Spesa sociale e sfida europea


Chiara Saraceno

L’Europa sociale è debole e largamente subalterna a quella economica ma la sua debolezza deriva anche dall’incapacità di chi avrebbe interesse a difenderla a farlo, e prima ancora a «vederla» e utilizzarla, costruendo attorno ad essa una constituency.Una debolezza particolarmente evidente nei partiti politici italiani vecchi e nuovi, stretti tra un europeismo di maniera ed un anti-europeismo altrettanto di maniera, entrambi superficiali e monodimensionali.

Il diritto sociale ad una vita dignitosa

La spesa sociale dell’Italia è insufficiente, gli strumenti di protezione dei disoccupati sono inadeguati e lo stesso vale per quelli a sostegno delle famiglie, che oltretutto sono congegnati in modo tale da non aiutare l’inserimento lavorativo delle donne, in primis perché lo spazio dei servizi è troppo ridotto. Alla luce di queste considerazioni, non può stupire che in tre anni, dal 2008 al 2011, la diffusione della povertà in Italia sia aumentata di tre punti percentuali (e la deprivazione ancora di più).

Non può stupire neppure che l’Italia, assieme all’Irlanda, sia il paese dell’Europa”ricca”-la vecchia Europa a l5-in cui il rischio di povertà tra i minorenni è più alto:32,3% rispetto ad una già alta media europea del 27%, con una forte concentrazione tra i minorenni che hanno fratelli/sorelle e i cui genitori hanno una bassa istruzione. Tra i bambini stranieri, poi, supera il 50%.
Per contrastare questo fenomeno occorre razionalizzare la spesa sociale, rendendola più efficiente rispetto all’obiettivo di garantire il «diritto sociale ad una vita dignitosa» ed insieme ad avere l’opportunità di sviluppare appieno le proprie capacità e potenzialità. Ciò comporta innanzitutto investire nei minori a partire dalla più tenera età, tramite il sistema educativo anche precoce, ma anche sostenendo la capacità di reddito delle loro famiglie, inclusa quella delle madri, e l’accesso a beni primari quali «conti correnti di base non costosi, Internet, trasporti, servizi sanitari, di cura ed educativi».
Si tratta del programma di una delle coalizioni che si sono confrontate in campagna elettorale? Niente affatto. E’ la valutazione della Commissione europea contenuta nella comunicazione sugli investimenti sociali in Europa resa pubblica qualche giorno fa. Al contrario, il tema della povertà, dei suoi rischi di lungo periodo per i bambini e ragazzi, del diritto sociale ad una vita dignitosa e quindi anche della necessità di rivedere in questo senso il nostro sistema di protezione sociale è rimasto ai margini della campagna elettorale, anche a sinistra.

Nel migliore dei casi sono state evocate categorie meritevoli cui destinare risorse monetarie calcolate in modo più o meno stravagante (i mille euro al mese per tre anni a disoccupati, esodati e persone prive di reddito del programma del Movimento Cinquestelle, sbeffeggiato dagli altri senza controproposte che affrontassero la questione). Nella girandola di proposte per ridurre le tasse, restituire l’Imu e via promettendo, la questione di come riorientare, oltre che incrementare se necessario, la spesa sociale per contrastare povertà ed esclusione sociale, ridurre le disuguaglianze di opportunità nello sviluppo delle capacità, investire nelle persone come fondamentale motore di sviluppo, non è stata sollevata. Tantomeno qualcuno, non il centro-sinistra e non l’«europeista» Monti, è stato capace di utilizzare questa parte del discorso europeo per mostrarne la potenzialità nelle argomentazioni contro una Europa tutta austerità, cieca di fronte alle sofferenze e alle disuguaglianze prodotte dalla crisi e dalle risposte a questa.
Certo, l’Europa sociale è debole e largamente subalterna a quella economica Ma la sua debolezza deriva anche dall’incapacità di chi avrebbe interesse a difenderla a farlo, e prima ancora a «vederla» e utilizzarla, costruendo attorno ad essa una constituency. Una debolezza particolarmente evidente nei partiti politici italiani vecchi e nuovi, stretti tra un europeismo di maniera ed un anti-europeismo altrettanto di maniera, entrambi superficiali e monodimensionali. Non ci si può allora stupire che in questa fase di insofferenza e disagio prevalga nettamente il secondo, con rischi e costi che valuteremo nei prossimi mesi, che temo saranno dedicati non all’investimento sociale, ma all’ulteriore distruzione e dispersione del poco che ci rimane.

Pubblicato su: La Repubblica, 3/3/2013

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