Rivendicare il reddito per rompere l’individualismo della precarietà. E dare vita a una nuova stagione di mobilitazioni


Daniele Nalbone

C’era una volta la MayDay. Manifestazioni fino a 70mila persone in piazza nella giornata del primo maggio. Una piattaforma larga, includente, precari e non, disoccupati e inattivi, studenti. Il tutto mentre a Roma, in piazza San Giovanni, i sindacati confederali erano intenti a una estenuante guerra di numeri per dimostrare il successo del concertone. Oggi tutto questo sembra confinato nella sfera del ‘come eravamo’. I primi anni 2000 troppo lontani. Eppure, come ci ricorda Sandro Gobetti del Basic Income Network Italia, siamo stati noi italiani ad aver introdotto nel mondo le parole ‘precarietà’ e ‘precariato’, a dimostrazione della forza emanata dal percorso che, ogni primo maggio, confluiva nella May Day. Perché in quella giornata, con la manifestazione nazionale dei precari, l’elemento centrale era la ricomposizione, e non lo scontro, che non partiva da singole categorie ma dalla condizione sociale, dal concetto stesso di precarietà, della vita e non solo del lavoro. Il pezzo della casa con quello del lavoro, quello della salute con quello del welfare. Insieme in un’unica rivendicazione, l’universalismo dei diritti.

Oggi di quel percorso, ci spiega Sandro Gobetti, non è rimasto molto. Eppure la battaglia per il reddito è tutt’altro che vinta. Il rinculo che solitamente si ha una volta ottenuto il risultato stavolta è stato dettato dalla frustrazione di un Paese, e di un sistema economico, che non ha accettato alcun tipo di cambiamento, se non in peggio.

Ed è in quest’ottica che dal Basic income network Italia è partito un ‘Appello al Parlamento’ che ha un obiettivo ben chiaro …

Riconoscere il fatto che una buona parte della popolazione italiana, durante le elezioni, ha dato un ‘voto per il reddito’ visto che alcune forze politiche hanno inserito questo tema nei loro programmi. Tema che però è già scomparso dalle agende politiche. Ma il fatto che il tema del reddito sia stato inserito nei programmi elettorali, e che su questo si sia costruita una larga fetta di consenso, significa che alcune forze politiche si sono rese conto di questa ‘volontà popolare’. Ora il compito del Parlamento è, o almeno dovrebbe essere, interpretare questa volontà. Da qui il nostro appello a tutte le forze politiche per discutere di questo tema a partire da due posizioni, la ‘non proposta’ del Movimento 5 stelle, e quelle che sono arrivate dalla società civile e che al momento rappresentano la giusta mediazione per una larga intesa, la proposta di iniziativa popolare  e quella per un ‘Reddito di dignità’ della Rete dei Numeri Pari.

Quando parli di ‘mediazione’, cosa intendi di preciso?

Ogni forza politica ha la sua idea, come è ovvio che sia. Il nostro obiettivo di medio termine, in questo momento, deve essere quella di ottenere un confronto tra la piattaforma della Rete dei Numeri Pari, la proposta di legge di iniziativa popolare e le varie proposte dei diversi schieramenti politici. Iniziare a lavorare sul merito della questione rendendosi finalmente conto della qualità delle proposte offerte dalla società civile sul tema del reddito. Perché qui è in gioco la vita delle persone, non quella dei partiti.

Hai fatto riferimento a obiettivi di medio termine. Ma qual è l’obiettivo finale del Bin sul tema del reddito?

Iniziare un iter parlamentare, con un vero dibattito, sul tema del reddito a partire dalla piattaforma della Rete dei Numeri Pari, che può essere già considerata alla stregua di un articolato di legge, per costruire approfondimenti nelle varie commissioni affinchè le parti sociali possano spiegare le varie criticità dei sistemi ‘di reddito’ fin qui proposti. Il passo successivo, poi, sarebbe quello di iniziare a lavorare nell’ottica di un reddito di base incondizionato: un governo ‘normale’ avrebbe già istituito almeno una commissione di studio e di ricerca su ciò che avviene negli altri Paesi del mondo. Invece in Italia continuiamo a parlare della questione del reddito come se fossimo ancora nell’900, senza guardare a cosa accade fuori dai nostri confini dove si stanno portando avanti sperimentazioni interessanti, come ad esempio in Finlandia.

Oltre i meri interessi economici, qual è secondo te il motivo di tale arretratezza?

Il problema principale è l’approccio con il quale si affronta il tema del reddito: al centro qualsiasi schieramento politico ha messo solo e soltanto la povertà. Ma in ballo c’è molto di più: il diritto all’esistenza, per citare il professor Rodotà, ma anche quello alla felicità. Perché i precari o i disoccupati non possono continuare a essere percepiti solo come coloro che non lavorano, ma devono essere considerati come esseri umani che hanno desideri, bisogni, ambizioni e necessità, a prescindere dalla sfera lavorativa. Questo era il senso delle May Day dei primi anni 2000, un momento in cui tutti insieme si rivendicavano diritti per tutti portando in piazza, con ‘l’occasione’ della rivendicazione del reddito, un’idea nuova di società. L’obiettivo non era rendere visibili diverse figure sociali, ma ricomporre tutte le figure in un’unica, grande rivendicazione. Perché il reddito, non dobbiamo dimenticarlo, non è solo la rivendicazione di una forma strutturale di ‘welfare’, ma rottura dell’individualismo tipico di ‘un’ precario o di ‘un’ disoccupato. L’unica strada per cambiare registro è tornare a dar vita a una piattaforma condivisa che superi la condizione individuale. E, oggi, solo il reddito ha queste caratteristiche, perché al suo interno contiene la questione di uno stipendio, di una casa, di servizi, di diritti, di welfare, le battaglie di autodeterminazione delle donne e quelle dei migranti. Il reddito, per dirla in maniera chiara, è una battaglia ricompositiva.

Tratto da Il Salto del 25 aprile 2018

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