Rifare l’Europa a partire dal reddito garantito


Giuseppe Bronzini

Il rilancio di un progetto federale europeo non può prescindere dalla sua dimensione sociale, cioè dalla costruzione di una rete di garanzie unitarie, a cominciare da un reddito garantito, per tutti i cittadini del vecchio continente.

Per capire il drastico cambiamento di umore a proposito dei destini dell’Unione europea basta confrontare due articoli del premio nobel per l’economia Paul Krugman usciti a distanza di circa un anno, entrambi sul New York Times. Nel primo, tradotto dalla rivista Internazionale , l’insigne economista liberal si lancia in una appassionata difesa del “modello sociale europeo” e delle speranze federaliste coltivate negli oltre 50 anni che ci separano  dal Trattato di Roma, attraverso le politiche d’integrazione economica e funzionale. Di fronte all’esplodere della crisi economica internazionale, certamente causata da mani americane, l’Unione è stata all’inizio molto più pronta e reattiva attraverso le scelte occupazionali e garantiste compiute dalla gran parte degli Stati membri, ma condivise dagli organi di Bruxelles, che si sostanziano per il diritto del lavoro nel divieto del licenziamento ingiustificato ed a livello di welfare dell’attribuzione, almeno ai soggetti a rischio di esclusione sociale, di un reddito minimo garantito . Nel primo anno della crisi nell’Ue non si sono, anche grazie a tali scelte istituzionali, verificate le dilaceranti conseguenze avvenute in USA con milioni di senzatetto, privati persino della copertura sanitaria.

Tuttavia la crisi ha mostrato un gravissimo problema di coesione e di solidarietà all’interno dell’inedito ordinamento sovra-nazionale in quanto la costruzione dell’euro è rimasta incompiuta e monca, difettando degli essenziali meccanismi di elaborazione di una comune politica fiscale, economica e sociale, in mancanza dei quali l’euro finisce con lo scatenare una guerra endo-europea distruttiva per i paesi più deboli, che non vengono aiutati a stare al passo dei più forti. L’esempio di quel che è accaduto con il fallimento del Comune di Los Angeles e quel che è occorso alla Grecia illumina la differenza tra un regime federale e una situazione ancora incerta di mera “sovra-nazionalità”. Krugman non esita quindi nel prescrivere una vigorosa “cura”federalista, si tratta di completare il processo iniziato con la Dichiarazione Schuman che “fece imboccare all’Europa la strada dell’unità. Finora questo cammino, anche se lentamente, ha sempre seguito la strada  giusta. Ma le cose cambieranno se il progetto dell’euro fallirà”.

Dopo un anno il nuovo intervento sembra provenire da un’altra penna : “first of all the crisis of euro is killing the european dream. The sharred currency, which was supposed to bind nations toghether, has instead created an atmosfere of bitter acrimony”. Krugman vede ora solo politiche recessive che avvitano gli Stati europee in un destino di disoccupazione e privazioni che destabilizza i regimi politici, soprattutto quelli più fragili come l’Ungheria nella quale si sta rafforzando senza grandi contrasti, aiutato dall’ansia che monta di fronte ad una Unione che chiede solo austerity e sacrifici, un partito xenofobo di estrema destra. I leader europei dovrebbero ripensare con urgenza le loro fallimentari politiche economiche e il loro riflesso sulla tenuta democratica del continente (senza confidare troppo sul fatto che non ci sono nuovi Hitler all’orizzonte); si tratta di un’emergenza assoluta rispetto alla quale la stessa caduta della moneta unica appare secondaria.

L’analisi, come si vede, si tinge di nero, ora l’Europa viene dipinta come quel male radicale che gli USA devono cercare di evitare, archiviata ormai l’idea del rilancio del progetto federale di Spinelli o Schuman. A determinare questa mutazione di giudizio è  stato senza dubbio il desolante spettacolo dei tentativi posti in essere dalle élites europee per salvare l’euro ed avviare un’integrazione più stretta, almeno a livello di governance economica, che paradossalmente hanno portato all’approvazione di ben due Trattati internazionali (l’ultimo deciso il 9.12.2011) per evitare referendum in paesi a rischio, alla costituzione di un direttorio di fatto in capo a Germania e Francia, alla forzata socializzazione delle regole tedesche di rigore e contenimento del deficit in cambio di insufficienti e costosissimi aiuti ai paesi periferici, che li stanno ripagando con l’aggravamento della situazione interna, soprattutto in campo sociale. La vittima di quello che Christin Marazzi ha chiamato debtfare , cioè il contenimento delle spese di welfare interne a mezzo di ordini perentori di matrice sopranazionale di contrazione dei deficit e del debito pubblico ha, in realtà, come vittima sacrificale proprio il processo di integrazione alimentando, come vede lucidamente Krugman, il risentimento nei confronti delle istituzioni di Bruxelles e la diffidenza nei confronti degli altri Stati, in un gioco autodistruttivo, in cui le virtù di mediazione e cooperazione attraverso cui sino ad oggi si è sviluppata l’Unione contano sempre di meno ed in cui prevalgono gli elementi intergovernativi, cioè gli schieramenti tra Stati, più che la ricerca dell’interesse generale.

