Simposio internazionale in Germania


Il 16 e 17 maggio 2009 ad Herzogenrath in Germania si terrà il simposio internazionale sul basic income organizzato dalla rete tedesca del grundeinkommen. Il programma e le altre informazioni, in lingua tedesca, si possono avere cliccando qui.

Il Bin Italia ha inviato un proprio contributo in merito, sia in italiano che in inglese e che potete leggere, entrambi, su questa pagina.

In Italiano

Contributo del Bin Italia al simposio internazionale di Herzogenrath, 16 e 17 maggio 2009

In questo nostro intervento consideriamo quali sono le linee principali di iniziativa in Europa per far progredire l’idea del diritto al basic income  come diritto fondamentale europeo, sancito, ma anche tutelato e – in linea di
tendenza – finanziato dall’UE in quanto tale. Occorre fare una breve premessa: negli ultimi anni- dal 2000 ad oggi- la protezione dei minimi vitali e la garanzia dei mezzi necessari  ( non solo meramente monetari) adeguati a condurre  una vita dignitosa come obiettivo ” sopranazionale”  ha fatto molta strada nel vecchio continente ed è
richiamato  in molti documenti comunitari,  a carattere programmatico (come le conclusioni dei Vertici a 27), di indirizzo (raccomandazioni della Commissione o Risoluzioni del P.E.), o  più propriamente normativo (Carta di Nizza, Carta sociale europea, Carta dei lavoratori comunitari).
Certamente nessuno di questi testi ancora assume il basic income nella sua accezione più rigorosa, come diritto spettante a tutti i cittadini europei  in virtù del solo fatto di appartenere a quella comunità politica di tipo sovranazionale che sin dal 1993 (Trattato di Maastricht) ha riconosciuto l’idea di una ” cittadinanza comune”. In genere lo ius existentiae  è visto come un intervento di sostegno per coloro che sono a rischio di esclusione sociale o ancora come una misura diretta a facilitare le transizioni lavorative, quindi come diritto ad  “una continuità di reddito” in contesti produttivi post- fordisti. Tuttavia sarebbe illogico e antistorico negare che nell’
ambito dell’Unione l’utopia concreta del basic income ha gettato importanti basi e premesse istituzionali non secondarie  per un suo ulteriore radicamento e sperimentazione.
Da questo punto di vista i Bin europei ( in modo auspicabilmente coordinato) dovrebbero favorire il dibattito e la mobilitazione su 4 obiettivi convergenti:
a) ottenere che i paesi che ancora non hanno forme di copertura universalistica di ultima istanza (Italia, Grecia ed Ungheria) introducano queste forme adeguandosi agli orientamenti UE nel loro insieme
b) favorire la diffusione e l’egemonia delle best practises  di quei paesi (in primo luogo quelli scandinavi) ove le prestazioni sono più generose e sono meno condizionate da politiche di workfare.
Non si tratta di contrastare in sé l’immagine di ” politiche attive del lavoro” ma invece di insistere sul carattere volontario, individuale, creativo dei percorsi verso il reinserimento al lavoro, che è in tensione con l’obbligo imposto di accettare una prestazione lavorativa che il soggetto ritiene non rientrare nel ” proprio ” percorso di vita ( o se vogliamo che non consenta lo sviluppo delle proprie capabilities).
c) mirare ad orientare le Corti europee verso una corretta interpretazione del basic income come un diritto ( sociale ) di cittadinanza e quindi necessariamente il più svincolato possibile dalle relazioni di lavoro e di impiego. Nelle Carte europee il diritto non è peraltro sottoposto a condizioni di sorta, ma solo a presupposti di ordine economico ( sembra accordato solo a chi si trova al di sotto dei minimi vitali, ma non implica alcun obbligo di accettare un lavoro). Persino le Convenzioni dell’ILO  sull’indennità di disoccupazione prevedono espressamente che non si possa costringere le persone ad accettare un  lavoro, a pena di perdita del sussidio
d) cercare, partendo dalla situazione di crisi e dalle difficoltà dei singoli stati nel garantire da soli strumenti di
sostegno al reddito efficaci e del pericolo di un social dumping tra stati  virtuosi e stati liberisti in materia sociale, di far avanzare la prospettiva di un debito pubblico europeo diretto a sostenere progetti di solidarietà comuni, a cominciare da un  basic income continentale finanziato con eurobonds (ed anche ricorrendo ai fondi dell’ingiusta, iniqua ed irrazionale politica agricola comune).

