Un reddito garantito ci vuole! Questo è il minimo e vogliamo di più!


Sandro Gobetti

Una spinta che viene da lontano

In Italia, negli anni che vanno dal 2012 al 2015, è sembrato che la possibilità di introdurre una (seppur iniziale) misura di reddito garantito in Italia, si avviasse sul sentiero della praticabilità. Un principio di base che avrebbe introdotto, in uno dei paesi europei a maggior rischio esclusione sociale e con un altissimo tasso di disoccupazione giovanile, una nuova garanzia di dignità della persona dentro la sfera dei diritti sociali ed economici. Seppur in forme diverse, rispetto ad un dibattito molto più avanzato e ad alcune esperienze internazionali(1), in Italia si è imposto in quegli anni quantomeno un dibattito che facesse del “reddito minimo garantito” una opzione possibile, praticabile, urgente e necessaria.

Senza soffermarci sulla lunga storia del dibattito in Italia, possiamo dire che già negli anni ’90 dello scorso secolo nel nostro paese si è avuto un forte legame tra la proposta del reddito e le analisi delle trasformazioni produttive(2) . Un dibattito che ha portato la rivendicazione del reddito non solo dentro la sfera del “lavoro e del non lavoro” o del contrasto alla povertà, ma anche come rivendicazioni di nuova libertà a partire dalla proposta di un reddito di base incondizionato al lavoro. Dentro questo scenario, negli scorsi anni, l’intenso dibattito ha interessato sopratutto i movimenti sociali e le nuove figure lavorative precarie (in particolare attraverso le grandi manifestazioni della May Day fin dai primi anni 2000(3)).

Il dibattito in Italia non ha avuto però solo questo taglio più politico e sociale, vi sono stati infatti anche alcuni approcci di tipo istituzionale. Infatti subito dopo la così detta Commissione Onofri(4), a partire dalla metà degli anni ’90, si sono avute alcune sperimentazioni e proposte che andavano in qualche modo nella direzione di modernizzare lo stato sociale italiano ed ammettere, di fatto, la necessità di introdurre un reddito minimo garantito. Seppur con molti limiti e forti critiche sulle forme ed i modelli individuati, vi sono state alcune esperienze che segnano un pò la “storia” delle esperienze in Italia in merito a questa proposta.  Di seguito potremmo sottolineare le sperimentazioni come il Reddito Minimo di Inserimento e le proposte delle tante e diverse leggi regionali, fino ad arrivare alle proposte di alcune forze politiche, da Rifondazione Comunista a SEL (Sinistra Ecologia e Libertà) al Movimento 5 Stelle che hanno inserito nei loro programmi politici, ed elettorali, proposte simili(5). Cosi come ad alcune varie proposte di singoli deputati o senatori anche di diversi schieramenti che non necessariamente trovavano nel loro partito altrettanto interesse (come ad esempio alcuni esponenti del Partito Democratico)(6). Il dibattito ha attraversato inoltre anche il mondo culturale ed accademico, con la presa di posizione forte di giuristi e giuslavoristi, costituzionalisti, sociologi ed economisti(7). Insomma questo per dire che in questi ultimi 25 anni sicuramente il tema del diritto ad un reddito garantito si è fatto largo, tanto sul piano sociale che politico e culturale e si è imposto in maniera sempre più presente nel dibattito del nostro paese come mai prima.

Oltre che le trasformazioni che attraversavano l’Italia e che hanno reso sicuramente il tema del reddito una delle proposte più calzanti per rispondere a questa nuova contemporaneità, sicuramente aver individuato nelle best practice già esistenti da tempo negli schemi di welfare di molti paesi europei, ha reso la proposta del reddito garantito ancora più credibile in merito alla reale praticabilità. La chiave, usata spesso come grimaldello, dei “modelli europei” è stata ad un certo punto necessaria proprio per raccontare questa proposta fuori da l’angolo in cui rischiava di rimanere, cioè di una bella idea ma “impraticabile”. Le esperienze dei paesi del nord Europa (e non solo) cosi come le diverse “indicazioni” delle istituzioni sovranazionali europee, con alcune importanti risoluzioni sul ruolo del reddito minimo garantito, hanno sicuramente reso “più comprensibile” il tema ed hanno avuto quella forza per rompere il muro della impraticabilità che i più scettici rivendicavano. Le esperienze europee e le indicazioni sovranazionali hanno fatto si che il tema emergesse dalle rivendicazioni sociali e dal dibattito teorico per finire cosi in un campo nuovo. Ad un certo punto le esperienze europee cosi come le indicazioni sovranazionali, per alcuni versi, sono state utili proprio per agganciare alcune visioni per definire delle proposte di legge anche nel nostro paese.

2012 e 2015 per il diritto al reddito la società ci mette la firma

Negli anni tra il 2012 ed il 2015 per molti, la percezione che il tema potesse effettivamente arrivare ad un articolato di legge per un reddito minimo garantito, sembrava essere li a venire. Le condizione sociali, l’aggravarsi del disagio economico di ampi strati della società italiana, cosi come il necessario ammodernamento del welfare italiano richiedevano e oggi, con maggiore urgenza richiedono, uno strumento tale. E’ stata proprio questa serie di connessioni sociali, politiche e culturali messa in campo negli anni precedenti, che ha permesso di introdurre il tema con maggiore forza ed interesse, tanto da arrivare a due importantissime esperienze, come le campagne di raccolta firme, prima nel 2012 e successivamente nel 2015 per definire la necessità di una legge, di un nuovo diritto.