Una certa amarezza “controfattuale”è pero inevitabile: oggi tutti, in una certa area di sinistra che si vuole “critica”, dalla Rossanda a Bertinotti , sembrano essere diventati europeisti, pur di celebrare la caduta definitiva del progetto europeo, si ostenta un federalismo “senza se e senza ma”, che pretenderebbe di mutare subito il corso delle cose, con la trasformazione dell’Unione in una federazione sociale, democratica, solidale, sebbene si sia sin qui detto che il mostro comunitario era per essenza e patto fondativo solo liberismo oligarchico. Eppure sul volgere di fine millennio l’Europa aveva cercato di sanare, almeno in parte  i limiti, istituzionali e sociali, della costruzione comunitaria in una fase costituente che dalla stesura di un Bill of rights Ue era poi passata alla revisione delle regole dei Trattati attraverso l’inedito metodo delle Convenzioni, composte prevalentemente da rappresentanti dei Parlamenti nazionali e di quello europeo. Il progetto di costituzione europea si proponeva non solo di rafforzare la tutela dei diritti fondamentali in chiave sovra-nazionale ad opera della Corte di giustizia e dei giudici interni in riferimento ad un Codice comune (la Carta di Nizza) che inglobava tutte le più significative pretese di ordine sociale riconosciute nei paesi più avanzati, ma anche di potenziare i caratteri costituzionali e federali delle istituzioni dell’Unione incrementando, ad esempio, i poteri del Parlamento europeo, ed infine di promuovere la governance economica e sociale attraverso procedure inedite di confronto e comunicazione tra Stati e Comunità, lanciate in grande stile con la cosiddetta Lisbon Agenda nel 2000. Certamente per questi ultimi due piani si trattava di soluzioni non definitive, ma che imponevano una certa razionalizzazione dei poteri sovra-nazionali e l’assestamento di organi al di sopra degli Stati dotati di credibilità ed anche di una certa accountability , trampolino di lancio per il rilancio del progetto federale, pur nelle difficoltà di una Unione ormai a 27 stati. Una coalizione improvvisata di nazionalisti (costituzionalisti e non), gruppi neo-marxisti, associazioni  xenofobe e razziste, sindacati di ispirazione ottocentesca, coalizioni di agricoltori finanziati dall’Unione, altermondialisti immaginari, etc. riuscì a bloccare il progetto con il niet referendario di Francia ed Olanda nel 2005. Il processo di adeguamento e razionalizzazione delle istituzioni Ue è stato rallentato ed alla fine depotenziato essendosi frantumata l’idea di un ordinamento sui generis che, sia pure con una certa lentezza, si struttura e perfeziona, integrando quelli dei paesi aderenti. Il 1.12.2009 finalmente è entrato in vigore il trattato di Lisbona che contempla molte delle migliorie previste dal Trattato-costituzionale, ma ormai si era persa l’idea della “costituzionalizzazione” ed il ritmo di revisione dei Trattati ogni 4 anni, come era in precendenza avvenuto. La crisi  è precipitata su istituzioni europee logorate da un decennio di sterili polemiche; alla fine queste sono state, con scarsissima efficacia, soppiantate dai governi dei paesi più forti.

Certamente la Carta di Nizza, divenuta obbligatoria, sta producendo grandiosi risultati garantisti, dalla sentenza della Corte di giustizia El Didri del 27.4.2011 che ha annullato le politiche italiane in materia di immigrazione a quella del 24.11.2011 che ha sancito che non esiste un obbligo per le società che forniscono servizi su internet di spiare gli utenti, ma a latere mancano ormai le politiche europee capaci di offrire una base normativa per il riconoscimento dei diritti fondamentali, che non possono vivere solo di spunti giurisprudenziali. Rispetto a quella scelta scellerata ed autolesionista solo Etienne Balibar ha saputo condurre una vigorosa autocritica.

In un’ottica certamente più seria e responsabile si muovono oggi molti intellettuali che condivisero all’epoca l'”opzione costituzionale”, a cominciare da Jürgen Habermas che nei suoi ultimi interventi ha richiesto perentoriamente un deciso stop alle operazioni di disinvolta manipolazione dei Trattati per cercare di bloccare la speculazione e salvare l’euro , rilanciando il metodo comunitario attraverso la stipula di un nuovo patto ” fondativo” tra i cittadini europei che passi per la riscrittura di una vera Costituzione, capace di fondare uno Stato federale, redatta da una Convenzione ad hoc e legittimata poi dal voto popolare referendario (con un voto pan-europeo). Si tratta di una posizione certamente condivisibile, alla quale però si possono muovere obiezioni di ordine pragmatico, che diventano cruciali se si balla sul Titanic. Questo disegno implica tempi che non sono certamente  brevi  e gravi rischi di insuccesso se prima non si cerca di riassicurare i cittadini europei che vedono l’intensificazione dei legami comunitari solo come un pericolo per il loro tenore di vita. Del resto proprio chi  punta sul ridimensionamento del plus- potere acquisito dai mercati e dalla speculazione finanziaria dovrebbe essere consapevole che solo azioni mirate e strategiche sul medio periodo possono sterilizzare o minare il nuovo “sovrano”, azioni concentriche e  cumulative capaci di imporsi sullo scenario internazionale, prima ancora che in Europa.

