di immobilità piacevole. È una sfida fondamentale, se vogliamo che le nostre società così multietniche riescano a sviluppare legami e integrazione. Non c’è solo il reddito di base, le lotte sono tante.

Philippe Van Parijs terrà una lectio magistralis Il reddito di base: una proposta per il XXI secolo, il 10 novembre alle ore 17.30, durante il meeting organizzato da Bin Italia a Roma presso la Biblioteca Moby Dick

Tratto da Left del 10 novembre 2017

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