Nella prima campagna di raccolta firme per “una legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito”(8), iniziata nel giugno 2012, ben oltre 60 mila firme furono consegnate nelle mani della Presidente della Camera Boldrini, che nell’aprile 2013 incontrò gli stessi proponenti dicendosi a favore di una proposta simile. A prescindere dal numero delle firme, fu altrettanto interessante il fatto che la campagna attraversò per sei mesi l’intero paese coinvolgendo associazioni e realtà sociali che organizzarono oltre 250 iniziative pubbliche. La campagna di raccolta firme e dunque le tante iniziative sociali, furono sostenute anche da alcuni partiti politici che pochi anni prima erano avulsi al tema se non, in alcuni casi, addirittura contrari. Cosi come tante furono le personalità della cultura che sostennero la campagna e la proposta di legge segnalando cosi un’altra novità e cioè una trasversalità nuova per un obiettivo comune. Il caso poi in certi momenti della storia sembra “non essere per caso”. Infatti durante la campagna di raccolta firme, con sorpresa, si ebbero anche le elezioni politiche anticipate e più di un partito o movimento parlò apertamente della necessità di introdurre un diritto al reddito garantito (anche se utilizzando spesso nomi diversi e a volte fuorvianti) e questo segnò sicuramente una delle novità più interessanti nel nostro paese in cui spesso questo tema veniva relegato in nicchie politiche e culturali come fosse un tema minore. La proposta di legge di iniziativa popolare (nel suo articolato) fu successivamente “fatta propria” dal partito di Sinistra Ecologia Libertà per “aggirare” le lungaggini burocratiche (che solitamente incontrano le proposte di iniziativa popolare) e fu cosi portata in discussione alla Commissione Lavoro del Senato per avviarsi al dibattito parlamentare.

Nella primavera del 2015 prese corpo una seconda campagna sociale, con un’altra raccolta firme (oltre 80mila), definita: “100 giorni per un Reddito di Dignità”(9). Questa volta non solo si segnalava l’aggravarsi delle condizioni sociali ed economiche per strati ancora più ampi della società italiana a causa anche dell’aggravarsi della crisi, ma ancor più si segnalava l’urgenza dell’introduzione di una misura simile. Questa campagna pose con forza la questione del tempo entro cui si sarebbe dovuta fare una legge per il reddito minimo garantito: 100 giorni! Determinata a chiedere dunque alle istituzioni un tempo entro cui dibattere e definire una legge sul reddito minimo garantito in questa seconda campagna la platea dei partecipanti alla raccolta firme divenne ancora più ampia della prima. A partire dall’esperienza di “Miseria Ladra”, una rete contro la povertà molto ampia. L’iniziativa, che vide il ruolo principale e trainante dell’ ”Associazione Libera contro le mafie” ebbe la partecipazione di un mondo di realtà sociali ancora più trasversale. Dai cattolici di base agli studenti, dalle realtà di lotta per i diritti sociali alle associazioni di contrasto alla povertà, dai partiti agli enti locali, dalle giunte comunali al sostegno di numerosi parlamentari. Insomma una trasversalità “popolare” oseremo dire, che funzionò anche da termometro non solo delle condizioni di difficoltà economica nel nostro paese, ma anche di quanto il tema del reddito minimo garantito fosse stato “fatto proprio” da migliaia di persone che risposero mobilitandosi per questa campagna. Se nel 2012 la casualità fu quella di trovarsi nel bel mezzo di una campagna elettorale per le elezioni politiche, nella seconda, del 2015, la determinazione superò la causalità e puntò subito a coinvolgere le forze politiche chiedendo, o meglio, indicando loro un tempo certo per una misura certa: 100 giorni per una legge! Nello stesso periodo proprio l’associazione BIN Italia, lanciò la proposta della “larga intesa per un reddito garantito” chiedendo di unificare le diverse proposte ferme in Parlamento e di costruire una “massa critica” parlamentare che portasse in aula una unica proposta. In questa seconda campagna non fu realizzato un articolato di legge, ma bensì fu definita una piattaforma di 10 punti in cui i proponenti esprimevano con chiarezza alcuni concetti di base per definire una legge sul reddito minimo garantito al passo con i tempi. Come fosse una “guida ai principi irrinunciabili” utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento sulla quale costruire la “larga intesa per il reddito” superando cosi le specificità di ogni partito politico. Una piattaforma che intendeva dire anche un’altra cosa, e cioè “che non tutte le proposte sono uguali” indicando cosi quei concetti di base su cui avrebbe dovuto muoversi un articolato di legge. Si chiese inoltre un impegno ad personam ai diversi parlamentari, a partire dalla loro firma, come sostegno a questa Piattaforma e dunque ai concetti li espressi. Questa operazione intendeva, come poi richiesto ufficialmente anche attraverso numerose “lettere aperte” e articoli pubblicati su diversi quotidiani, di “mettere insieme” le diverse proposte in campo(10) cosi da poter “unire” le forze politiche (e parlamentari) intorno ad un’unica proposta di legge cosi da poter essere approvata. In questo senso la campagna dei “100 giorni per un reddito di dignità” ha voluto segnare il passo, tentare un allungo, definire una proposta ed arrivare ad avere finalmente un nuovo diritto nel nostro paese.

Principi irrinunciabili. Questo è il minimo! Meno è niente.

A queste due campagne hanno partecipato decine di migliaia di persone, con una enorme attività di produzione di iniziativa pubblica: dibattiti, seminari, incontri si sono avuti in città e paesi dove di reddito minimo garantito non se ne era mai sentito parlare.

Due campagne che hanno avuto la capacità di richiamarsi a vicenda tanto nel coinvolgimento che nella proposta. Infatti, tanto nella prima “proposta di legge di iniziativa popolare” del 2012, quanto nella Piattaforma del “reddito di dignità“ sono segnalati alcuni principi di base che se elusi, se scavalcati, se non tenuti in considerazione non possono far annoverare alcun altra proposta come un diritto ad un reddito minimo garantito. L’individualità della misura, la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento, l’accessibilità per coloro che ne hanno diritto, la residenza e non la cittadinanza per accedervi, il diritto a servizi di qualità oltre il beneficio economico, la durata e l’ammontare del beneficio sono stati i punti cardine di tutte e due le proposte, tanto da divenire appunto “un’idea” di quale reddito minimo si intendesse sostenere.