Piacerà o meno, per arrivare al momento del redde rationem propugnato da Habermas (pur necessario) occorre che la sacrosanta protesta sociale sia indirizzata all’adozione di misure capaci di sfiancare nell’immediato la speculazione e al tempo stesso di sostenere il welfare continentale, finanziando una rete di protezione sociale all’altezza della situazione e quindi incentrata su misure come il reddito minimo garantito, la formazione permanente e continua, l’accesso gratuito a servizi pubblici di aiuto e sostegno della cittadinanza attiva, sul modello scandinavo, oggetto però di interventi diretti dell’Unione in quanto tale, oltre le esperienze virtuose nazionali. L’idea di un primo avvio di politiche economiche, sociali, fiscali comuni, ma sostenute da euro bonds (stability bonds o meccanismi analoghi che realizzino una sorta di socializzazione del “rischio debito pubblico”) è certamente il primo ed ineludibile passo, in cui alcune riforme possano accompagnarsi a politiche “materiali” di welfare che mostrino il lato sostanziale e garantista del passaggio ad uno Stato federale continentale. Per piegare a questo obiettivo la Germania e le altre forze che remano oggi contro è necessario che il messaggio federalista, nato per propugnare un’altra forma di governo sia pure meno escludente e dal respiro cosmopolita, trascenda il mero piano politico ed istituzionale e sappia contaminarsi con quelle istanze di giustizia sociale che, sia pure in forma ancora confusa e molto ambigua, sono già emerse nelle piazze degli indignados europei (ed americani), diventando così un’ideologia diffusa della rivolta costruttiva  contro lo stato di cose presenti. A Genova fu ripresa l’immagine dell'”alleanza tra ribelli e democratici”, rinnovare quel tentativo incompiuto, in uno scenario così diversamente drammatico, potrebbe voler dire saper cogliere davvero le “occasioni costituenti” della crisi .

 


P. Krugman, Come salvare l’Europa, in Internazionale 28.1.2011

Nell’originale in inglese  Krugman usa il termine basic income,  reso spesso in italiano con reddito di cittadinanza, che tuttavia ci sembra utilizzato “atecnicamente”, spettando per definizione tale misura a tutti gli appartenenti ad una comunità politica in chiave universale. Su tale misura rinvio al mio, Il reddito di cittadinanza. Una proposta per l’Italia e per l’Europa, Torino,Edizioni GruppoAbele, 2011

P. Krugman, Depression and democracy, in New York Times, 11.12.2011

Più ottimista l’editoriale del Financial times del 3.1.2012, EU still a model for a volatile word,

cfr. l’intervista a C. Marazzi, Stato del debito, etica della colpa, a cura di I. Dominijanni, in Il Manifesto del 6.12.2012; cfr. anche la protesta di  E. Balibar, Una sovranità chiamata debito, in Il manifesto, 25.11.2011

Si veda il ripetitivo dibattito sulle pagine del Manifesto

basterà pensare alla previsione per cui il Presidente della Commissione europea deve godere del consenso del PE.

J. Habermas, Rendons l’Europe plus démocratique, in Lemonde 25.10.2011, cfr. la lunga intervista al filosofo tedesco sullo Spiegel international dell’11.11.2011, Habermas, the Last European A Philosopher’s Mission to Save the EU;  sulla stessa linea U. Beck, , Se dalla crisi nascesse un’Europa dei cittadini?, in La Repubblica, 3.12.2011e l’intervista sul Corriere della sera del 10.12.2011 all’insigne pensatore di origini bulgare T. Todorov, L’Europa tedesca non deve fare paura. Ma ora costruiamo l’Unione democratica, che afferma “l’Europa si è costruita di fronte ai pericoli: gli orrori della seconda guerra mondiale da scongiurare, la minaccia sovietica. Lo spettro della catastrofe economica potrebbe spingerci a costruire una federazione democratica. Continuo a pensare che l’Europa sia il posto migliore dove vivere al mondo”.

G. Allegri, G. Bronzini, Le occasioni costituenti della crisi,in Quaderni  reddito n.1, a cura del Bin-Italia, in www.bin-italia.org

 

Pubblicato su: Alfabeta2 febbraio 2012