Una proposta per un nuovo welfare nella società post-industriale


Giulio Prosperetti

Intendo partire da un presupposto “ideologico” e cioè che non si possono lasciare i cittadini senza reddito e che, d’altra parte, il lavoro subordinato a fronte di processi di automazione e della delocalizzazione delle imprese, non può rimanere l’unico strumento di ripartizione del reddito nell’ambito della comunità.

Le categorie del secolo scorso, che postulavano un apporto indispensabile del lavoro umano nei processi produttivi, e che ben era spiegato dalla teoria marxiana del valore, non trova più rispondenza in una società post-industriale, nella quale il lavoro umano può essere addirittura sostituito dalle macchine, ovvero ricercato in paesi che applicano Dumping Sociale.

Ecco allora che serve innanzitutto un titolo per attribuire il reddito ai cittadini che non hanno un lavoro di scambio nel mercato.

In questa situazione la sovranità di uno Stato si misurerà in riferimento al proprio sistema di sicurezza sociale ed ai meccanismi di solidarietà capaci di mantenere una coesione nell’ambito di una comunità democratica.

Ma il reddito di cittadinanza porta alla c.d. trappola del Welfare e ad un incremento del lavoro nero.

Ma si possono prendere in esame anche assetti diversi che non privilegiano lo status di disoccupazione e che, anzi, al contrario, destinano risorse all’incremento dell’occupazione.

La nostra idea è che si possono attivare meccanismi di Welfare capaci di prefigurare un “mix” di redditi in capo al singolo costituito da salario sinallagmatico ma anche da una quota di reddito assistenziale.

Il problema è di consentire anche nel nostro Paese e, in generale, nell’Europa più progredita, attività imprenditoriali la cui convenienza oggi, invece, per l’alto costo del lavoro, induce a spostare produzioni non sufficientemente remunerative nei paesi terzi.

La battaglia sulla produttività e sulla innovazione rappresenta comunque una soluzione di breve periodo, stanti il progresso di economie orientali e Sudamericane concorrenti.

Non ritengo che ci si debba rassegnare ad una specializzazione delle aree geografiche, che assegni il manifatturiero alla Cina, l’agricoltura all’Africa e solo lo studio dei processi innovativi all’Europa, costretta a costruire carceri e ospedali per gli inevitabili comportamenti trasgressivi di una generazione senza lavoro e senza prospettive.

Le occasioni di lavoro non mancano, si pensi agli interventi necessari per il risanamento idrogeologico, per la valorizzazione de conservazione del patrimonio artistico, per i servizi alla persona ecc. ecc., tutti settori dei quali il nostro paese è drammaticamente deficitario.

È chiaro che va cambiato il modello di sviluppo e che la sterile tecnica economica incentrata sull’aumento dei consumi non può più essere la soluzione del problema.

Nel post industriale, i consumi devono orientarsi verso le produzioni di beni soprattutto immateriali e sono quelli che garantiscono il miglior livello di civiltà e maggiori soddisfazioni.

Si pensi all’arte, alla cultura, ma anche alla giustizia.

L’art. 36 Cost. è la principale norma di sicurezza sociale, giacché prevede che ai cittadini lavoratori sia garantito un reddito comunque sufficiente ai bisogni della famiglia.

È chiaro che una simile norma può funzionare solo nell’ambito del sistema di produzione autarchico ed ispirato ad una economia labour intensive.

Ora, il nostro sistema ha costretto a spostare all’estero tutte quelle produzioni la cui limitata redditività non consentiva un reddito adeguato dei lavoratori addetti.

È proprio con riferimento a questo problema che una soluzione potrebbe prevedere una integrazione tra reddito di scambio e salario sociale, giacché lo Stato, per poter mantenere quella produzione labour intensive una economia globalizzata, deve addossarsi i costi di contesto, consentendo alle imprese di essere concorrenziali con quelle dei paesi terzi, quanto alla quota di salario sinallagmatico e consentire che gli addetti a tali produzioni possano vivere dignitosamente nel nostro paese, grazie alla integrazione assistenziale dei loro salari.