Durante la seconda Convenzione europea la proposta di formalizzare lo ius existentiae (nella forma della garanzia dei  mezzi” adeguati ad una vita dignitosa) non riuscì a imporsi; tuttavia esistono due linee di sviluppo istituzionale e giuridico lungo le quali comunque si è consolidata una pretesa in tal senso, in prospettiva giustiziabile e momento di orientamento delle politiche sociali dell’U.E.
A1) La prima corre lungo il crinale della Lisbon agenda,  delle politiche europee dell’occupazione (Trattato di Amsterdam) nella Strategia Europea per l’Occupazione (European Employment Strategy – EES) e dei
processi connessi al cosiddetto metodo aperto di coordinamento (open method of coordination – OMC). A partire dal 2000 i documenti comunitari pongono l’accento sul lavoro “di qualità” (more, but better jobs), sulla flessibilità in ascesa e quindi su iniziativa del lavoratore, sulle politiche di sostegno  nel mercato alla forza lavoro
attraverso la formazione permanente e continua (Lifelong Learning), la valorizzazione delle capabilities individuali, l’opera di indirizzo dei servizi pubblici per l’impiego, la protezione generalizzata dal rischio di disoccupazione e il mantenimento dei livelli di reddito nelle transazione lavorative. Per quanto si mantenga una notevole ambiguità negli atti dell’U.E. tra l’adesione ad ideologie liberiste ed ad istanze funzionaliste e tecnocratiche e la prospettiva invece di un allargamento della filosofia del garantismo in campo sociale ad aspetti
non strettamente connessi ad un rapporto lavorativo in corso (come nell’ ormai celebre Rapporto Supiot (Au-delà de l’emploi. Transformations du travail et devenir du droit du travail en Europe, del 1999) che parla di una tutela delle aspettative della “cittadinanza laboriosa”, oltre l’immaginario dell’impiego), l’OMC riesce ad organizzare quantomeno un comune terreno di discussione e di confronto tra le diverse esperienze europee. Attraverso la definizione di obiettivi comuni long term e lo scambio delle best practises si cerca di raggiungere un terreno di
sperimentazione e di apprendimento collettivo. Nelle procedure dell’ OMC  vengono allora privilegiate quelle esperienze soprattutto scandinave (ma non solo) che hanno compiuto il salto in un sistema di flexicurity nel quale la garanzia di un basic income (nella duplice forma dell’assicurazione per tutti dei mezzi necessari ad una esistenza libera e dignitosa e di sostegno  al reddito tra un impiego ed un altro) è uno dei pilastri del rinnovamento e dell’universalizzazione degli apparati del welfare state.
Questo lento e controverso processo ha subito una improvvisa e drastica accelerazione dopo l’elaborazione
del tanto discusso Green paper ( del 2006) sulla modernizzazione del diritto del lavoro che ha provocato una straordinaria partecipazione (in genere con accenti critici) della società civile europea che da un lato è riuscita a mettere la sordina alle proposte più discutibili dell’originario testo e dall’altro ha portato finalmente nel Dicembre  del 2007 all’approvazione unanime di alcuni principi comuni di flexicurity che contemplano il basic income nei modi prima accennati. Da quella data le politiche dell’occupazione dei singoli stati (che vengono coordinate a livello europeo) dovranno indicare in che modo rispettano i principi comuni e comunque quali siano i percorsi che stanno seguendo per valorizzarli. Si deve notare che nel 2008 la Commissione europea si è fatta più decisa  nello stigmatizzare i paesi che trasgrediscono platealmente alle indicazioni europee in materia di lotta all’
esclusione sociale (il cui primo pilastro è la copertura universalistica dei bisogni vitali). Il Trattato di Lisbona prevede comunque la definizione dei compiti della Commissione per il coordinamento delle politiche ( anche sociali) e l’obbligo di informare il Parlamento europeo: è evidente l’intenzione di ” politicizzare” la questione attivando la partecipazione di cittadini e soggetti associativi ( ed anche di quelli rappresentativi).

