Tito Boeri, “Populismo e stato sociale”, concretezza e marketing della comunicazione Scrivere e parlare come si mangia.


Mattia Tombolini

 

Nel suo ultimo libro Tito Boeri parla di populismo e stato sociale. Oltre a proporre il reddito di cittadinanza come ostacolo alle derive populiste lo inserisce all’interno di un contesto più ampio e lo accompagna ad altre proposte proiettate all’Europa. Abbiamo bisogno di più Europa non di uscirne.

Cominciamo dall’inizio, da fuori.

Tito Boeri è alla presidenza dell’INPS come tutti sappiamo. In molti già lo conoscevamo prima  e conosciamo quelle che negli anni sono state le sue analisi e le sue prese di posizioni su questioni importanti nel dibattito pubblico.

Boeri ha iniziato il suo percorso dentro l’INPS con una prima dichiarazione a favore del reddito minimo, niente di strano dal punto di vista del suo profilo, interessante dal punto di vista pubblico, quando il presidente dell’ente previdenziale per eccellenza fa una dichiarazione del genere in forma pubblica, in qualche modo, per forza di cose, andrà a influenzare il dibattito, dal mio personale punto di vista positivamente ma già su questo si aprirebbe un dibattito che non è oggetto di questo testo.

Arriva da pochi giorni questo suo nuovo libro, diciamo più un libricino, esattamente 40 pagine, sembra più un lungo editoriale che un vero e proprio libro, che sia solo un’operazione editoriale non lo so, di certo con me ha funzionato (ma io su queste cose sono debole), la cosa interessante sarebbe capire il perché di questo libro.

La copertina rigida, con strisce orizzontali arancione fosforescente intervallate con righe bianche, a primo acchitto quando lo vedi in libreria sembra il libro di segnaletica dell’Anas.

Copertina interessante, a mio avviso divertente e che (non so quanto in maniera voluta) sembra intonarsi con il titolo del libro “Populismo e Stato sociale”, le strisce arancione fosforescente potrebbero rappresentare il populismo, come qualcosa a cui stare attenti (che appunto ci ricorda la segnaletica stradale) mentre le strisce bianche, che sembrano più uno sfondo su cui poggia l’arancione, potremmo azzardare a dire rappresentare lo stato sociale,  bianco come le tipiche macchine Punto di classico colore bianco dei dipendenti statali (o le MS mild) piuttosto che come qualcosa di fermo che non da alcun senso di dinamica, insomma molto Stato, poco sociale.

Ma apriamo il libro ed entriamo nel merito.

Boeri affronta la questione del populismo a mio modesto giudizio in maniera prettamente istituzionale, con un certo distacco e a partire principalmente dai dati con cui lavora e che ha sotto mano, direi anche giustamente.

Fa uno schema e una raffigurazione del populismo principalmente legato ai partiti che individua, attraverso la fondazione Rodolfo Debenedetti, e che elenca a fine libro.

Inseriscono in questo elenco tutti i partiti che schematizzano sotto questa voce, senza distinzione tra le caratterizzazioni e le specificità, di destra e di sinistra.

Il che è in parte un’operazione di eccessiva sintesi, dall’altra un’operazione che ci può stare nell’economia di un libro di 40 pagine che certo non può entrare nel profondo delle questioni e sviscerarle ma che utilizza degli spunti per portare, invece, delle questioni molto concrete.

Va sicuramente apprezzata, infatti, la capacità schematica ma soprattutto di fare proposte concrete e decise che non fuoriescono dal ruolo di Boeri ma del tutto coerenti.

In qualche modo la giusta proposta democratica da parte di un presidente INPS (che magari ha aspirazioni future diverse ma qui si parla del libretto e basta) nel contrasto di un fenomeno che ha tratti preoccupanti non solo per “i poteri forti” o “la governance” ma anche, e soprattutto, nella ricaduta sociale disastrosa che avrebbe una realtà populista al governo (che in Italia non può che strizzare l’occhio alla destra radicale).

In questo, alcuni tratti distintivi di questi fenomeni Boeri li individua e sintetizza molto bene, nonostante, appunto, sarebbe interessante andare più a fondo, si capisce bene che non è quello lo scopo di queste pagine.

