Storie della crisi, storie del possibile


Sandro Gobetti e Luca Santini

A partire dal reddito garantito si dipana così un groviglio di questioni di grande profondità e di grande urgenza dentro la crisi.  Di fronte alla barbarie di un capitalismo contemporaneo che sembra trascinarci tutti, consapevolmente o meno, in un baratro di regresso civile, in uno scivolamento collettivo verso rapporti sociali sempre più violenti, il reddito garantito sembra essere una possibile risposta a quel bisogno di emancipazione, di cooperazione nuova, di convivialità, che pure proviene da ampi settori dalla società. Da questo punto di vista possiamo affermare che con un «reddito per tutti» si avrebbe una linea di fortificazione del possibile, una linfa vitale aggiuntiva per esperienze sociali diverse, un requisito di base per offrire consistenza a quella socialità nuova che vediamo molecolarmente formarsi e posizionarsi contro lo sfruttamento esistente.

Un mondo in crisi

La natura composita dell’attuale crisi economica rende scivoloso il campo delle previsioni sugli sviluppi futuri e mette in grave imbarazzo tutta la scienza economica ufficiale, alle prese con il rompicapo di indicare delle strategie convincenti e condivise di fuoriuscita dalla crisi. L’incertezza degli orizzonti offre poi l’occasione ai più vari profeti (di sventura o di utopie progressiste poco importa) di delineare scenari epocali di trasformazione o di rottura dei cardini consolidati dell’esistente.

Per quanto ci riguarda, consapevoli della straordinaria duttilità e capacità mimetica del capitalismo, ci asterremo dal formulare prognosi definitive o dal tratteggiare narrazioni o scenari globali. Quel che si può riscontrare è il sovrapporsi in un’unica fase storica di differenti  «cicli di crisi» che hanno sovente cause indipendenti o comunque principi causali eterogenei, ma che trovano oggi una strana forma di contemporaneità e di coesistenza1. A un primo ciclo di crisi che potremmo definire immediato e di breve periodo di natura finanziaria, dovuto all’esplosione dei meccanismi speculativi, se ne è subito aggiunto un altro probabilmente più profondo dovuto alla contrazione della produzione materiale e al ridimensionamento dei bilanci pubblici. Ben presto infatti la dinamica finanziaria della crisi si è trasferita nelle economie cosiddette reali, ha colpito i posti di lavoro, ha rimesso in gioco il ruolo dei governi, ha esteso la propria ombra sul godimento dei beni pubblici e sulla garanzia dei diritti sociali consolidati.

Tutto questo entra però in relazione con dei trend di lungo periodo che rendono più complessa la prospettiva di una ripresa dell’economia e dell’accumulazione ai ritmi precedenti. E’ emerso infatti da qualche decennio e nessuno può più nasconderlo il rischio di un collasso ecologico dell’economia e del pianeta, con gli interrogativi connessi sulla sostenibilità della domanda di «sviluppo» proveniente da circa 1,5 miliardi di esseri umani finora esclusi dai privilegi della crescita «all’occidentale»; vi è poi un ciclo sotterraneo di crisi di carattere culturale e politico, che rende le popolazioni in tutto il globo sempre più critiche rispetto alle soluzioni consumistiche e ciecamente produttivistiche. Ciò contribuisce ad acuire la crisi forse fondamentale della nostra epoca, quella dell’ideologia del lavoro, architrave un tempo della convivenza civile e oggi depotenziata sia da processi oggettivi (che secondo le logiche neoliberiste inducono precarietà, forme di neoschiavismo, diminuzione dei salari e perdita dei diritti)  che da dinamiche soggettive (dato che in seno al corpo sociale sono sempre più estesi i momenti di «rifiuto» e di «eccedenza» rispetto alla relazione salariale)2.