A2) Il secondo sentiero è invece più strettamente giuridico. Qui il reddito viene in considerazione come diritto sociale fondamentale, direttamente protetto e riconosciuto dall’Unione. Vi è una premessa ( ma piuttosto ambigua) nella dichiarazione universale del 48 e nel Patto ONU economico sociale del 1966 ( non ratificato però da Gran Bretagna ed Irlanda): poi ma con le due Carte sociali europee, quella del Consiglio d’Europa e
quella de lavoratori comunitari del 1989 ( ratificate dai paesi membri) il diritto è esplicitamente formulato e come tale è ripreso dalla Carta di Nizza al suo art. 34 (terzo comma). La formulazione del Testo di Nizza è  espressivamente non molto felice, ma il suo reale contenuto è piuttosto chiaro ed univoco.  E’ stabilita una connnessione strettissima con la dignità ( principio architrave della Carta) e si aggiunge una  integrazione con il diritto all’assistenza abitativa. Le formulazioni delle due Carte europee sono molto più chiare e possono
quindi fungere da fonti interpretative dell’art. 34. Il destino dell’ articolo è legato al destino della Carta nel suo complesso che il Trattato di Lisbona rende ufficialmente obbligatoria . Va sottolineata in realtà una applicazione consistente ” anticipata” della Carta da parte delle Corti, ad ogni livello, d’Europa, ma il Bill of rights
diventerà molto più forte ed incisivo come strumento di tutela giuridica una volta completato il processo di ratifica del  Trattato. Alcuni studiosi ritengono che con questo passaggio le legislazioni nazionali sarebbero sindacabili laddove non proteggono, quanto al loro contenuto essenziale, i diritti previsti dalla Carta. Anche in Sud-
america la Corte interamericana dei diritti dell’uomo ha condannato il comportamento degli Stati che non tutelano la dignità dei loro cittadini, andando persino oltre la formulazione letterale della Dichiarazione dei diritti  umani interamericana. Per la Carta di Nizza il diritto è incondizionato, così come sono incondizionati i sostegni
previsti per i disoccupati dalle convenzioni dell’ILO. Comunque con l’art. 34 il basic income  è divenuto già un diritto sociale fondamentale, con tutte le conseguenze che questo status comporta (ad esempio per proteggere un diritto fondamentale gli stati possono derogare a norme comunitarie in materia di libera concorrenza e mercato unico, possono compiere operazioni di tassazione particolari etc.).
B) I due piani possono in realtà interagire: per es. ove gli stati non dovessero rispettare neppure in linea di massima le indicazioni dell’ OMC  che coinvolgono diritti sociali fondamentali in futuro potrebbe intervenire la Corte di Giustizia europea, così come i giudici nazionali per i quali i diritti protetti dalla Carta costituiscono già
oggi principi generali del diritto comunitario (art. 6 del Trattato sull’Unione) e quindi strumenti privilegiati per interpretare anche il diritto nazionale

C) Nella crisi si apre però una ulteriore prospettiva: per combattere il social dumping e per realizzare la
coesione sociale a livello dell’U.E. (obiettivi che già rientrano nei Trattati) l’U.E. potrebbe assumere la responsabilità diretta attraverso risorse proprie di un basic income europeo (con gli unionbonds e/o l’
utilizzazione dei fondi che oggi vanno all’irrazionale ed iniqua politica agricola comune). Sarebbe un passaggio decisivo verso una solidarietà davvero europea ( l’unica che può reggere le sfide della crisi internazionale) che però implica in tendenza un bilancio comune, una fiscalità unitaria, un governo sovranazionale dell’economia ( e non della sola moneta).
Va ricordato che esiste una base giuridica per questo intervento. Il Fondo per le vittime della globalizzazione
economica ( che in sostanza aiuta i disoccupati) ha come premessa l’art. 159 ( TCE)  sulla coesione sociale, base giuridica che potrebbe essere utilizzata anche per misure del genere.
Anche se oggi mancano ancora strumenti di governance europea cruciali per questa materia (un governo dell’economia, un sistema fiscale omogeneo, una responsabilità della BCE anche per gli effetti sociali delle  sue
scelte etc.) si realizzerebbe oggettivamente un salto verso una situazione più avanzata, un accenno importante verso la comunitarizzazione del settore della ” solidarietà”.

