Ripartire il lavoro o il reddito?


Piero Bevilacqua

 

Sul manifesto del 15 giugno Giorgio Lunghini è intervenuto per contestare l’utilità di perseguire il « reddito di cittadinanza o altre forme di reddito garantito », in nome di un’altra possibile prospettiva: quella della riduzione della giornata lavorativa, con la conseguente distribuzione del lavoro fra una più ampia platea di aspiranti. L’ obiezione avanzata da Lunghini è di gran rilievo sia sotto il profilo storico che teorico. Sotto il profilo storico è il caso di ricordare che la riduzione della giornata lavorativa, avviata con delimitazione per legge nelle fabbriche inglesi negli anni ’30 dell’Ottocento, segna una pagina nuova nella storia del capitale. Come ricordava Marx, cessa allora l’estrazione di plusvalore assoluto, sottratto agli operai allungando indefinitamente la durata del loro lavoro, e inizia l’epoca del plusvalore relativo: quello che il capitalista – di fronte al vincolo dell’orario – estrae accrescendo la produttività del lavoro tramite le macchine e la continua riorganizzazione del processo produttivo.

Le lotte operaie volte a ridurre la giornata lavorativa costituiranno da allora la spinta progressiva che percorre il capitalismo per tutto il corso dell’800 e del ‘900, contribuendo a cambiare profondamente il volto delle società industriali. Infine, sotto il profilo teorico, la prospettiva di una progressiva riduzione dell’orario si inserisce nell’orizzonte della “liberazione dell’uomo dal lavoro” che , com’è noto, costituisce uno scenario di utopia concreta, vagheggiato già da Marx e di certo nelle possibilità materiali dell’umanità futura.

Dove nascono allora i problemi? Come lo stesso Lunghini riconosce, le difficoltà che oggi sbarrano la strada verso un tale obiettivo sono enormi: « una politica di riduzione dell’orario di lavoro( a parità di salario) suscita oggi ovvie e probabilmente insuperabili resistenze da parte dei capitalisti ». D’altra parte, essa non potrebbe costituire la via solitaria di un solo stato e occorrerebbe approdare ad accordi internazionali per risolvere i problemi di competitività fra i vari paesi. D’altro canto, la riduzione dell’orario « presuppone salari di partenza relativamente elevati e una situazione economica florida, tendenzialmente di piena occupazione ». Scenario dunque lontanissimo da quello attuale. Ma le possibilità di percorrere la prospettiva della riduzione della giornata lavorativa appaiono oggi ancor più proibitive per ragioni che non compaiono nell’analisi di Lunghini. E vanno brevemente ricordate.

Oggi sono sempre più numerosi gli analisti che considerano l’attuale crisi peggiore della Grande Depressione del 1929. Solitamente, tuttavia costoro trascurano un aspetto che segna una profonda differenza tra il nostro tempo e la situazione dei rapporti di classe e del quadro politico internazionale negli anni Trenta. Oggi, il rapporto di potere tra capitale e lavoro è sprofondato in una asimmetria abissale fra le due forze. Il capitale ha a disposizione una forza di lavoro docile e rassegnata, un “esercito industriale di riserva “a livello mondiale quale mai era esistito nella storia umana. Sa che ha poco da temere dalle sporadiche esplosioni di rabbia dei lavoratori, i quali ad altro non ambiscono che ad avere una qualche occupazione e ad essere intensivamente sfruttati. Non ci si fa molto caso, ma l’ottusità con cui i gruppi dirigenti europei rispondono alla crisi con le medesime politiche che l’hanno generata si spiega anche – oltre all’esaurimento storico delle prospettive neoliberiste – con l’assenza di una minaccia di classe di proporzionata grandezza. Essi sanno bene che esiste tutto lo spazio politico per uscire se non dalla crisi, dalla sua fase più turbolenta, guadagnando ulteriore flessibilità e manovrabilità della variabile lavoro.

