Reddito per tutti un’utopia concreta


Ugo Carlone

È giusto dare un reddito di base a tutti, senza contropartite? È praticabile? E, soprattutto, è utile contro la povertà e la disoccupazione? Secondo molti, la risposta è affermativa. E non si tratta di utopisti inarrestabili, anarchici senza ritegno o pericolosi sovversivi, ma di studiosi, politici e movimenti di varia estrazione, che da molto tempo perorano la causa del reddito per tutti.

Circa un mese fa abbiamo parlato della sperimentazione, in Italia, delReddito Minimo di Inserimento. Oggi discutiamo di quello che Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght chiamano Reddito Minimo Universale (RMU). Questi due autori, il primo dei quali è il punto di riferimento europeo sul tema, hanno trattato l’argomento in un libro divulgativo del 2005 (scaricabile qui, in francese), tradotto in Italia dalla Università Bocconi Editore nel 2006 e riproposto nel 2013. Il fatto che siano i bocconiani a diffondere un testo come questo non deve stupire: le varie proposte di reddito di base incondizionato non possono essere categorizzate sotto un preciso ombrello culturale-ideologico; o meglio, una proposta del genere può essere fatta propria (e così è stato nel corso degli anni) da forze sociali e politiche assai diverse e persino contrapposte tra loro. Il dibattito è molto ampio e alcune proposte, ad esempio, sono in discussione in Finlandia e in sperimentazione in Olanda. E in Svizzera il 5 giugno si è votato un referendum sul basic income. Insomma, siamo nel pieno dell’attualità.

Una sfida per il welfare (nella crisi)

Secondo Van Parijs e Vanderborght, oggi non è possibile pensare al futuro della protezione sociale senza parlare di RMU, cioè dell’idea di versare a tutti i cittadini, senza condizioni, un reddito di base che sia cumulabile con ogni altra forma di reddito. I due autori sanno che per alcuni il RMU, come si legge nel loro libro, “è soltanto un’assurda chimera, economicamente impraticabile ed eticamente ripugnante”. Tuttavia, “resta, al di là delle critiche e delle difese, la necessità di una riflessione [sul RMU] per chiunque si sforzi di ripensare in profondità le funzioni dello Stato sociale di fronte alla ‘crisi’ multiforme che si trova ad affrontare, per chi cerchi un mezzo per riconfigurare la sicurezza economica in modo da raccogliere le sfide della mondializzazione e per chi nutra l’ambizione di offrire un’alternativa radicale e innovatrice al neoliberalismo”. E, aggiungo, anche per chi prenda in considerazione i notevoli processi di impoverimento, di abbassamento dei livelli di vita dei ceti medi e di aumento delle disuguaglianze registrati con la crisi degli ultimi anni.

Andiamo al nocciolo. Per RMU Van Parijs e Vanderborght intendono “un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite“. E qui già sono evidenti le diversità con le misure tradizionali di Reddito Minimo Garantito (RMG – in vigore nella quasi totalità dei paesi europei) e con il RMI sperimentato in Italia: queste ultime, infatti, sono riservate ai meno abbienti (ai poveri), presuppongono un controllo delle risorse economiche dei potenziali beneficiari, tengono conto della loro situazione familiare e sono condizionate dall’impegno, più o meno stringente, a partecipare ad un progetto di inserimento sociale, quasi sempre di tipo lavorativo. Cioè, per continuare a ricevere il sussidio economico, occorre dimostrare di cercare lavoro attivamente e non rifiutare proposte di impiego (entro un certo limite, a seconda delle legislazioni dei vari Stati). Invece, il RMU sarebbe attribuito a tutti, ricchi e poveri (quindi senza controllo delle risorse economiche), su base individuale (e non familiare), senza esigenza di contropartita alcuna e senza verifiche sull’utilizzo delle somme percepite. Inoltre, l’assenza di controllo delle risorse patrimoniali comporta la possibilità di cumulare il RMU con altri redditi. Le differenze non sono poche, come si vede.

Il Reddito Minimo Universale è un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite

Il tutto sembra, ad un primo occhio superficiale, una proposta da paese di Bengodi: tutti (ma proprio tutti) ricevono una somma fissa di denaro senza fare nulla, per sempre e che possono cumulare ad altre entrate. Invece, a detta dei suoi sostenitori, è una proposta concreta, realistica, giusta ed utile, tutt’altro che irrealizzabile. E neanche nuova: prima, ci avevano pensato, da diverse prospettive, Tommaso Moro, i socialisti utopici, addirittura Bertrand Russell, i premi Nobel per l’economia Meade, Friedman e Tobin, e poi Claus Offe, André Gorz e il Collettivo Charles Fourier. Nel 1986 vedrà la luce persino il Basic Income European Network (BIEN, che in seguito diventeràBasic Income Earth Network), tra i cui animatori figurano lo stesso Van Parijs e Guy Standing. Tra l’altro, il BIEN ha una sezione italiana, il BIN, nel cui sito si trovano moltissimi materiali.