Principi di base che si sono alimentati a partire dallo studio di alcuni schemi di reddito minimo già vigenti in alcuni paesi europei; dalla critica delle riforme che molti di questi schemi hanno subito nel passaggio tra il welfare ed il workfare; prendendo a riferimento alcune esperienze di alcune leggi regionali italiane (in particolare la legge 4/2009 del Lazio); utilizzando alcune indicazioni delle istituzioni sovranazionali europee; e ancora di più cercando di comprendere al meglio i nuovi bisogni emergenti nella nuova fase produttiva, nel mondo globalizzato, nella crisi. Furono fatti propri inoltre anche studi(11), risoluzioni europee o documenti relativi a Carte(12) o Trattati europei.

Su queste basi si definirono alcuni concetti irrinunciabili che trovarono ospitalità sia nella “proposta di legge di iniziativa popolare per un reddito minimo garantito” che nella piattaforma del “Reddito di dignità”.

La questione dell’accessibilità alla misura, cioè di non rendere “difficoltoso” da un punto di vista sia burocratico (nella stesura infinita di prove e contro prove, di documentazioni e certificazioni etc.) che stringente ad obblighi, è stata una delle questioni posta con forza posta da numerosi attori in campo. Alcuni importanti studi(13), proprio sulle trasformazioni dei modelli europei, indicano infatti la questione delle “difficoltà di accesso” per il beneficiario, come uno dei motivi principali per cui, molti pur avendone diritto, si scoraggiano a chiedere il sostegno al reddito. La richiesta continua di produrre “prove di necessità” (means test) ha portato al fatto che chi necessita di un sostegno economico, smettesse ad un certo punto di richiederne l’erogazione. Come se la produzione continua di “prove” determinasse di fatto una sorta di “vessazione” rispetto al soggetto in difficoltà economica trattato a volte o come un “nullafacente” nel migliore dei casi se non direttamente come un “furbacchione”. Questo punta ha utilizzato anche alcuni approfindimenti e studi in particolare sulle restrizioni che gli schemi di reddito minimo in Europa hanno subito nel corso degli ultimi anni e che hanno visto una fetta consistente dei finanziamente al welfare volgersi verso quel workfare che avrebbe dovuto rilanciare la piena occupazione (visti i risultati dell’aumento della disoccupazione e dei nuovi poveri in Europa possiamo definire fallimentare). Quella che sarebbe dovuta essere una “politica per l’inclusione attraverso il lavoro” ha portato al contrario un alta percentuale di soggetti a rischio povertà a non chiedere più l’erogazione del beneficio. I diversi “obblighi” richiesti a partire dalla domanda di ammissione alla misura, ha determinato una difficoltà di accesso denunciata in molti paesi europei, avendo l’effetto cosi di diminuire i beneficiari del reddito minimo e spostando continuamente i fondi verso il sostegno alle imprese. Inoltre il surplus di documentazione richiesta ai beneficiari ha determinato al contrario una macchina burocratica ancora più costosa di prima. Anche per questi motivi (e non solo) la questione dell’accessibilità, tenendo ben chiaro il rischio di controllo sociale o di vessazione verso il beneficiario, è stato uno dei punti più importanti espressi in tutte e due le campagne sociali proposte in Italia dal 2012 al 2015.

Un altro dei punti qualificanti posti sia nella Piattaforma che nella proposta di legge di iniziativa popolare è stata la questione della residenza e non della cittadinanza. Il punto di partenza è stata la “non discriminazione” verso il beneficiario. Non si possono infatti discriminare coloro i quali non hanno ancora ricevuto un riconoscimento di cittadinanza (ancor più in Italia dove non vi è come in altri paesi una legge sullo ius solis) tra due soggetti egualmente in difficoltà economica. In questo senso, ad esempio, in molti hanno contestato la proposta del cosi detto “Reddito di Autonomia” della Giunta regionale a guida leghista in Lombardia(14).

Un altro dei concetti di base posto come centrale nelle due campagne è stata anche la questione della temporalità e dell’ammontare del beneficio. Anche in questo caso il senso delle proposte era quello di tenere sempre saldo il concetto di garanzia della dignità a partire dal fatto che non si può definire con un limite a priori quando il beneficiario sarà in grado di uscire da una condizione di difficoltà economica. Per questo “il tempo” del beneficio è un “tempo di garanzia del diritto e dunque della dignità della persona”. Questo concetto è ben definito in alcuni degli schemi di reddito minimo quando si dice che l’erogazione deve considerarsi valida “fino al miglioramento della propria condizione economica”(15) . Cosi come nelle proposte delle due campagne si sono richiamati alcuni concetti esposti in alcune risoluzioni europee a partire dalla definizione di una “somma necessaria” affinchè si possa parlare di “minimo garantito”. L’Europa in questo senso ricorda che i sistemi di “reddito minimo adeguati debbono stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato”(16).

Sicuramente, però, tra i nodi più spinosi sui quali spesso le diverse proposte di legge si impegnano a trovare le soluzioni più stringenti e condizionanti verso l’eventuale richiedente, è quello del legame tra il reddito minimo e l’obbligo ad una contropartita. La cosi detta “condizionatezza” all’obbligo di accettare un lavoro qualsiasi. Come un contrappasso la questione della condizionatezza al lavoro si è andata facendo sempre più pressante anche nelle diverse misure di reddito minimo in Europa con l’idea, come dicevamo sopra, di una “inclusione attiva” che man mano nel tempo è passata dall’ ”obbligo ad accettare una occupazione” all’obbligo a partecipare a misure “per l’occupabilità”. Nessuno dei due “obblighi” sembra aver avuto l’effetto desiderato visto l’aggrvarsi delle condizioni sociali nel continente europee. L’unica cosa certa è che vi è stato un aumeno dei tagli al welfare, reddito minimo garantito compreso. L’idea che in fondo il beneficiario sia una sorta di “parassita” sociale al quale va chiesta la continua disponibilità pare rimanere ferma in molti approcci al tema tanto da farci tornare alla mente le esperienze delle poor laws inglesi(17). Anche in questo caso le proposte avanzate dalle due campagne hanno voluto studiare non solo le forme di reddito minimo presenti in Europa, ma comprendere anche le trasformazioni che queste, cosi come in generale tutto l’istituto del welfare, hanno subito nel corso del tempo. Il passaggio tra welfare e workfare in tutta Europa, con la conseguente erosione del finanziamento del primo a favore del secondo (dai cittadini alle imprese) è stato abbastanza significativo. I tagli al welfare cosi come le restrizioni proprio nelle misure di reddito minimo garantito, si sono avute in tanti paesi europei. In alcuni casi con effetti poco positivi come ad esempio la nota riforma Hartz IV(18) in Germania che ha determinato di fatto la nascita di un ceto sociale “obbligato” a dover fare spesso lavori insignificanti e sottopagati per non perdere il sussidio. In molte di queste riforme si è modificato anche il ruolo degli istituti del “mercato pubblico dell’offerta” di lavoro, trasformando in molti casi i centri per l’impiego pubblici, non più in luoghi di matching tra domanda e offerta, ma piuttosto in costose macchine burocratiche di controllo verso i beneficiari del reddito minimo, chiedendo loro di adoperarsi ad ogni richiesta con il permanente ricatto di perdere il beneficio in caso di rifiuto.

