Sinistra e reddito: realismo per utopisti


Luca Casarini
Il reddito, da misura a sussidio, ha sempre visto ruotare attorno a sé visioni di destra e di sinistra. Pensiamo all’ispiratore della versione berlusconianaMilton Friedman – “eroe della libertà” come lo definì Bush, consulente di Pinochet e vate mondiale del neoliberismo – per il quale il reddito da corrispondere a ogni individuo poteva permettere la definitiva cancellazione della spesa pubblica a eccezione di quelle militari, facendo trionfare la religione del libero mercato su quella dello stato sociale. O alle varie forme di reddito minimo e di base sperimentate in diversi paesi e sostenute dalla sinistra, come misura contro la povertà e per l’aumento della domanda interna. In sintesi, la destra non ha mai rinunciato all’idea che i diritti – e dunque la lotta per la loro conquista da parte della maggioranza che sta peggio – potessero essere sostituiti da piccole mance individuali, attraverso le quali mantenere il dominio dei più ricchi sui più poveri. La destra iperliberista, che rappresenta sempre molto bene gli interessi dei suoi padroni, i ricchi, conosce perfettamente gli effetti di tale politica: come in Gangs of New York, “basta saper convincere la metà dei poveri a combattere contro l’altra metà”.
La sinistra invece, anche quella radicale con l’eccezione di pochi “eretici”, non ha mai osato mettere in discussione il principio cardine del capitalismo, che prevede che l’emancipazione sociale possa avvenire solo e solamente attraverso il lavoro salariato, entro i cui limiti battersi per l’espansione dei diritti. E ha dunque sempre pensato che il reddito di base altro non possa essere che una misura contro la povertà, limitata, transitoria, condizionata comunque alla futura accettazione di un lavoro. Si comprende bene perché, tra queste due posizioni, il punto di equilibrio, culturale e politico, alla fine non possa che slittare verso la prima.

Se il tema del reddito non viene affrontato a partire dalla natura stessa del lavoro contemporaneo, e dai meccanismi di valorizzazione capitalistica del nostro tempo, non se ne esce: al massimo una misura contro la povertà estrema, destinata a diventare rapidamente poco più di un obolo caritatevole assolutamente indadeguato in termini di quantità, di platea alla quale si rivolge, e di efficacia strategica contro la povertà stessa: l’aumento vertiginoso dell’impoverimento assoluto e relativo nelle società occidentali, e la diminuzione del lavoro necessario, condannano queste misure ad essere inefficaci e inapplicabili. È la miserabile storia del REI, dispositivo varato dal governo Gentiloni e impropriamente definito “reddito d’inclusione sociale”, che attinge a risorse dieci volte più basse del necessario, ma anche quella di altre simili misure adottate in tutta Europa. Qui si vede come la posizione liberista sul reddito, quella che lo associa alla fine del welfare, in questi anni abbia conquistato l’egemonia. Ma solo in via di principio, perché fino ad ora abbiamo assistito alla cancellazione del welfare, senza nessuna introduzione di una misura universale sul reddito. Via il welfare in termini di servizi essenziali, tagli a sanità e istruzione in primis, via le tutele sul lavoro, via la spesa pubblica attraverso le politiche di austerity, e largo invece ai “bonus”, alle piccole mance, subordinate all’accettazione di qualsiasi lavoro, anche gratuito, dentro un mercato regolato e giudicato solo da se stesso.

 La questione del reddito non può essere affrontata senza mettere al centro la principale peculiarità del capitalismo che stiamo vivendo: l’aumento delle diseguaglianze sociali. Qualche giorno fa Bloomberg ha reso noto il livello di incremento dei patrimoni, nell’ultimo anno, dei più ricchi del mondo: 23% in più. Complessivamente la ricchezza è aumentata di mille miliardi in dodici mesi, ed è parallelamente cresciuta la povertà di masse sempre più estese. Questo significa che il tema non è la “crescita”, ma la redistribuzione.