A proposito della c.d. condizionalità, l’integrazione al reddito andrà corrisposta proprio a chi lavora e la disoccupazione potrebbe tornare ad essere meramente frizionale e non strutturale, grazie al recupero di lavorazioni oggi de localizzate in paesi terzi.

Del resto, dell’art. 36 Cost., una interpretazione evolutiva, può prevedere e postulare proprio questo intervento della fiscalità generale a favore della garanzia del minimo salariale non necessariamente da addossare alle aziende.

D’altra parte tale modello di integrazione del reddito nel mercato, non esclude la configurabilità di intervento fuori mercato nell’ambito dei quali venga valorizzata l’attività loro socialmente utile in luogo della mera indennizzazione del non-lavoro.

Centralità del lavoro e tutela del reddito debbono, pertanto, a nostro avviso, integrarsi con gli strumenti di Welfare, rifiutando quella logica ad ecludendum per cui il reddito da lavoro non potrebbe interferire con il reddito assistenziale.

L’attuale sistema finisce paradossalmente per finanziare il non lavoro, quando c’è invece bisogno di finanziare il lavoro.

Mi rendo conto di quanto possa essere difficile modificare le logiche che hanno guidato la nascita ed il fiorire della civiltà industriale, ma per uscire da una crisi che non è solo economica, ma anche culturale, c’è bisogno di nuove idealità e di nuovi modelli.

Comunque, pragmaticamente, un primo passo su questa via, può essere indicato in una graduale progressiva fiscalizzazione degli oneri sociali.

L’abbassamento del costo del lavoro, può attirare investimenti esteri, del resto con l’uscrita delle zone depresse dell’Italia meridionale dall’obiettivo uno della Comunità Europea e con l’abbassamento della fiscalizzazione di contributi, intere aree del paese nell’area della ex Cassa del Mezzogiorno, sono state abbandonate.

A ben vedere, la riduzione del cuneo fiscale con una progressiva fiscalizzazione degli oneri sociali, sarebbe più producente per il sisteta paese che non l’abbattimento del debito pubblico o la riduzione delle tasse.

Il prelievo previdenziale è oggi iniquo giacché penalizza le lavorazioni labour intensive in una situazione in cui la redditività di una impresa è assolutamente sganciata dalla forza lavoro e anzi, normalmente, minore è l’impiego della manodopera, maggiore è la redditività di una lavorazione.

Bisogna prendere atto che le modificazioni nel mondo della produzione e del lavoro, nonché del ruolo stessa che nella società post-industriale viene assegnato al lavoro sinallagmatico, incidono pesantemente anche sui meccanismi di finanziamento e di meritevolezza assegnati ai sistemi previdenziali.

L’attuale assetto sociale ha portato ad un superamento delle fasi di cronologgizzazione della vita (formazione – lavoro – pensione), ci si forma lavorando e si continua a lavorare anche da pensionati, sicché anche la pensione che, in molti casi, copre una fase non minore dell’attività lavorativa, non può più essere considerata la terza fase della vita, quando, invece, nella sua tradizionale concezione, agli inizi del secolo scorso, era destinata, in pratica, solo ai sopravvissuti, giacché era erogata ben al di là della aspettativa di vita.

Insomma, anche la pensione è legata alla logica della società industriale, della quale continuiamo a mantenere le categorie etiche e funzionali, quando invece quella società e quel modello sono ormai superati.

La previdenza sociale dovrà adeguarsi allo schema di Modigliani, che propone una utilizzazione del risparmio previdenziale più vicina alla formula del fondo di investimento che al fondo pensione.

Solo in questa prospettiva si può pensare di sostenere un indiscriminato aumento dell’aspettativa di vita, anche se l’anziano non resterà indenne dagli effetti di future, eventuali crisi economiche; ma d’altra parte non può nemmeno più ipotizzarsi che un lavoratore attivo venga presto a dover “mantenere” un pensionato ed almeno il 50% di un disoccupato.

Ritengo incredibile che a fronte di questo dati ormai indiscutibili, non si riesca a ragionare in un’ottica complessiva, ma che ci si limiti alla analisi di istituti particolari, incapaci però di ricomporre un credibile modello di tenuta della società.

Giulio Prosperetti   

Intervento al convegno AIDLASS Pisa 8.6.2012