In questo senso le due proposte avanzate dalle due campagne italiane hanno individuato una sorta di “opzione mediatoria” , tra reddito e lavoro, inserendo cosi il concetto della “congruità” del lavoro. Cioè il fatto che il lavoro offerto non sia “un lavoro qualsiasi” ma che sia congruo in relazione alle esperienze, alla formazione, ed anche alle competenze informali del beneficiario del reddito minimo garantito come forma di valorizzazione dell’individuo e non, al contrario, come “obbligo” con la conseguente “punizione” della perdita del beneficio in caso di rifiuto. Inoltre ridona un senso agli strumenti pubblici del mondo del lavoro, come l’ufficio per l’impiego, che dovrà esso stesso adoperasi al meglio affinchè il beneficiario possa trovare un lavoro “congruo”. Porre l’accento sulla valorizzazione della persona piuttosto che obbligarlo a qualsiasi lavoro, ha portato i proponenti delle due campagne a definire il concetto di “congruità”. La questione della congruità pone la questione della “condizionatezza” al lavoro sotto un’altra luce. La logica dovrebbe essere quella che lega il beneficiario del reddito minimo al lavoro attraverso una idea di “libertà di scelta” del lavoro. Ancor più se si vuole dare a questo un senso “emancipatorio” cosi come sostenuto dalle tesi dei cosi detti “lavoristi”. Il concetto di non contrapporre il reddito minimo e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa è anche in questo caso mutuato dalle indicazioni sovranazionali in cui si dice che: “Il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”(19).

Come detto, diversi studi internazionali pongono l’attenzione sul rischio che corrono gli attuali schemi di reddito minimo in Europa che se troppo condizionanti (da tutti i punti di vista) rischiano al contrario di incentivare lavori dequalificanti, di essere di difficile accesso, di durare poco nel tempo e soprattutto, visti i troppi vincoli richiesti, di essere al contrario strumento che aumentano la platea degli esclusi perché aumentano la platea dei non richiedenti. Il fatto di aver perso un lavoro o di passare da un lavoro ad un altro, come accade ai lavoratori precari e flessibili, non fa di questo soggetto un “fannulone” perché chiede un reddito minimo, ma al contrario va riconosciuto nella sua complessità e nella storia che porta con se, non solo professionale. Se non si persegue questa strada si rischia di aprire ad un percorso di ulteriore impoverimento delle competenze dell’individuo e dunque di una società nel suo complesso. Il reddito minimo garantito va sempre compreso dentro la sfera della valorizzazione dell’individuo e non il contrario. Anche in questo caso sono venuti in soccorso di nuovo le esperienze europee, o meglio le critiche ai tagli di questi ultimi anni, e soprattutto le istituzioni sovranazionali quando dicono che “la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali”(20).

Non ultima istanza, ma libertà ed autonomia della persona

Quello che emerge dunque dalle due campagne in Italia, cosi come dalle diverse proposte, è che la lotta alla povertà si ha quando vi è un riconoscimento della dignità della persona a partire non solo dal riconoscimento di una base economica, ma soprattutto dal fatto che questa sia strumento di valorizzazione, di autonomia, di autodeterminazione, in una parola che vada nella direzione, sempre, di essere strumento di libertà. E non vi può essere libertà se non quando vi è libertà dal bisogno e dunque libertà di scelta. Insomma, la questione del contrasto al disagio economico è più complessa che dire “diamo ai poveri qualche soldo” o “ci vuole un reddito minimo garantito”. Come detto, bisogna capire che “reddito garantito ci vuole” e le indicazioni delle due campagne promosse in Italia hanno dato alcuni spunti per iniziare a definire un diritto nuovo in grado di rispondere alle complessità contemporanee.

Sicuramente nella classifica delle disgrazie non vi è mai fine, ma in questa epoca l’ampiezza del disagio dimostra che le forme di “precarizzazione” della vita possono assumere numeri sempre più consistenti e le fasce sociali o i soggetti coinvolti sempre più variegati. Guy Standing nel definire il “denizen”(21), il cittadino senza diritti, descrive le forme di precarietà sociale e del rischio di nuove povertà mettendo insieme diversi attori sociali: gli anziani, gli operai in via di dismissione, i giovani, le donne, i precari del lavoro, gli ex detenuti, i migranti etc. come a raccontare una diversità ampia di figure sociali che vanno “proletarizzandosi” o spesso “sotto proletarizzandosi” a prescindere se hanno un contratto di lavoro o meno(22), se vivano in una metropoli, in provincia o in un piccolo paese. Sono figure sociali che portano con loro storie ed esperienze che devono essere riconosciute e che vanno sostenute con diritti e strumenti nuovi. Non si tratta di costruire giustificazioni morali al “perché” c’è bisogno di un certo “tipo di reddito” ( e dunque non di un reddito minimo qualunque) ma bensì si tratta di cogliere le novità che emergono in società complesse come le nostre. L’impennata di conoscenze e socializzazione a partire dal diffondersi delle nuove tecnologie sono un fatto ormai globale cosi come l’aumento sempre più costante della flessibilità del lavoro e della insicurezza sociale nel suo insieme(23). Discutere oggi di contrasto alla povertà significa dunque ampliare il discorso alle nuove forme che raccontano il rischio povertà, con l’entrata e l’uscita continua tra momenti di lavoro e di non lavoro, e comprendere che vi è ormai una certa trasversalità anche nei diversi contesti sociali(24). Discutere dunque di reddito come strumento di contrasto alle nuove povertà significa riconoscerlo come strumento di autonomia e valorizzazione della persona. Il senso di un reddito minimo garantito nella società liquida, frammentata, scomposta può ben ritrovarsi se favorisce l’individuo a perseguire i propri interessi (tanto professionali che vitali) e dar seguito alle proprie capacità, a partire in primis dall’eliminazione di quella pressione economica che lo rende sempre soggetto ricattabile.