D) Sta a noi cittadini europei pretendere questo passaggio (leader e partiti europei oggi non esistono) attraverso tre linee di azioni convergenti: la prima partecipando ai processi di governance europei (che in parte già
integrano O.N.G., associazioni di varia natura, sindacati), aprendoli ulteriormente all’intervento attivo della società civile europea non istituzionalizzata, prendendo sul serio l’immagine della flexicurity e così impedendo ai singoli Stati di boicottare le indicazioni di matrice sopranazionale, e cercando al tempo stesso di pretendere che le best
practises  siano replicate nei paesi che hanno ancora sistemi di protezione social arretrati e non inclusivi. Partecipare in questi sedi di discussione serve soprattutto ad imporre l’idea di una incondizionatezza del reddito di cittadinanza, opponendosi ad ogni misura che mira a interpretare questa misura come un mero ammortizzatore sociale e come una spinta al reimpiego anche forzato.
La seconda attraverso la rivendicazione dello ius ad  vitam  nelle aule di giustizia (cause pilota promosse ad ogni  livello e fondate sulle Carte dei diritti del vecchio continente).
La terza con un’azione politica concentrata sul P.E. ( appelli, petizioni, marce, proteste…), l’unico che sembrerebbe, se non altro per incrementare il proprio ruolo, in grado di poter diventare un interlocutore di spinte
trasformative.

E) Va infine considerata la strada della  richiesta popolare di intervento in questo settore. Il Trattato di Lisbona
prevede che con un milione di firme si possa invitare gli organi europei ad una iniziativa di tipo legislativo  (il basic income certamente rientra tra i possibili obiettivi contemplati dal Trattato visto che è menzionato come diritto nel Bill of rights europeo, le cui norme avranno lo stesso legal value di quelle dei Trattati ). Manca
ancora un regolamento di attuazione, ma il Parlamento di Strasburgo si è già mosso (il 3.2.2009) in questa direzione. Comunque come ” atto politico” una raccolta di firme avrebbe una sua razionalità in sé.

Per questo salto serve una nuova alleanza tra  democratici (che hanno a cuore il nucleo razionale ed emancipativo del costituzionalismo occidentale) e coloro (i ribelli?) che oggi riescono o semplicemente
mirano ad interpretare il disagio sociale, [che investa] con l’intenzione di puntare sull’Europa e non sulle malinconiche ed ipocrite risposte nazionali alla crisi.

Il dibattito Italiano
Nel corso degli ultimi anni, anche in Italia, seppur non con la stessa intensità di altri paesi europei, il tema del basic income è stato al centro di numerosi interventi.
Possiamo riassumere tale dibattito in due filoni fra loro distinti. Il primo è interno al dibattito teorico della sinistra radicale e dipende in ultima analisi da come l’attuale fase economica del capitalismo viene interpretata. Il secondo riguarda invece il tema del basic income come strumento regolatore della distribuzione del reddito in chiave di riforma economica, come strumento di coesione sociale.
Riguardo al primo filone di discussione, siamo in presenza di una variegata gamma di posizioni sull’analisi dell’attuale fase capitalistica. Ad un estremo c’è chi nega qualsiasi modifica sostanziale rispetto al capitalismo industriale- fordista e intravede una continuità sostanziale che rende ancora validi gli strumenti analitici del marxismo-leninismo del secolo scorso e la centralità del soggetto “operaio-massa” dell’industria come perno di un possibile processo rivoluzionario. Dall’altro, una componente teorica che fa riferimento al pensiero neo-operaista e alle tematiche sviluppate con le teorizzazioni negriane dell'”operaio sociale” ritiene che l’attuale paradigma di accumulazione è strutturalmente diverso da quello industriale-fordista sino a configurarsi come “cognitivo-immateriale”. La posizione dei primi è conseguentemente di rigetto dell’ipotesi di un basic income. Essa viene vista come una proposta che anzi rischia di avere effetti deleteri sui processi di trasformazione
economica, in quanto distoglierebbe da quello che è il luogo reale dello sfruttamento del lavoro: l’atto della produzione di valore insito nel rapporto capitale-lavoro. La proposta di basic income viene vista come misura redistributiva (di tipo puramente assistenzialista) che non va ad intaccare le modalità reale del paradigma di produzione. Il rischio, secondo costoro, è uno scivolamento verso posizione “social-liberiste” che annacquerebbero le potenziali capacità rivoluzionare del lavoro subordinato. Inoltre, si allude al sospetto che una politica di basic income potrebbe avere effetti di sostituzione con il welfare, favorendone la privatizzazione, e inolttre porterebbe ad una riduziuone della dinamica salariale. In questa prospettiva, il basic income è
visto come alternativo alla lotta per maggiori salari e ad uno stato sociale in grado di garantire i bisogni primari della popolazione. Per i sostenitori dell’ipotesi del capitalismo cognitivo, l’idea di basic income, fa perno, invece, sul concetto di “remunerazione” o “riconoscimento” e non di intervento assistenziale (sussidio,trasferimento, ecc.). La logica che ne giustifica l’esistenza è quindi del tutto rovesciata. Nell’attuale contesto del capitalismo cognitivo, la ricchezza si ripartisce tra coloro che mettono a valore la vita (tutti e tutte i residenti, nessuno escluso, a prescindere dalla cittadinanza, ecc.), da un lato, e coloro (una quota minore) che estraggono valore dall’appropriazione privata dei beni comuni (sfruttamento dei diritti di proprietà intellettuale, sul territorio,
sui flussi finanziari, ecc.) o che traggono profitti dall’attività produttiva e terziaria.
In altre parole, il reddito di esistenza non è altro oggi che il corrispettivo del salario nell’epoca fordista.