Questa costellazione di problemi mette a dura prova i tentativi di chi vorrebbe rilanciare l’economia provocando una ripresa secondo gli schemi classici. Gli investimenti, pubblici o privati, non si traducono infatti necessariamente in nuova produzione, ben potendo al contrario involarsi verso le rotte della speculazione finanziaria; seppure comunque dovesse imporsi un’innovazione di prodotto e una nuova fase di crescita reale, nulla ci assicura che ciò si tradurrebbe nella creazione di posti di lavoro «dignitosi» capaci di garantire piena cittadinanza; e inoltre rimane tutta da dimostrare la compatibilità geopolitica o ecologica di questo eventuale nuovo ciclo di accumulazione. Di fatto ciò che avviene da molti anni è che la povertà aumenta, le classi medie si proletarizzano, chi si arricchisce continua a farlo come in una sorta di «assalto alla diligenza» che non ha alcuna possibilità di tenuta a livello sistemico se non al prezzo di un crescente imbarbarimento politico e sociale.

Nel mezzo di questa «grande trasformazione» piena di incognite e che  rende incerti molti punti di riferimento si apre forse un terreno d’azione inedito, ancora da sperimentare per il superamento di un sistema economico sempre più profondamente iniquo e che oggi rende incerta addirittura la sussistenza materiale di molti dei membri della società. Una nuova sintesi di parte potrà forse essere guadagnata dall’osservazione dei comportamenti che «dal basso» continuano a prodursi per contrastare la crisi. Getteremo un primo sguardo a quei meccanismi di «autodifesa della società» descritti da Karl Polany3 con riferimento alla grande trasformazione indotta dall’utopia liberista del primo Ottocento, che similmente alla congiuntura odierna chiamava in causa e metteva a repentaglio il tessuto profondo della riproduzione sociale. Inviteremo dunque qui a considerare con più attenzione di quanto in genere non si faccia le sperimentazioni sociali, le pratiche mutualistiche, le modalità «altre» di produrre, di consumare, di affrontare la crisi.

Storie della crisi, storie del possibile

Dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010, qualcuno dei padroncini tenta di spiegare le cause del problema con il prezzo troppo basso delle arance, appena 27 centesimi al chilogrammo, il che di certo non consente di impiegare i lavoratori agricoli con tutti i sacrosanti diritti sanciti nelle leggi e nei contratti5. Inutile dire che molti economisti e opinionisti anche di larghe vedute si mostrano sensibili a questo grido di dolore dei proprietari, urlano tutti contro la crisi, che obbligherebbe dunque, o almeno indurrebbe a quanto pare, l’impiego di mezzi schiavistici pur di portare gli agrumi sulla tavola della gente. Esiste però grosso modo in quelle stesse zone una storia diversa di reazione alla crisi, meno nota, ma che è una storia del possibile. La crisi, si sa,  è trasversale e non risparmia alcun settore, sicché un tipografo, benché soddisfatto del proprio mestiere, viene licenziato causa il fatto che la propria ditta chiude per mancanza di un giro d’affari adeguato; di qui la scelta di tornare al paese dei genitori, dove c’è un aranceto un poco incolto da rimettere in produzione. Come entrare in questo mercato, come fare i conti con la crisi del settore, con il prezzo troppo basso delle arance? Si scommette sul rapporto diretto con i consumatori, sulla corresponsabilità e mutualità tra produttore e utente del prodotto, si stabiliscono contatti con gruppi di acquisto dapprima nel meridione e poi nel centro Italia, il progetto ha successo tanto che l’azienda cresce e si trova a fare degli investimenti6.

Uno stesso bisogno di arance, uno stesso scenario di crisi, con due risposte diametralmente opposte, una tutta interna alla logica della crisi e del supersfruttamento delle risorse (a partire dai lavoratori), l’altra più disponibile al nuovo, al possibile, alla relazione sociale, alle formazione di legami solidaristici.