Precari, pensionati e futuri poveri?

La situazione purtroppo non è lì a divenire migliore. Malgrado le due campagne di raccolta firme, o il fatto che siano state avanzate alcune proposte di legge, al momento in Italia non vi è alcuna misura di reddito minimo garantito ne tantomeno il Parlamento italiano si sta predisponendo verso un dibattito serio che vada in questa direzione. Anzi al contrario si continuano a proporre ricette opposte come ad esempio la cosi detta Social Card(25) oppure il SIA (Sotegno all’Inclusione Attiva)(26) o del REIS (Reddito di Inclusione Sociale)(27) che dimostrano ancora una idea frammentaria di come dovrebbe essere un nuovo diritto sociale ed economico. Infatti le due proposte di legge sul reddito minimo garantito sono ferme in Commissione Lavoro al Senato, l’iter legislativo stenta a prendere il via e gli emendamenti in favore di un reddito minimo garantito presentati durante la fase di discussione della legge finanziaria non sono stati presi in considerazioni dalle forze politiche di maggioranza. Questo anche se l’Istat ha pubblicato lo studio di fattibilità economica in merito alle proposte in campo(28). La stessa INPS (l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale) ha richiamato più volte la necessità di un diritto al reddito minimo almeno per la fascia degli over 55 anni che sarebbero, secondo tutti i dati, la prossima e prima generazione a non avere accumulato una pensione per i prossimi anni. Una generazione, che tempo fa in un articolo con Luca Santini(29) definimmo, la prima generazione precaria(30). La generalizzazione della condizione di precarietà ha indotto sul piano soggettivo una mutazione, il passare degli anni e dei decenni ha contribuito a modificare la percezione, a costruire forme adattive e risposte soggettive alla deregolamentazione del rapporto lavorativo. Trasformazioni oggettive e scarti sul piano soggettivo ci portano a intravedere diverse tipologie di soggetto precario: di prima, di seconda generazione fino alla generazione dei cosi detti neet (Not in Employ Education Training) passando inoltre per una precarizzazione sociale diffusa che coinvolge soggetti oltre la condizione strettamente lavorativa. Lontani dai comuni strumenti delle politiche del lavoro e poco coinvolti nelle iniziative organizzate dalle rappresentanze sindacali, tutti questi soggetti fronteggiano da soli questa sorta di «privatizzazione dei rischi sociali» verso cui si esprime tutto il disorientamento e la difficoltà di reazione. Quando Il 3 ottobre del 2005 Eurostat lanciava l’allarme sul rischio povertà per le popolazioni europee, tra queste l’Italia si presentava con un dato previsionale spaventoso: con il rischio povertà che avrebbe potuto coinvolgere negli anni a venire il 42,5% della popolazione(31). A distanza di anni da quella nota tutti i dati sulla povertà, sul rischio esclusione sociale etc. sono in costante aumento. Oggi coesistono più generazioni vittime delle forme di precarizzazione sociale. Potremmo dire infatti che tale trasversalità generazionale ha una condizione comune che va aumentando, cioè la totale mancanza di diritti e protezioni sociali ed economiche. Se pensiamo alla “prima generazione” dei precari, quella entrata nel mondo del lavoro nei primi anni ’90 e che oggi ha intorno ai 50\55 anni, possiamo dire che ci troviamo a ridosso di un numero di persone che se avrà risparmiato qualcosa nel corso della vita forse avrà di che vivere, altrimenti sarà la prima vera generazione di nuovi poveri senza alcuna tutela. Il punto è che essere riusciti a risparmiare, per questa generazione, sarà stato quantomeno poco probabile visto che le condizioni di precarietà non permettono affatto il ricorso al risparmio. Se questa misura non sarà introdotta a questa “prima generazione” di precari verrà richiesta una disponibilità al lavoro permanente e per un lavoro qualsiasi (per pura sopravvivenza) anche in età avanzata.

Ma c’è di più. Ad un certo punto, ci troveremo a fare i conti anche con un altro elemento, cioè la fine del cosi detto welfare familistico, tipico del nostro paese, e cioè al fatto che il gravame della mancanza di tutele sociali sia stato di fatto demandato nel corso del tempo ad un redistribuzione economica intra-familiare. Il ritardo accumulato dal nostro paese nell’avviare strumenti di reddito minimo garantito universali, e la delega alla famiglia di occuparsi delle difficoltà economiche, dimostra di nuovo come il rischio povertà possa ampliarsi costantemente. Per intenderci, quel risparmio accumulato nei precedenti anni, in particolare dalle generazioni dal dopoguerra in poi, sarà definitivamente eroso, e la redistribuzione intra-familiare subirà una crisi senza precedenti. Figli e nipoti non potranno più contare su quel minimo indispensabile “donato” dai familiari più anziani quando i tempi si fanno duri e viceversa gli stessi figli e nipoti (precari o neet che siano) non saranno in grado di sostenere i familiari più anziani. I precari di prima generazione (50\55 anni oggi) non avranno più aiuti dalla famiglia di origine perché non vi saranno più i componenti di quella famiglia e con essi la loro economia di risparmio, allo stesso tempo gli stessi non saranno in grado di sostenere i propri figli e questi ultimi (precari di future generazioni) non potranno sostenere i loro genitori (oggi over 55). Ed ancora, le mutazioni della composizione della famiglia italiana avvenute in questi anni, rendono già oggi difficile il mantenimento della catena solidaristica familiare. Il rischio di ritrovarsi di fronte ad una “folla solitaria” di nuovi poveri è già oggi presente e dove non presente è in nuce: pensionati o anziani di oggi, i precari di prima generazione (quelli che oggi hanno tra i 45\55 anni), i precari di seconda generazione (quelli tra i 25\45 anni), la generazione neet (tra i 14\25 anni), le donne con figli, le famiglie con almeno due figli ed uno solo reddito, i disabili, gli invalidi da lavoro, i detenuti o ex detenuti, gli immigrati, le figure operaie ormai in dismissione, gli informatici non più spendibili sul mercato perché con competenze ormai arretrate etc. stanno alimentando l’esercito dei senza diritti e rischiano di rendere veritieri gli allarmi lanciati da Eurostat nel 2005.