Parallelamente a questa discussione, il tema del basic income viene anche declinato all’interno dello (scarso) dibattito sulla riforma del welfare. La situazione di crisi economica ha infatti riproposto la necessità di estendere gli ammortizzatori sociali anche a quei soggetti del lavoro che oggi ne sono esclusi. E’ noto che in Italia non esiste nessun intervento di sostegno universalistico al reddito di ultima istanza. Nel dibattito corrente, il tema del basic income viene così declinato in termini di “reddito minimo”, condizionato, non universale e spesso erogato non agli individui ma alle famiglie, in virtù della forte e tutta italianissima tradizione familistica del welfare.
L’idea di basic income che vi sottende è quindi legata ad una politica assistenzialista, fortemente condizionata dall’ingresso al mercato del lavoro. Tuttavia, ampi spazi di intervento si possono aprire. Ed è in questo spazio che opera il Bin-Italia. Costituitosi da poco meno di un anno, esso è stato tra i promotori dell’approvazione della Legge Regionale sul Reddito nella Regione Lazio, che seppur presenta ancora limiti per un’idea di basic income universale e incondizionato, presenta comunque dei passi in avanti importanti, rivolta a diminuire i mean tests e gli obblighi normalmente stipulati per accedere alla misura reddituale.
Ed è in questa prospettiva che operiamo per far sì che il tema del basic income acquisti più centralità sia nel panorama politico sociale italiano che nel dibattito culturale più in generale.

“siamo tutto salvo che inattivi e proprio perchè siamo attivi non abbiamo tempo di lavorare”

In Inglese
 

Italian Contribution to the Debate on Basic Income at the International Symposium Herzognerath 16/17 may 2009

We’d like to consider throughout our paper which are the main lines of initiative in Europe to develop the idea of the right to a basic income as fundamental European right ratified but also protected and funded by the European Union. An introduction is needed at this point: in the last years – from 2000 to nowadays –  the protection of the basic needs and the guarantee of adequate basic means of subsistence (not just merely monetary) in order to live a dignified life as “supranational” goal have made progress in the old continent. They can be found in fact in many European documents either in the programmatic ones (such as the conclusions of the 27 EU leaders summits), or in the strategic direction ones (such as the recommendations of the European Commission or the resolutions of the European Parliament) or in the more properly normative ones (such as the Treaty of Nice, the European Social Charter and the Community Workers’ Charter).