Una piccola storia, simile però a molte altre, come ad esempio quelle di tanti altri «Gas» (Gruppi di acquisto solidale), sorti per erigere una forma di autodifesa rispetto ai prezzi galoppanti e alla qualità scadente dei prodotti reperibili nei circuiti commerciali ordinari, in cui vengono messe in discussione la relazione tra produttore e consumatore (spesso definito co-produttore), la qualità del prodotto o le forme stesse di produzione. La scelta del produttore di appartenere ad una rete distributiva che lo pone implicitamente in una relazione di conflitto con le multinazionali del cibo, determina una polemica rispetto alle forme di sfruttamento del lavoratore e obbliga a porsi alcune domande fondamentali dell’economia e del vivere associato: che cosa produrre, quale processo lavorativo adottare (biologico o intensivo), quale sistema utilizzare per distribuire il prodotto, etc.

Nel mezzo della crisi, dunque, c’è chi apre le porte con coraggio alla sperimentazione e al possibile.

Lo stesso avviene, seppure in forme diverse, in altri angoli del globo, ed esempio nell’esperienza colombiana della «comunità agricola Utopia» il cui proposito principale è quello di «incidere sulla trasformazione pratica della realtà economica, sociale e politica dei piccoli produttori agricoli con una strategia di appropriazione collettiva della catena alimentare, attraverso lo sviluppo di progetti sociali e proposte di sviluppo sostenibile e alternativo, chiudendo il cerchio che parte dal seme e arriva fino alla tavola per riprendersi la libertà di scegliere cosa coltivare e cosa mangiare»7.  E ancora si potrebbero citare le forme di sviluppo energetico così detto alternativo e rinnovabile, come quelle in Alto Adige, dove alcuni paesi soddisfano il proprio fabbisogno energetico attraverso un mix di impianti a impatto zero in condivisione con altri comuni del circondario8.  Oppure si potrebbe menzionare, per quanto riguarda il trasporto e la mobilità, a quanto accaduto recentemente in Grecia, dove in risposta alla crisi sono sorte pratiche di riappropriazione sociale, quali il rifiuto dei pendolari di pagare l’autostrada, la formazione di picchetti sulla metro per bloccare le obliteratrici, la nascita di gruppi di utenti che rivendicano il trasporto pubblico gratuito9. Si potrebbe continuare con tante altre narrazioni del possibile, come le esperienze multietniche di occupazioni a scopo abitativo in alcune metropoli non solo italiane (che andrebbero forse maggiormente enfatizzate anche in risposta alle politiche di segregazione dei migranti attraverso i CIE) o le forme di socializzazione della cultura e del sapere in molte esperienze giovanili come gli spazi sociali occupati, eccetera. Quelle qui richiamate sono soltanto alcune delle molte storie che si potrebbero ricordare, e che volutamente menzioniamo soltanto per accenni, perché quello che ci interessa è segnalare una prospettiva, tentare di connettere quelle esperienze, anche lontane tra loro, che viste unitariamente offrono uno scenario di conflitti dentro la crisi e ne disegnano una modalità di fuoriuscita in maniera nuova. Pensiamo a tale proposito alla battaglia per i beni comuni contro le mire dei privati assetati di profitti, alla grande epopea popolare dei contadini senza terra che si oppongono in America latina alle pretese dell’agroindustria, alle lotte ambientali o contro il nucleare in molti territori italiani come da ultimo nel comune campano di Terzigno (che alla discarica imposta dall’alto ha risposto con una lotta dal basso, senza mediazione e per il rilancio della raccolta differenziata), alla difesa della scuola pubblica contro i tagli dissennati in molti paesi europei fino alle iniziative di creazione di monete «verdi» o sussidiarie laddove la crisi finanziaria blocca la circolazione monetaria10. Tutte queste esperienze  offrono oggi al dibattito temi e parole come a-crescita, cooperazione, sostenibilità, beni comuni, nuovi diritti,  etc.

Crisi e possibilità si fronteggiano dunque, in una dialettica in cui la crisi equivale alle conservazione, mentre il possibile è la dimensione lunga e paziente di una trasformazione da nutrire, da abitare, da liberare.