Si comprende bene tutto questo se noi osserviamo la creatività e l’intelligenza politica dispiegata dalla borghesia, dagli intellettuali, dal ceto politico nella Grande Depressione. Roosevelt non solo avviò il New Deal, esprimendo una capacità di progetto che sembra essersi avvizzita nei cervelli degli attuali governanti. Su sua iniziativa il Senato degli USA aveva istituito nel 1933 la giornata lavorativa di 30 ore: una legge che poi non venne ratificata alla Camera per la vittoriosa opposizione del lobby industriali. Ma 5 anni dopo, con il Fair Labor Standards Act, che stabiliva un tetto massimo di 44 ore introduceva di fatto la media di 40 ore settimanali. Ma in Usa operavano allora sindacati fra i più combattivi del mondo. In Europa, intorno al 1930, Keynes vagheggiava nelle Possibilità economiche per i nostri nipoti, lo scenario avvenire di una giornata lavorativa ridotta a tre ore. Ma a quell’epoca le rivolte operaie erano un pericolo non sottovalutabile. Per i dirigenti degli anni 30 la Rivoluzione d’Ottobre non era una favola remota. Essa aveva mostrato al mondo intero che operai e contadini guidati da un partito potevano rovesciare una società, abbattere il capitalismo. E quella minaccia costituì per decenni la spinta riformatrice del capitalismo in tutto l’Occidente.

E oggi, in Europa, dove si trova un’aggregazione politica di forze riformatrici antagoniste che abbiano almeno un profilo continentale? Dove sono le idee, le proposte, il fervore riformatore, che sarebbero necessari? E in Italia? Temo che nessuno l’abbia osservato. Negli ultimi tre-quattro mesi la cronaca quotidiana è stata intessuta da uno stillicidio di notizie tragiche: imprese chiuse e operai gettati sul lastrico, milioni di persone cadute in miseria, rinuncia crescente alle cure mediche fra i meno abbienti, disoccupazione giovanile senza precedenti , persone che si impiccavano o si davano fuoco per aver perso l’impresa o il lavoro. E qualcuno, in questi mesi, ha sentito una proposta, una idea, una qualche voce da parte dei sindacati, e in primissimo luogo da parte di uno dei maggiori e più gloriosi sindacati europei, vale a dire la CGIL? Nulla, gelo, silenzio. Nessuno pensa, nessuno elabora idee nel sindacato? Suo solo compito è difendere occupati e cassintegrati? Ma sono decenni che, limitandosi a tale frontiera difensiva, aggrappandosi all’esistente, il sindacato non fa che indietreggiare, acconciandosi ad un ruolo sempre più subalterno e ininfluente. Della rappresentanza politica del mondo del lavoro, osservando l’attuale stato del PD , appare ovvio che non è neppure il caso di parlare.

Se questo è, assai sommariamente, il quadro della nostra situazione come facciamo a proporre la riduzione della giornata lavorativa? Per la verità Lunghini avanza anche proposte alternative come quella dei « Lavori prestati non nella sfera della produzione delle merci, ma nella sfera della riproduzione sociale e della manutenzione almeno dell’ambiente ». Non si comprende, tuttavia, per quale ragione, allorché si sofferma sul finanziamento del reddito di cittadinanza questo appare destinato ad essere sostenuto dal reddito dei lavoratori occupati. Al contrario, i lavori fuori dal circuito della produzione di merci ricadrebbero sulle rendite e sulla fiscalità progressiva. Supponiamo per la differenza di dimensioni dei costi. Ma allora questi lavori alternativi sono una ben piccola cosa? Francamente non si comprende perché non si possa ricorrere alle risorse finanziarie della rendita per finanziare il reddito di cittadinanza. Questo già accade in tanti Paesi d’Europa e i lavoratori occupati non se ne lamentano.

A me sembra che Lunghini si rappresenti un sistema industriale che tiene poco conto dalla gigantesca metamorfosi in senso finanziario subita dal capitale. Immense quantità di denaro sono oggi in giro per il mondo in cerca di profitti. E’ qui che occorre attingere le risorse per fornire almeno ai senza lavoro un reddito che li sottragga al “ricatto della vita” a cui oggi soggiacciono. Ma Lunghini tiene anche poco conto della leva politica che la battaglia per il reddito rende utilizzabile. La sua richiesta costituirebbe una rivendicazione di larga popolarità, capace di mobilitare vaste forze. Separare, sia pure parzialmente, il reddito dal lavoro significa incominciare a pensare la ricchezza nazionale prodotta come un bene comune da ripartire. Sottrarre una grande massa di cittadini all’obbligo di un lavoro qualunque per sopravvivere è una scelta di umana liberazione, che può agevolare l’impiego di masse crescenti verso lavori volontari, esterni al ciclo di riproduzione delle merci. Per valorizzare la società, prima che l’economia. Un progetto che si può attuare subito e non fra vent’anni, quando saremo tutti morti.

Tratto da Rifondazione.it