Il punto è, come si intenderà governare questo rischio di generalizzazione della povertà? Lasceremo che si creino nuove “enclave” di ceti permanentemente rinchiusi dentro la sfera della povertà? Governeremo queste enclave con la sola forza dell’ordine? Vi saranno permanenti guerre tra poveri? Con ghetti sempre più grandi ai bordi delle grandi metropoli? Oppure al contrario vi sarà la lungimiranza di definire nuovi diritti per costruire un nuovo senso di cittadinanza?

Vogliamo di più!

Il tema dunque rimane: che vi sia la necessità di individuare una misura come il reddito minimo garantito è ormai ben diffusa, comprendere quale tipo di reddito garantito comporta uno sforzo in più. Le indicazioni che sono arrivate dalle due campagne sociali promosse da centinaia di associazioni, il dibattito internazionale cosi come gli studi e la letteratura in merito hanno dato il loro ricco contributo, la proposta di un nuovo diritto sociale ed economico (ancor più nell’era della finanziarizzazione dell’economia) trova sempre nuovi consensi, quello che manca è incamminarsi verso esperienze fondative, sentieri praticabili, percorsi possibili per arrivare, a partire da un reddito minimo garantito come diritto di dignità, ad un reddito di base incondizionato come garanzia di libertà. In qualche modo alcune esperienze che si vanno proponendo in giro per il mondo, ci aiutano a rivendicare con maggior forza la necessità di introdurre uno strumento che non sia di governance della povertà (o peggio ancora: dei poveri!), ma anche strumento di libertà. In molti paesi da qualche tempo stanno avanzando diverse proposte di rilancio del reddito garantito. Cosi accade in alcuni Comuni in Olanda(32) in cui vi è il tentativo di introdurre un reddito di base incondizionato per verificare l’effetto “di una società senza pressione economica e del lavoro” oppure nella proposta della Regione francese dell’Acquitania(33) in cui si vuole modificare l’attuale reddito minimo (RSA revenu de solidarità active) in una misura con meno obblighi e restrizioni, ed ancora le proposte provenienti dalla Finlandia(34) con l’introduzione di un reddito di base per 180mila persone. Addirittura in alcuni paesi vi sono proposte ancora più radicali come quella del referendum in Svizzera in cui si chiede l’introduzione di un reddito di base incondizionato da destinare a tutti i cittadini che abbiano oltre i 25 anni(35). Ed il tema non riguarda solo il ricco continente europeo. Ne è un esempio il Brasile che con la Bolsa Familia(36) interviene con un reddito minimo destinato a milioni di famiglie povere. I progetti pilota che hanno preso corpo sia in India(37) che in Namibia(38) di un reddito di base incondizionato o le proposte che stanno emergendo in Canada(39) e Nuova Zelanda(40) dimostrano che il dibattito internazionale si fa sempre più forte. Nel 2016, il congresso mondiale delle reti per un reddito di base, si terrà non a caso nel continente asiatico: in Corea del Sud con un titolo che è un programma per il presente ed il futuro: “Trasformazioni sociali ed ecologiche: la necessità di un reddito di base”(41).

Non si può pensare di attendere ancora troppo tempo e le alternative a questa proposta sono sempre più deboli cosi come paiono ormai prettamente ideologiche le motivazioni contrarie. Le suggestioni di due grandi pensatori possono aiutarci nel tratteggiare le direzioni : “non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa” (Cesare Beccaria); “… l’economia non ha più bisogno della piena occupazione a pieno tempo di tutti e di tutte e che l’oggetto delle politiche sociali deve essere quello di rendere disponibile per tutti il tempo liberato dal lavoro. Il carattere sempre più intermittente, discontinuo, secondario del rapporto salariale va trasformato in una nuova libertà, un nuovo diritto per ciascuno d’interrompere la propria attività professionale. Il che beninteso esige la garanzia di un reddito che non sia più direttamente legato al tempo di lavoro fornito.” (André Gorz).

Tratti di sentieri su cui incamminarci per avere ben chiara la risposta ai nostri interrogativi.

 

Note

1 Vedi il dibattito e le proposte avanzate dalla rete mondiale BIEN e dalla rete europea UBIE nonché dei progetti pilota di reddito minimo incondizionato in alcuni paesi europei e del reddito di base universale nelle esperienze in India e Namibia e non ultima l’esperienza della Bolsa Familia in Brasile.

2 A tal proposito, solo per citarne alcuni, si possono consultare: Autori Vari La democrazia del reddito universale Manifesto Libri 1996; A. Tiddi e A. Mantegna Reddito di cittadinanza, verso la società del non lavoro Infoxoatools 1999; A. Fumagalli e M. Lazzarato Tute Bianche, disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza Derive Approdi 1999; A. Tiddi Precari Derive Approdi 2002; La rivista Infoxoa e la rivista Derive Approdi; ed anche i numerosi testi di autori internazionali come J. Rifkin La fine del lavoro, Oscar Mondadori 2002; U. Beck La società del rischio, Carocci 2000; etc. E negli anni successivi: Autori Vari Reddito per tutti, un’utopia concreta nell’era globale a cura del BIN Italia, Manifesto Libri 2009 etc.