I temi di proposta che individua Boeri non  sono solo anti-populisti ma, a mio avviso, dei temi che potrebbero e possono essere immaginati come qualcosa di cui discutere ma soprattutto come delle proposte concrete che dai sindacati ai movimenti andrebbero prese in considerazione.

In un’intervista di pochi giorni fa Boeri parla della questione migranti e del loro impatto positivo riguardo i contributi e il welfare di questo paese e in Europa, in realtà non è che uno stralcio del libro in cui, e questo sì gli va riconosciuto e dato merito, si parla di integrazione e migranti da un punto di vista complessivo, smontando effettivamente tutte quelle che sono le idiote e senza alcun fondamento dichiarazioni di tutte le forze populiste che parlano di chiusura dei confini o di chi in tutta ambiguità preferisce non affrontare veramente la questione per motivo di consenso sociale (anche a sinistra, badate bene).

Il punto, essenziale, del libro sta però nelle proposte.

Da una parte quelle che conosciamo, un sistema di welfare che faccia convivere in maniera virtuosa le politiche di inserimento al lavoro, con quelle della crescita professionale all’interno dei posti di lavoro (quindi della formazione) al passo con i tempi di un mercato del lavoro in fase di modificazioni radicali per cui non è possibile prescindere da un reddito garantito che faccia da base.

La vera e propria proposta di Boeri arriva nell’ultimo capitolo ed è totalmente in linea a quello che è il suo ruolo, cioè quella di immaginare un sistema previdenziale europeo coordinato e sistematizzato con l’inserimento di un codice di identificazione fiscale (CIF come il prodotto  per pulire per terra) europeo per cui la vita lavorativa di una persona è registrata in maniera europea e, così, tutti i sistemi annessi, di welfare, pensionistici, dei diritti.

Fondamentalmente la proposta di Boeri è sì una proposta molto tecnica che fa i conti con i dati sulle migrazioni in Europa anche a partire dagli italiani e dai così detti “migranti economici” o con quelli che vengono chiamati “turisti del welfare” o addirittura “parassiti” da alcuni esponenti politici. Soprattutto la proposta di Boeri vuole dire una cosa semplice di risposta alle sbiascicate rivendicazioni populiste di uscita dall’Europa, di ritorno all’euro, di riformare uno stato nazione (per alcuni addirittura socialista) ecc ecc.

E cioè che non bisogna chiedere “meno Europa” ma il contrario, bisogna dire una volta per tutte e chiaramente che c’è bisogno di più Europa. Non è necessario usare forme retoriche per la paura di essere visti come poco rivoluzionari: chi se ne frega?

Il punto è che qui, finalmente, qualcuno fa il suo lavoro e porta una proposta concreta che va in controtendenza alle trovate schematiche, retoriche e inutili teorizzazioni di un possibile populismo buono.

Non si sta parlando di “un’Europa delle lotte” (quali e dove?) tantomeno di un’ “europa dei governi socialisti che trattano in parlamento europeo” (sapendo poi che ha possibilità limitate) il punto è che il processo di unificazione è arrivato a compimento solo per quanto riguarda il sistema monetario, delle banche e così via, lasciando fuori e indietro il resto di quegli elementi democratici che devono dare un senso e riequilibrare, appunto, lo squilibrio di potere che c’è oggi.

Non bisogna vedere una proposta o dieci proposte nei confronti dell’Europa come qualcosa di esageratamente riformista, va visto invece proprio dal punto di vista “sindacale” un piano vertenziale che provi a fare dei passetti in avanti e allo stesso tempo metta in crisi chi si riempie la bocca di Europa ma dell’Europa gli piacciono proprio, guarda caso, quei provvedimenti che arrivano dal sistema finanziario, primo tra tutti il Partito Democratico.

Per concludere: il libro di Boeri è sicuramente molto divulgativo, l’operazione è molto interessante e lo spunto che dovrebbe dare a tutti, soprattutto a chi ragiona di questi temi, è che il suo metodo, concreto e semplice, forse può essere un’indicazione per chi ha tante cose da dire ma la forma che usa continua ad essere autoreferenziale e spesso quasi incomprensibile, nonché di difficile traduzione materiale.

 

 

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