To be sure, none of these documents have adopted yet basic income in its more rigorous meaning, that is as a right which all European citizens are entitled to just because being members of that supranational political community that since 1993 (Maastricht Treaty) has acknowledged the idea of “community citizenship”. General speaking, the ius existentiae is seen as a support means for those at risk of social exclusion or as a measure aimed at facilitating job transitions, therefore it has been considered as a right to “income continuity” in post-fordist productive contexts. However, it would be illogical and antihistorical to deny that in the European Union the concrete utopia of basic income has laid solid foundations and not secondary institutional presuppositions for its further establishment and testing.

From this point of view, the European networks related to the basic income issue should (in a coordinated way) promote both the debate and the mobilization on 4 converging objectives:

  • a) striving for the introduction of universal last resort benefits in those countries (such as Italy, Greece and Hungary) where any income support is provided in order to adequate them to the European Union directions as a whole.
  • b) promoting the diffusion and the hegemony of the best practises of those countries (primarily the Scandinavian states) where benefits are more generous and less conditioned from workfare policy. The point is not to oppose the image of the active policy aimed at boosting the employment but to insist on the voluntary, individual and creative aspect of the several paths to job reintegration that is in opposition to being under an obligation to accept a job that the subject doesn’t consider as part of his/her own life plans (or, we might say, that doesn’t allow the development of his/her own capabilities).
  • c) aiming at orientating the European Courts towards a correct interpretation of basic income as a citizenship (social) right and therefore make it as much as possible unconditional as regards employment status and working relations. In European Charters, however, the entitlement to receive benefits is not subject to any conditions but the economic ones (it is granted just to those who live below the minimum standard of living but without implying any obligation to accept a job). Even ILO Conventions concerning unemployment benefits expressly envisage that one can’t be forced to accept a job in order not to lose this benefit.

d)    trying to bring forward – considering the present crisis situation, the difficulties of single states to guarantee by themselves efficient income support measures and the risk of social dumping between virtuous and liberal states as concerns the social policy – the perspective of a European public debt aimed at sustaining common solidarity projects starting from a continental basic income funded by Eurobonds (and by resorting to the funds of the unfair, unequal and irrational Common Agricultural Policy, too).

During the second European Convention, the proposal to formalize the ius existentiae (in the form of a guarantee of adequate resources to live a dignified life) failed; notwithstanding, there are two lines of institutional and juridical development along which such a claim has been strengthened in a justice perspective and as direction the EU social policy should take.

A1)

The first line runs along the crest of the Lisbon Agenda, the European employment policies (Amsterdam Treaty) within the European Employment Strategy (EES) and the processes connected to the so called open method of coordination (OMC). Since 2000 European documents focus not only on creating more jobs but also on ensuring better jobs. Also, they focus on rising flexibility needs demanded by workers, policies supporting labour force through lifelong learning programmes, valorising individual capabilities, giving directions to the public employment services, unemployment  protection policies and maintaining the levels of wages in job transactions. Despite in the EU documents there is a considerable ambiguity between the adhesion to the ideologies of liberalism and to technocratic and functional demands and the perspective of more social guarantees not strictly connected to labour status (as in the now famous “Supiot Report” (Au-delà de l’emploi. Transformations du travail et devenir du droit du travail en Europe, published in 1999) that deals with the protection of the expectations of the “laborious citizenship” beyond the notion of employment), the OMC is able to organise at least a common ground for discussion and comparison among the different European experiences. By setting long term common objectives and sharing the best practices it is possible to achieve a collective experimentation and learning ground. The procedures of the OMC prefer then especially those Scandinavian experiences (but not just) that moved towards a flexicurity system where the guarantee of a basic income (in the double meaning of covering all resources necessary to live a free and dignified life and income support during employment gaps) is one of the pillars of the renewal and universalisation of welfare state apparatus.

This slow and controversial process has been accelerated after the Green Paper (2006) on modernising labour law that provoked an extraordinary participation (in general with a critical approach) of the European civil society that on one hand succeeded in muting the most objectionable proposals contained in the previous version of the document and, on the other hand, in December 2007 led to the unanimous approval of some common principles of flexicurity that regard basic income as above mentioned. Since then, the employment policies of the Member States (that are coordinated at European level) have to show whether they are respecting the common principles and how they are implementing them. One point to be noted is that since 2008 the European Commission is acting more decisively in stigmatizing those countries that obviously fail to comply with European provisions as regards the fight against social exclusion (which main basis is the universal cover of basic needs). The Lisbon Treaty includes the definition of the tasks of the Commission as concerns the coordination of policies (including the social ones) and the duty to inform the European Parliament: it’s clear here the intention to put the issue on a political level by activating citizens and associations in taking part in the process.