Abitare il mondo con un reddito garantito

Muovendo da quest’opera di tessitura corale e dal basso di quel famoso «altro mondo possibile» che il movimento contro la globalizzazione neoliberista vedeva in costruzione agli inizi del nuovo millennio, la questione del reddito garantito acquista una dimensioni nuova e a suo modo cruciale. La sua funzione diventa quella di rafforzare le esperienze di autodifesa della società, di unificarle in una base di consistenza e di rivendicazione comune, di assicurarle da ingerenze esterne e di contribuire a fortificarle. Nella battaglia a favore del possibile, contro le costrizioni della necessità e della crisi, il reddito garantito è la misura in grado di potenziare e salvaguardare gli esperimenti di vita «altra», e di garantire l’uso o meglio la riappropriazione del tempo di vita, contro la necessità della sua messa in produzione per il profitto.

Anche qui esistono sperimentazioni molto interessanti come quella della regione namibiana di Otero, in cui l’erogazione per oltre due anni di un «basic income» incondizionato ha prodotto risultati notevoli con riguardo non solo alla lotta contro la povertà, ma anche alla riconquista di beni e concetti come dignità, opportunità, capacità di scelta. Infatti i beneficiari, e di più ancora le beneficiarie del basic income, hanno ripreso a studiare, hanno potuto ricostruire relazioni sociali, hanno realizzato sogni infranti come la possibilità di rimanere nella propria comunità territoriale e di costruire progetti. Vi è stata, in breve, l’emersione della possibilità a fronte di una necessità priva di orizzonti. Come dice chiaramente una delle beneficiarie «lasciate che altri provino quello che ho provato io grazie al reddito di base»11.

A partire dal reddito garantito si dipana così un groviglio di questioni di grande profondità e di grande urgenza dentro la crisi.  Di fronte alla barbarie di un capitalismo contemporaneo che sembra trascinarci tutti, consapevolmente o meno, in un baratro di regresso civile, in uno scivolamento collettivo verso rapporti sociali sempre più violenti, il reddito garantito sembra essere una possibile risposta a quel bisogno di emancipazione, di cooperazione nuova, di convivialità, che pure proviene da ampi settori dalla società. Da questo punto di vista possiamo affermare che con un «reddito per tutti» si avrebbe una linea di fortificazione del possibile, una linfa vitale aggiuntiva per esperienze sociali diverse, un requisito di base per offrire consistenza a quella socialità nuova che vediamo molecolarmente formarsi e posizionarsi contro lo sfruttamento esistente. Un reddito per tutti aprirebbe inoltre possibilità nuove di emancipazione a coloro che ancora non sono in grado o non hanno pienamente tentato di dare un senso diverso al tempo di vita costretto nel ricatto del lavoro. Uno dei paesi più colpiti dalla crisi a livello globale in questo inizio di secolo, l’Argentina, ha dato la luce ad alcune delle esperienze più intense di pratica dell’alternativa e di nuova cooperazione sociale. Come ha ricordato John Holloway in una sua recente conferenza tenuta a Dublino (ora reperibile in italiano sul sito www.u-topia.it) i disoccupati organizzati nel movimento dei piqueteros dicevano: «Il capitale se ne sta andando». A questa constatazione replicavano: «Bene. Vattene ora, capitale, quella è la porta, girati e vattene ora, perché non sei più il benvenuto. Decideremo collettivamente come usare le nostre risorse per sviluppare attività che migliorino la comunità: migliorare gli edifici, organizzare le nostre scuole, le nostre cucine, i nostri panifici, il nostro processo comune di prendere decisioni». Si determinava così un cambio di rotta notevole, che avrebbe infine raggiunto ampi strati di popolazione e introdotto nel lessico globale la chiara e scultorea parola d’ordine «que se vayan todos». Come in Argentina così per noi si ripresenta la necessità di congedarsi da un modello sociale che impoverisce la popolazione, schiavizza i lavoratori e ricatta un mondo intero.

