Per un reddito minimo garantito europeo


Comitato scientifico del Basic Income Network – Italia

Per un reddito minimo garantito europeo.
Il Parere sul “pilastro europeo dei diritti sociali” da parte del Comitato economico e sociale europeo

Il Bin Italia ha già dato atto della bella e vigorosa Risoluzione del Parlamento europeo in ordine al “pilastro europeo dei diritti sociali” del 19.1.2017 adottata nell’attesa che la Commissione europea nell’aprile del 2017 tragga le conseguenze di quanto è emerso nella consultazione su questo argomento della società civile continentale. Abbiamo sottolineato come nella Risoluzione emergessero in particolare due temi; quello della predisposizione di tutele e garanzie anche per il nuovo “lavoro digitale” sulle piattaforme (mutuate sulle esigenze di questo settore) e la centralità del reddito minimo garantito nel rilancio del cosiddetto “modello sociale europeo”. Le indicazioni del PE sono molto chiare ed esplicite in ordine alle finalità ed agli obiettivi desiderati forse, meno univoche in ordine alle strade istituzionali per raggiungerli posto che non emerge sempre una ferma opzione in favore dell’introduzione di norme dell’Unione e non di una mera armonizzazione delle legislazioni nazionali.
Vorremmo quindi sottolineare il contributo alla discussione del Comitato economico e sociale europeo (Cese, organo consultivo di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e di altri gruppi d’interesse) nell’ambito della consultazione su il “pilastro sociale dei diritti sociali” del 25 e 26 gennaio 2017 . Sul primo tema al punto 3.7 del Parere si ricorda che “anche i rapidi progressi tecnologici stanno definendo il nostro modo di vivere e lavorare. Una definizione proattiva delle politiche a livello nazionale e dell’UE può e deve garantire il pieno sfruttamento delle opportunità offerte dalla digitalizzazione evitando o attenuando nel contempo i relativi inconvenienti. Nei dibattiti nazionali la digitalizzazione, insieme con frequenti riferimenti alla necessità di effettuare gli investimenti richiesti nella formazione e nelle infrastrutture, è stata largamente individuata come uno dei principali problemi di cui si dovrebbe tener conto nel Pilastro. Occorre quindi valutare attentamente l’impatto di questi sviluppi sul mercato del lavoro e sulle norme che si applicano al lavoro, sull’economia, sui regimi fiscali e di sicurezza sociale e sul salario di sussistenza”. Ed ancora al punto 3.15 e 3.16 che “le nuove forme di lavoro si stanno sviluppando così rapidamente che le disposizioni contrattuali non possono tenere il passo, ragion per cui occorre esaminarne lo status giuridico. Il CESE ha invocato un chiarimento urgente dello status degli intermediari nel mercato del lavoro e delle piattaforme online, nonché un’indagine riguardo alla situazione contrattuale dei lavoratori il cui lavoro è organizzato attraverso piattaforme online, oltre che su altre nuove forme e rapporti di lavoro. Servono inoltre degli orientamenti per chiarire eventuali zone grigie legate alla situazione occupazionale in relazione alla situazione fiscale e all’assicurazione sociale. L’obiettivo generale deve essere quello di garantire condizioni di lavoro eque per tutti e di puntare ad assicurare che a tutti i lavoratori si applichino gli standard fondamentali in materia di lavoro e una protezione sociale adeguata…. L’”economia della condivisione” e altri nuovi modelli di occupazione non dovrebbero essere utilizzati come mezzo per evitare di pagare salari dignitosi o di rispettare gli obblighi fiscali e previdenziali”.
Emerge dal parere una forte opzione per la generalizzazione dei sistemi di salario minimo legale (anche come parametro di compenso per le nuove attività sulle piattaforme digitali) quantomeno da armonizzare a livello di Unione; cui si aggiunge la nozione molto innovativa del “minimum social protection floor” vincolante, che riconosca ad ogni attività un futuro previdenziale sicuro, tenuto conto soprattutto delle sfide del cosiddetto lavoro 4.0 (cfr. punto 3.24).
Sul secondo punto (reddito minimo) il Parere va chiaramente oltre le stesse indicazioni del Parlamento europeo. Il Cese ricorda con nettezza (punto 4.6) che “Il CESE ha già affermato che l’introduzione di un reddito minimo europeo nell’ambito di una direttiva quadro può contribuire a combattere l’esclusione sociale, a garantire la coesione economica e territoriale, a tutelare i diritti umani fondamentali, a trovare un equilibrio tra gli obiettivi economici e quelli sociali e a ridistribuire equamente le risorse e i redditi. Invita nuovamente la Commissione a esaminare le possibilità di finanziare un reddito minimo europeo e l’istituzione di un fondo adeguato a tal fine” . Il precedente Parere del 2013 è cosi riproposto con la sollecitazione, ci sembra, piuttosto esplicita alla Commissione – ora che dovrà fare delle proposte concrete sul “ pilastro sociale”- a muoversi nella strada di una Direttiva che renda il reddito minimo obbligatorio rendendo così esigibile l’art. 34 della Carta di Nizza (ed ovviamente in coerenza con le sue disposizioni) ed, ancor di più, a prevedere delle forme di (necessariamente parziale) contributo diretto dell’Unione alle spese per l’introduzione di questo strumento. Del resto i precedenti non mancano: per numerosi anni è stato in vigore il Fondo per le cosiddette vittime della globalizzazione economica (oggi non più finanziato) che aiutava i disoccupati di aziende che delocalizzavano in Paesi al di fuori dell’UE; unico, tangibile in quanto diretta forme di solidarietà paneuropea insieme ai Fondi di coesione. Si tratterebbe oggi, in un mercato del lavoro come sottolinea il Cese, connotato da nuove precarietà e dalla inidoneità delle garanzie tradizionali a promuovere le scelte e le capacità delle persone, di generalizzare quell’esempio predisponendo forme di sostegno “di base” per tutti, compiendo anche quel necessario e sempre più urgente passaggio verso un welfare “europeo” anche perché finanziato dall’Unione che solo può restituire un clima di fiducia tra le Istituzioni Ue ed il suo demos.
Vorremmo anche sottolineare che il Cese nel suo Parere non ha alcuna concessione a forme odiose di condizionamento e di controllo coercitivo dei beneficiari della prestazione; ogni riferimento alle politiche attive, ai servizi per il lavoro, alla formazione permanente e continua è sempre in positivo, valutandoli come strumenti positivi per incrementare l’autonomia e la libertà, anche professionale, delle persone e non come misure di induzione a “lavoretti” scelti arbitrariamente da decisori politici o da burocrati nei loro uffici.
Nell’applaudire al Comitato (le cui valutazioni sono state, a cominciare da quelle sul reddito minimo, ribadite dal suo Presidente George Dassis nel Convegno romano del 14 marzo 2017 organizzato dal Cime, dall’università di Roma 3 e dall’Istituto SindNova) ci auguriamo che la Commissione tenga bene a mente questo importante parere. Il futuro dell’Unione oggi lo richiede con forza.

 

Note

  1. http://www.bin-italia.org/europa-sociale-nuova-risoluzione-reddito-garantito/
  2. Per consultare il Parere del Comitato Economico e sociale europeo sulla Comunicazione della Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni – Avvio di una consultazione su un pilastro europeo dei diritti sociali: http://www.eesc.europa.eu/?i=portal.fr.soc-opinions.38850.

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