A2)

The second one is instead a more strictly juridical path. Here, basic income is regarded as fundamental social right, directly protected and acknowledged by the EU.

There is a premise (rather ambiguous, though) in the Universal Declaration of Human Rights of 1948 and in the UN Covenant on Economic, Social and Cultural Rights of 1966 (not ratified by UK and Ireland). But then in two European Social Charters, the European Social Charter of the Council of Europe and the Community Workers’ Charter signed in 1989 (and ratified by the Members States) the right to a basic income is explicitly formulated and then established by the article 34 (third paragraph) of the Nice Charter. The wording of the Treaty of Nice is expressively not very happy formulated but its actual meaning is quite clear and unambiguous. A close link with the principle of dignity is established (main principle of the Charter) and an integration on the right to housing is added. The wording of the two European Charters are much more clear and they can therefore act as interpretative sources of the article 34. The destiny of this article is linked to the destiny of the Charter on its whole that is made legally binding by the Treaty of Lisbon. Actually, a substantial enforcement of the Charter has been anticipated already by the Courts of Europe but the Bill of Rights will become a stronger and more incisive instrument of juridical protection once the ratification process of the Treaty will be completed. Some scholars consider that when it happens the national legislations would be arguable in case they don’t protect the rights contained in the Charter. Also in South America the Inter-American Court of Human Rights has condemned those states that don’t respect and protect the dignity of their citizens, going even beyond the literal wording of the Inter-American Declaration of Human Rights. The right to a basic income contained in the Nice Charter is unconditional, just as the unemployment benefits provided in compliance with ILO Conventions. However, thanks to the article 34, basic income has already become a fundamental social right with all the consequences that this status implies (e.g. in order to protect a fundamental right, the Member States are able to repeal community laws on free competition and single market, they can implement special taxes, etc.).

B)

Actually, the two levels can interact: for instance, in the future, in case a Member State wouldn’t respect not even by and large OMC directions that include fundamental social rights, the European Court of Justice could intervene, same as the national judges since the rights protected by the Charter are already general principles of the European Community law (Treaty on European Union – article 6 ), therefore they represent privileged instruments to interpret national law, too.

C)

Because of the crisis, a further perspective emerges: in order to fight against social dumping and to achieve social cohesion (objectives already contained in the Treaties), UE could take charge of these issue directly through implementing a European basic income (by using the Unionbonds and/or funds that now are allocated to the irrational and unequal Common Agricultural Policy). It would be an important switch towards a real European solidarity (the only one that can bear the challenges of the international crisis) but it implies a Community budget, a common system of taxation, a supranational government of the economy (and not just about the currency).

It’s important to recall that there is already a juridical basis concerning this kind of action. The EU Globalization Fund (helping redundant workers as victims of the economic crisis) is based on the premise that social cohesion has to be reinforced by Community policies, as is stated in Article 159  of the Treaty establishing the European Community (TEC).

Even though now there is still a lack of European governance instruments crucial to this topic  (government of the economy, homogeneous system of taxation, ECB’s liability for social effects of its policies, etc.), the implementation of a European basic income would represent an important progress towards the communitisation of solidarity.

D)

As European citizens, we have to demand this change through three converging lines of actions: the first line passes through taking part in European governance processes (including already NGO, associations, trade unions). The point is to allow non institutionalized civil society to take part in the process and consider seriously the notion of flexicurity preventing in this way single States from boycotting the supranational indications and demanding at the same time that the best practises are implemented in those countries that have developed backward and non-inclusive social protection systems. Taking part in this process is useful mainly to impose the idea of an unconditional citizenship income and to oppose any other measure that aims at considering it as a mere conditional “social shock absorber”.

The second one passes through claiming the ius ad vitam in the judicial courtrooms (promoting lawsuits  that are based on Charters of Rights of the old continent). Finally, the third one passes through a political action focused on the European Parliament (appeals, petitions, demonstrations, rallies, etc.), the only body that seems able to become an interlocutor for real changing, at least in order to enhance its role.