3 La cosi detta May Day riuscì a raccogliere nel corso degli anni, nella giornata del primo maggio, decine di migliaia di lavoratori precari e non solo. Alcune di queste manifestazioni, che si tenevano a Milano, la presenza dei partecipanti arrivò a superare anche le 100mila persone. Tanto che la stessa May Day divenne per alcuni anni Euro May Day con la partecipazione al “primo maggio dei precari” di numerose città e capitali europee. La May Day si caratterizzò subito con la rivendicazione di un reddito di base o un reddito minimo garantito a partire proprio dalla trasformazione del mondo del lavoro con l’avvento delle nuove tecnologie e della flessibilità del lavoro.

4 I lavori della Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale, più nota come “Commissione Onofri”, si sono conclusi nel 1997 con una proposta di riforma organica dello stato sociale italiano. Sul tema degli ammortizzatori sociali, la Commissione aveva formulato un progetto universalistico di protezione in caso di sospensione temporanea del lavoro e perdita del posto. La proposta includeva l’istituzione di un “reddito minimo vitale”.

5 Al momento in cui vi scriviamo (aprile 2016) vi sono due proposte di legge per il “reddito di cittadinanza”, a firma Movimento 5 Stelle, ed una per il “reddito minimo garantito” a firma Sinistra Ecologia Libertà, che sono ferme alla Commissione Lavoro del Senato.

6 Ad esempio la proposta di legge sul “Reddito minimo di Cittadinanza” del Senatore del Partito Democratico Roberto Di Giovan Paolo.

7 In buona parte molti di questi studiosi sono soci o sostenitori proprio dell’Associazione italiana per il reddito garantito, Bin Italia.

8 Si può visitare il sito www.redditogarantito.it oppure il sito www.bin-italia.org in cui è possibile trovare sia l’elenco delle associazioni aderenti, sia le tante iniziative realizzate, sia l’articolato della proposta di legge.

9 Per maggiori informazioni visitare il sito www.campagnareddito.eu oppure www.bin-italia.org oppure sul sito www.libera.it

10 In quella fase ben due sono erano le proposte di legge in discussione alla Commissione Lavoro del Senato, una a firma Movimento 5 Stelle ed una a firma Sinistra Ecologia Libertà

11 In particolare la ricerca ed il successivo libro a cura del BIN Italia, Reddito minimo garantito, un progetto necessario e possibile Edizioni Gruppo Abele, 2012.

12 In particolare la Carta di Nizza.

13 Vedi anche lo studio prodotto dalla rete EMIN “Analisi di uno schema di reddito minimo in cinque stati membri” oppure dagli studi di H. Frazer ed E. Marlier “Minimum income schemes across EU member” European Commission Dg Employment, Social Affairs and Equal opportunities, 2009.

14 Questa è stata fatta oggetto di richiami da alcuni organismi come l’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) che ha fatto ricorso proprio sulla base del rischio di discriminazione in merito alla proposta perché assegnerebbe punteggi maggiori a partire dalla nazionalità del richiedente.

15 Vedi le schede sugli schemi di reddito minimo nei diversi paesi europei pubblicati nella ricerca “Reddito Garantito e nuovi diritti sociali, i sistemi di protezione sociale in Europa a confronto per una legge nella regione Lazio” Assessorato al Lavoro, Regione Lazio, 2006.

16 Risoluzione del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa.

17 Un sistema assistenziale rivolto alle fasce più povere della popolazione, attuato nel Regno Unito a partire dal tardo medioevo, fino al XVI secolo. Rimase in funzione fino alla fine della II Guerra Mondiale, quando furono introdotte nuove forme di welfare state. L’avvio delle Poor Laws può essere datato a partire dal 1572, prendendo come riferimento impianti legislativi di epoca Tudor, in particolare destinati all’assistenza di mendicanti e vagabondi. Le Poor Laws in Inghilterra e Galles sono divise in due componenti definiti Old Poor Laws approvati durante il regno di Elisabetta I, e le New Poor Laws, approvate nel 1834, queste ultime ammodernate in particolare per la centralizzazione dell’assistenza e mirante alla creazione di workhouses. Le Poor Laws non furono abolite fino al 1948, con la promulgazione del National Assistance Act. Infatti il sistema di assistenza sociale delle Poor Laws era entrato in declino dopo l’introduzione delle riforme sul welfare state.Istituzioni concepite per fornire lavoro e assistenza ai poveri attive in Inghilterra, ma anche in Olanda e nelle colonie inglesi d’America, dal XVII al XIX secolo alle quali la Poor Law del 1601 assegnò il compito di occuparsi dei poveri. L’idea era che, attraverso il lavoro, i poveri avrebbe imparato le buone abitudini, cosi da essere “meno pigri” e “badare” a se stessi. Erano destinato alle workhouses anche orfani e bambini abbandonati o i figli di donne non sposate. Spesso coloro che erano nelle wokhouses erano destinati o obbligati a lavorare saltuariamente nelle fabbriche o nelle miniere o anche in lavori destinati alla comunità locale come domestici, braccianti agricoli ecc. Ai poveri veniva fatta indossare una uniforme cosi che tutti sapessero che era “ospite” delle workhouses. Furono abolite nel XX secolo con la definitiva affermazione del welfare state. Dal 1948 con l’introduzione nel Regno Unito del Servizio Sanitario Nazionale molti ex edifici delle workhouse furono trasformati in ospedali pubblici.

18 Consigliamo di vedere l’interessante video documentario prodotto dalla Rai dal titolo “L’inferno della Hartz IV”. Il piano Hartz è la definizione dell’insieme di proposte della Commissione “Servizi moderni al mercato del lavoro”, che in Germania ha lavorato sotto la guida di Peter Hartz ed ha presentato la propria relazione nell’agosto 2002. Unificazione dell’indennità di disoccupazione (Arbeitslosenhilfe) e sussidio sociale (Sozialhilfe (Hilfe zum Lebensunterhalt)) per persone idonee al lavoro nell’indennità di disoccupazione II (Arbeitslosengeld II (ALGII)) in parte ad un livello inferiore del preesistente sussidio sociale.

19 come recita la Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro (2009).

20 Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro (2009).