La crisi è stata dunque un terreno di lotta di classe, non una disgrazia. Durante questi dieci anni una minoranza si è enormemente arricchita a scapito della stragrande maggioranza, che si è invece impoverita a vari livelli: passando dal ceto medio alla povertà, dalla povertà alla miseria, dalla miseria all’impossibilità di sopravvivere. Sono ormai 120 milioni i poveri, tra assoluti, relativi, inoccupati, intermittenti, a basso salario, che in Europa soffrono pesantemente gli effetti della “ristrutturazione” avvenuta con la gestione liberista della crisi economica e finanziaria.

La ricchezza che va nelle strabordanti tasche dei pochi è frutto del lavoro sociale e cooperante di tutti: non è un caso che essa derivi prevalentemente da attività finanziarie speculative e dei colossi della rete. I primi cinque ricchissimi sono tutti “padroni del digitale”, che funziona grazie alla partecipazione, consapevole o inconsapevole, della maggioranza povera. Il capitalismo contemporaneo estrae valore dalla vita delle persone e del pianeta, più che produrlo a mezzo di messa al lavoro in cambio di un salario. Difatti il salario, diretto o differito, è sempre più eroso. I nuovi poveri lavorano, in condizioni sempre peggiori, in cambio di una mancia. Lo stato attuale della diseguaglianza descrive, come anche il dibattito a sinistra su questi temi, la sconfitta dell’idea socialdemocratica di un “riformismo liberista”.

Al contrario l’affermazione di misure strutturali per la redistribuzione della ricchezza, universali e sganciate dalla prestazione lavorativa, potrebbe delineare il cuore di una nuova utopia progressista, di una politica di radicale riforma che finalmente assuma questo mondo, e non quello del secolo scorso, come terreno di lotta per la giustizia sociale. Abbiamo bisogno di precise piattaforme di lotta che, come l'”Universal Basic Dividend” di Varoufakis e DiEM25 o le proposte presentate da Hamon durante la sua sfortunata campagna per le presidenziali in Francia, possano tradursi in altrettanti programmi di governo. Dobbiamo invece evitare che queste discussioni rimangano confinate in riuscitissimi seminari tra illuminati e irrilevanti “tifosi” del reddito.

Dobbiamo far vivere questo dibattito anche in Italia dentro “Liberi e Uguali”, che è potenzialmente il luogo dell’incontro tra le sconfitte del passato ciclo socialdemocratico e una sinistra radicale disposta a giocare se stessa in una sfida più complessa, contradditoria ma forse utile al cambiamento di un quadro politico tenuto in ostaggio dall'”estremismo di centro”. Dobbiamo dare cittadinanza all’idea che la “piena occupazione”, nel tempo dei robot, della rendita e della finanza, non può ascriversi a uno sviluppo o a una crescita di tipo capitalistico, ma solo a scelte politiche derivanti dalla conversione ecologica e sociale della produzione. Che il reddito, come misura sganciata dal lavoro, può agire come leva per redistribuire la ricchezza ingiustamente trattenuta dagli speculatori e accumulatori di patrimoni. E non è nemmeno in antitesi al welfare, anzi – come ricordava Stefano Rodotà – rafforza la resistenza al suo progressivo smantellamento e consente di reinventarne le forme. Dobbiamo immaginare che sia questo l’ “Articolo 18” delle nuove forme del lavoro, la misura necessaria per impedire che il ricatto della povertà conduca all’accettazione passiva di qualsiasi condizione. Dobbiamo dire che una battaglia come quella per il reddito, in Europa, è uno dei modi più efficaci per dire basta alle ingiuste e irrazionali politiche d’austerity, dal pareggio di bilancio al patto di stabilità. Potrebbe essere il cuore di un’utopia realista capace di contrapporre una nuova idea di progresso alle irrealistiche illusioni del neoliberismo. E l’Europa, come tutto l’Occidente, senza utopie muore.

Luca Casarini Sinistra Italiana, Direzione Nazionale

Tratto da Huffingnton Post 31 dicemre 2017

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