E)

Finally, we have to consider the option of people’s campaigns demanding to intervene in relation to this issue. The Lisbon Treaty makes clear that by collecting one million of signatures it is possible to demand from the European bodies to take legislative action (basic income is certainly included among the objectives contained in the Treaty since it is regarded as right in the European Bill of Rights, whose norms have the same legal value as those contained in the Treaties). There are not  rules for its enforcement yet but the European Parliament is undertaking a series of actions (on the 3rd of February 2009) in this sense. However, starting a campaign would be an important “political action”.

In order to achieve this switch, we need a new alliance between democrats (who care for the rational and  emancipatory core of western constitutionalism) and those (rebels?) who succeed in (or simply aim at) interpreting social uneasiness. An alliance that bets on EU level rather than on national hypocritical and melancholic levels to face the crisis.

The Italian debate

Over the last years, the basic income issue has been at the core of many interventions in Italy too, even though it didn’t reach yet the same intensity as in other European countries. We can sum up the Italian debate dividing it into two very different strands. The former is part of the theoretical debate within the far left and it depends on the interpretation given to the current economic phase of capitalism. The latter, instead, regards basic income as an instrument to regulate income allocation in a context of economic reform, considering it as an instrument of social cohesion.

As regards the first strand, the analysis on the current capitalistic phase presents a wide range of positions. On one hand, there are those who deny any substantial transformation regarding Fordist industrial capitalism and think that such continuity makes Marxism-Leninism analytical instruments of last century still valid. Therefore, they consider the “mass worker” of the huge factory as the main subject of a possible revolutionary process. On the other hand, there is a theoretical approach that refers to neo-operaismo and to the analysis developed with Negri’s theorizations on “social worker”. In this case, the current paradigm of capital accumulation is considered structurally different from the Fordist-industrial one. The concepts of immaterial labour and cognitive capital are here introduced.

Consequently, the first strand of the debate rejects the idea of a basic income. It is seen as a proposal that might have harmful effects on the processes of economic transformation since it would distract attention from the real place of exploitation of labour: the act of producing value embedded in capital-labour relation. The basic income proposal is regarded as redistributive measure (pure assistance) that doesn’t damage the production paradigm. According to this view, the risk is to slide towards “social-liberal” positions that would weaken the potential revolutionary ability of workers. Besides, this strand alludes to the suspect that such a basic income policy could have effects of replacement for welfare, promoting in this way its privatization and it might cause a wage reduction. From this point of view, basic income is regarded as alternative to the struggle for higher wages and to a welfare state able to guarantee the basic needs of the population.

Proponents of the hypothesis of cognitive capitalism, instead, consider basic income as an element of “remuneration” or “acknowledgement” and not as an assistance measure (benefit, transfer, etc.). Therefore, the logic behind it is completely turned upside down. In the current context of cognitive capitalism, wealth is allocated between those who produce value by their own lives (all residents, no one excluded, regardless of citizenship, etc.) on one hand, and those (the minority) who extract value from the private appropriation of common goods (exploitation of copyrights, soil, financial flows, etc.) or who make profit from productive and service activities on the other hand. In other words, basic income is anything else than the equivalent of wage in Fordist time.

At the same time, the basic income issue is considered within the (lacking) debate about the reform of welfare, too. In fact, the current economic crisis has put forward again the necessity to extend the social shock absorber to those who are currently excluded from the labour market and from any kind of protection. It is known that in Italy there isn’t any universalistic support income measure. As a consequence, in the current debate the basic income topic is intended as “minimum income”; a conditional, non universalistic measure granted not to individuals but to families.

The idea of basic income behind this approach is linked to a workfare policy, that is welfare recipients are pushed into jobs. However, it is possible to open wide spaces of intervention. And it is in this space that BIN-Italia operates. BIN-Italia has been established less than a year ago. It has been one of the promoters of the regional law on basic income in Regione Lazio that even if still contains some limits to reach the idea of universal and unconditional basic income, it represents an important step forward since it doesn’t provide for means test and other obligations in order to receive the measure.

It’s in this perspective that we operate in order that the basic income issue gain more importance either  in the Italian social political background or the cultural debate in general.

“We are anything but inactive and just because we are active, we don’t have time to work”