21 Guy Standing, The Precariat the new dangerous class, Bloomsbury 2011.

22 Solo in Italia, nel 2014, si contavano 4 milioni di working poor. Senza calcolare il numero di quelli che sono i cosi detto “lavoratori in nero”.

23 Come ben descritto nel libro di Robert Castel, L’insicurezza sociale, che significa essere protetti?, Piccola Biblioteca Einaudi 2011.

24 Sempre più spesso sono in molti a dire che vi è un maggior accesso alle mense per i poveri in cui si incontrano persone che sono al lavoro o fino a qualche tempo prima erano al lavoro. E queste includono persone di ogni età, sesso, nazionalità e religione che sia.

25 Una “carta acquisti” di poche decine di euro destinata agli “estremamenti poveri” da usare in negozi convenzionati!

26 Nel 2013 con l’adozione del Decreto 10 gennaio 2013 del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha preso il via la sperimentazione di una nuova social card sperimentale di lotta alla povertà con la partecipazione diretta dei beneficiari in 12 città italiane con più di 250mila abitanti con un impegno economico di soli 50 milioni di euro.

27 Una proposta che dell’Alleanza contro la povertà e che somiglia in buona parte al SIA.

28 La memoria ISTAT al Senato per un reddito minimo garantito in Italia presentata in audizione alla Commissione Lavoro al Senato il 11 giugno 2015 in occasione della discussione sulle proposte di legge del reddito minimo garantito. Il documento ISTAT si può trovare sul sito www.bin-italia.org.

29 Presidente del BIN Italia

30 Luca Santini e Sandro Gobetti La necessità dell’alternativa: il precario della crisi ed il reddito garantito , su “Reddito per tutti, un’utopia concreta nell’era globale” Manifesto Libri, Roma, 2009. 31 Eurostat 3 ottobre 2005.

32 In Olanda stanno aumentando i progetti pilota di numerosi enti locali per prendere in considerazione l’introduzione di una misura di reddito minimo garantito ed incondizionato. Sono oltre trenta i comuni olandesi che stanno valutando questa ipotesi. In particolare la città di Utrecht, la quarta città più popolata dei Paesi Bassi, ha infatti attirato una forte attenzione di recente – anche a livello internazionale – con l’annuncio di volere lanciare un progetto pilota entro la fine dell’anno per garantire un reddito di base incondizionato ai suoi residenti. (tratto da www.bin-italia.org).

33 Il Consiglio Regionale Aquitania ha approvato progetti pilota per testare l’introduzione di una “RSA incondizionato”. Il Revenu de Solidarité Active o RSA, è l’attuale strumento presente in Francia di reddito minimo garantito che prevede un means test per potervi accedere. L’incondizionalità proposta su questa misura del RSA comporterebbe di fatto la fine della condizionalità al lavoro come requisito per poter accedere a ricevere il reddito minimo e renderebbe dunque questa misura meno discriminatoria e meno burocratica. (Tratto da www.bin-italia.org)

34 Prima delle elezioni politiche del 2015 vi era stato un forte dibattito da parte di tutte le forze politiche finlandesi per arrivare a definire una proposta di reddito minimo incondizionato nel paese. Tale proposta è ora parte del programma di governo. (tratto da www.bin-italia.org)

35 Sono state raccolte oltre 130mila firme per un referendum a favore di un reddito di base incondizionato da erogare a tutti i cittadini svizzeri, lavoratori e non, di 2500 franchi pari a 2000 euro mensili. (tratto da www.bin-italia.org)

36 Bolsa Familia, un reddito minimo destinato a crca 12 milioni di famiglie brasiliane (oltre 44 milioni di persone) . Nel febbraio 2011, il 26% della popolazione brasiliana ha avuto accesso al reddito minimo della Bolsa Familia.

37 L’Associazione indiana delle donne SEWA con il supporto dell’UNICEF ha portato avanti un progetto di pilota di reddito di base nei villaggi rurali. I risultati sono stati ritenuti estremamente incoraggianti. Lo studio è stato condotto in 20 villaggi rurali in India. Adulti residenti in 8 di questi villaggi hanno ricevuto un reddito di base di 200 rupie (circa US $ 3,75 €) al mese mentre i bambini hanno ricevuto 100 Rupie. Il denaro è stato distribuito senza condizioni alcuna da parte dei beneficiari. Il progetto è stato rifinanziato ed ampliato.

38 Per due anni, ogni mese, ogni cittadino della provincia di Otijvero – Omitara ha ricevuto 80$ namibiani come suo diritto di cittadinanza, senza nessun test dei mezzi o altre condizioni e obblighi. I soldi delle persone al di sopra di una soglia di reddito sono stati recuperati con un sistema fiscale progressivo. Il progetto sarà ripreso nel 2015.

39 La provincia canadese dell’Ontario prevede di sperimentare un reddito di base universale. ‘Mentre l’economia dell’Ontario cresce, il governo vorrebbe mantenere la promessa di “non lasciare nessuno indietro” ed ha annunciato che potrebbe presto essere erogato un reddito di base mensile per i residenti nella regione. L’iniziativa si inserisce nella proposta di sperimentare un reddito di base universale anche se non si conosco ancora nel dettaglio le forme di come funzionerà e l’ammontare del beneficio. Tuttavia il Ministero delle Finanze ha pubblicato un rapporto che conferma l’intenzione del governo di introdurre il reddito di base ed avviare cosi questo primo esperimento.

40 In Nuova Zelanda si sta discutendo per promuovere un piano per introdurre un reddito di base incondizionato. Il leader del partito laburista della Nuova Zelanda, Andrew Little, ha annunciato che si prenderà seriamente in considerazione l’introduzione nel paese di un reddito di base. Il partito discuterà infatti della fattibilità di questa proposta a partire dalla conferenza “Future of Work Conference” nel Marzo 2016.

41 Per maggiori informazioni http://bien2016.org/en/

 

 

Tratto da Quaderni per il Reddito – QR 3 “Un reddito garantito ci vuole! Ma quale?” (Aprile 2016)

Per leggere tutto il QR n°3 clicca qui

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