In questo senso l’utopia concreta del reddito garantito acquista nuova forza, diviene parte integrante di una idea di società. Renderlo praticabile sin da ora significa contribuire alla riappropriazione del tempo di vita, all’aumento delle forme di opposizione, al rafforzamento di quelle esperienze del possibile già presenti. E’ il concetto stesso di lavoro che si modifica, prende commiato finalmente dalla sua «santificazione» e può assumere un significato nuovo. Bisognerà ad un certo punto uscire dalle secche di un’idea di reddito minimo utile soltanto a calmierare una precarizzazione selvaggia del lavoro, a fungere da ammortizzatore di fronte all’impoverimento generale di interi settori sociali. La «potenza» del reddito garantito può invece esprimersi in modo assai più ampio, fungendo non soltanto, come spesso si dice, da  «strumento per rompere il ricatto del lavoro precario», ma anche come dispositivo utile a propiziare il «rifiuto», ad alimentare l’autoattività, il lavoro libero, la soddisfazione di bisogni e desideri definiti in modo autonomo.

Un reddito garantito e incondizionato corrisponderebbe in modo pieno a un’economia politica del possibile, oltre il vicolo cieco in cui si trova il capitalismo attuale. Darebbe un valore nuovo alle attività umane, favorendo lo sviluppo delle facoltà e la difesa dell’autonomia personale. In questo senso il reddito sganciato dal concetto contemporaneo di lavoro, se messo in relazione con le tante forme di produzione ed autoproduzione alternativa, con le esperienze di base e sociali, con le espressioni di autonomia che allargano le opportunità di scelta individuale, diverrebbe un potente moltiplicatore di attività sociale (e non un riduttore come alcuni temono). Il reddito incondizionato e universale sarebbe in questo senso uno strumento di garanzia per la promozione e la connessione di quelle attività individuali e collettive, pubbliche e private, autorganizzate e autogestite, volontarie e aperte a tutti che sopra abbiamo tentato di descrivere e che potrebbero fungere da base su cui costruire un’idea nuova di come organizzare il rifiuto, di come nutrire il possibile, di come abitare il mondo.

Il compito politico per oggi appare quello – per usare le parole di Andrè Gorz – «di sottrarre alla logica capitalista e mercantile lo spazio ed il tempo…per creare dei legami sociali associativi liberi»12. E chi, se non proprio queste esperienze di «autodifesa» dalla barbarie e dalla crisi potrebbe farlo? E come se non segnando un cambio di passo proprio tramite la rivendicazione di un reddito garantito incondizionato? Queste esperienze potrebbero farsi punti di resistenza ai poteri, alle logiche mercantili, potrebbero essere, nel momento del conflitto, esse stesse sperimentazioni ed elaborazioni di alternative alla società che si sta ripiegando su se stessa e che sembra destinare il mondo verso il baratro. Sotto questo punto di vista per cambiare la società bisogna cambiare il concetto di lavoro e viceversa. Si tratta dunque di ritornare al politico a partire dalle esperienze alternative e le sperimentazioni del possibile ed il legame stretto con la proposta di un reddito garantito. Si tratta di individuarle e cominciare a definirle costituenti, fondanti di un’idea di mondo e di relazioni sociali nuove e in cui il tema e l’idea di progresso, di sviluppo di una società nel suo complesso, acquisiscano un senso diverso da quello che sino ad ora abbiamo conosciuto e subìto.

Bisogna volere la morte di questa società che agonizza affinché un’altra nasca dalle sue ceneri13. A questo scopo occorre innanzi tutto allenare lo sguardo, osservare attentamente ciò che può essere punto di rottura, di partenza ed anche di «fuga», perché oggi è il possibile il luogo e la direzione che vogliamo prendere.

 

NOTE

1 In una sintesi efficace sul piano analitico (ma meno sul piano propositivo) K.H.Roth descrive la progressiva sincronizzazione dei vari fattori di crisi, vicini e lontani. Vedi dunque «Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca», in A.Fumagalli, S.Mezzadra (a cura di), Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, Ombre corte, Verona 2009. C’è un’intuizione e un accenno in questo senso anche nell’ultimo libro di S.Latouche, Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2011, soprattutto pp. 165 ss. Si veda pure per una lettura dei diversi cicli della crisi, «I tempi della crisi», Infoxoa 019, pp. 11-15, a cura del nodo redazionale.

2 All’apogeo della società dei consumi è sempre più evidente la logica tautologica del capitale, la produzione per la produzione, cioè la produzione inutile, slegata ormai dalla soddisfazione dei bisogni. Se si prescinde da alcune mediazioni e dal processo (spesso assai veloce) di trasformazione e di decadenza dei prodotti non è esagerato dire che gran parte del lavoro odierno è finalizzato alla creazione diretta, pura e semplice, di rifiuti. Da questo punto di vista non parrebbe poi troppo assurda, perché almeno priva di nocività derivate, la proposta keynesiana di impiegare le persone, per sconfiggere la disoccupazione, nell’attività di apertura e chiusura di buche nel terreno. Segnali inquietanti di crisi dell’ideologia del lavoro sono stati individuati da alcune interessanti ricerche sociologiche sulla così detta «generazione né né», su cui si veda S.Gobetti, L. Santini  «La necessità dell’alternativa. Il precario della crisi e il reddito garantito» in Reddito per tutti: un’utopia concreta nell’era globale, Manifestolibri, Roma 2009.

3 Il riferimento è naturalmente al capolavoro di K.Polany La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974 (ed. orig. 1944). Ma si veda anche di Id., La sussistenza dell’uomo. Il ruolo dell’economia nelle società antiche, Einaudi, Torino 1983 (ed. orig. 1977).

4 Si veda Il Corriere della Sera del 8 gennaio 2010.

5 Si veda Il Sole 24ore, edizione on line del 10 gennaio 2010.

6 Qui di seguito stralci della testimonianza diretta del produttore, da cui si omettono riferimenti di nomi e luoghi per ragioni di riservatezza: «prima di iniziare questo tipo di attività (e francamente per quelli che  sono i prezzi di mercato non ne sarebbe valsa la pena ) io non facevo  altro che percorrere 200 km al giorno per lavorare in una tipografia che poi, con tanto di ringraziamento mi ha sbattuto fuori insieme ad altri  colleghi perché ha dovuto chiudere e trasferire la ditta a Firenze… dopo un periodo buio a pensare ciò cha avrei fatto della mia vita… prima di tutto avrei convertito la mia azienda al bio… per fornire un prodotto che sappia di “buono” e non di  “plastica” ovvero sano e naturale… avrei cercato su  internet associazioni, negozi, aziende e qualsiasi altro acquirente che  fosse interessato ad un prodotto salubre… ormai oggi l’intera produzione annuale  riuscite a smaltirla voi. Ho avuto quindi la possibilità di mettermi  finalmente in proprio, di dare lavoro onestamente ad altre persone; e si!!! perché con me lavorano altri tre operai regolarmente assunti e  tutti e tre con famiglia e con figli piccoli… ho deciso di fare un passo alla volta guadagnare  quello che mi basta per condurre una vita dignitosa e con un po’ di  sacrificio ma non rimetterci la faccia… stiamo inoltre conducendo una ricerca su quelle che sono le varietà  tipiche e ormai estinte del territorio per provvedere al più presto di  ripristinarle».

7 Per un approfondimento si veda il sito www.frutosdeutopia.org

8 Si veda il sito www.rivoluzione-energetica.it

9 F.Carlucci, Io non pagherò, dal sito www.u-topia.it.

10 Una puntuale e valida rassega delle pratiche di società «altra» si può trovare in L.Guadagnucci, Il nuovo mutualismo. Sobrietà, tipi di vita ed esperienze di un’altra società, Feltrinelli, Milano 2007.

11 Si veda al sito http://ipsnews.net/newsTVE.asp?idnews=54503

12 A.Gorz, Miserie del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma 1998.

13Ibidem

 

Quaderni per il reddito 2

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