Le caratteristiche del Reddito Minimo Universale

Il RMU viene difeso, principalmente, come strumento efficace per la lotta alla povertà e alla disoccupazione e come misura di giustizia sociale. Il reddito, nelle proposte, è di solito versato in denaro, su base mensile, ma nulla esclude che possa essere erogato in natura, cioè attraverso una fornitura regolare e gratuita di cibo, acqua, abiti o come godimento di un appezzamento di terreno o di un’abitazione o ancora attraverso una specie di valuta specifica a uso limitato (come i buoni alimentari). Nel caso di una somma di denaro, essa dovrebbe essere versata senza restrizione sulla data di utilizzo e lasciandone a ciascuno la piena disponibilità, senza per questo smantellare (anzi, addirittura si potrebbero rafforzare) altri sussidi universali in natura, come il sistema di istruzione, l’assicurazione sanitaria e i trasporti pubblici gratuiti.

Di quale importo deve essere il RMU? Molte proposte fanno riferimento, ovviamente, alla soglia di povertà, che però non è facilmente individuabile: dipende da cosa si intende per povertà, da come si calcola, da quale indicatore si prende in considerazione, da che tipo di graduatoria si utilizza, etc. In Italia, ad esempio, l’Istat considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale. La soglia di povertà comunque individuata, costituisce senz’altro il punto di riferimento su cui ragionare in relazione al quantum del RMU.

Il RMU deve essere elaborato, giocoforza, su scala nazionale, visto che gli Stati sono (ancora!) i principali attori pubblici della distribuzione e redistribuzione dei redditi. Tuttavia, si può immaginare che una siffatta misura venga realizzata a livello sub-nazionale o comunale; o, al contrario, a livello sovra-nazionale, ad esempio nell’ambito dell’Unione Europea, com’è stato recentemente proposto proprio da Van Parijs.

Non può che essere il bilancio dello Stato a finanziare il RMU, come le altre spese pubbliche. Van Parijs e Vanderborght scrivono che “la maggior parte degli scenari dettagliati di attuazione del provvedimento […] prevedono un aggiustamento della struttura dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, con il RMU che verrebbe accompagnato dalla soppressione di numerose esenzioni e deduzioni”. Diverse proposte, tuttavia, prevedono l’istituzione di una specifica imposta il cui gettito dovrebbe finanziare il RMU: ad esempio un aumento dell’IVA, una tassa ‘ecologica’ sull’uso dell’energia o sull’utilizzo delle risorse naturali, una ‘Tobin Tax’ sui movimenti speculativi di capitale o un’imposta fondiaria.

A chi spetterebbe il RMU? Ai cittadini o ai residenti? La scelta, com’è intuibile, non è di poco conto: “coloro che privilegiano l’aspetto di ‘cittadinanza’ tendono a considerare che la qualità di ‘membro’ della comunità che dà accesso al RMU si applica soltanto ai cittadini. […] Altri, che vedono nel RMU innanzitutto uno strumento di lotta contro la povertà e la disoccupazione, interpretano la qualità di ‘membro’ in maniera più ampia, includendovi l’insieme dei residenti permanenti di un territorio”. Per i residenti non cittadini, cioè per gli stranieri, “il criterio pratico potrebbe allora essere fondato su un tempi minimo di residenza o, più logicamente, sulle condizioni che definiscono attualmente la residenza fiscale”.

Nella maggior parte delle proposte, il RMU viene erogato a tutti i maggiorenni, tenendo conto del costo della vita nei singoli territori ed anche dei diversi bisogni individuali (ad esempio, una disabilità, caso in cui al RMU si dovrebbe aggiungere un sussidio complementare ma condizionale, cioè legato alla disabilità stessa). L’unità di riferimento è dunque il singolo individuo e non la famiglia. Su questo, Van Parijs e Vanderborght ragionano così: “i dispositivi convenzionali di reddito minimo avanzano l’ipotesi – difficilmente contestabile – che la vita di coppia permette di realizzare risparmi di scala e, più generalmente, che il costo della vita cali con le dimensioni del nucleo familiare. Il livello di reddito minimo è quindi di norma calcolato in modo da essere più basso per i membri di una coppia che per un singolo individuo”; tuttavia, “il buon funzionamento di un tale sistema rende inevitabile una forma di controllo amministrativo della situazione personale dei beneficiari”, che viene considerata un’ingiusta intrusione nella libertà degli individui. Per cui, il RMU deve essere erogato ad ogni persona e non solo ai capifamiglia e non intaccato dallo stato civile del beneficiario.

Per lo stesso motivo, cioè per evitare controlli amministrativi e intrusioni nella libertà di ciascuno, e a differenza dei dispositivi tradizionali di RMG, il RMU costituisce “un trasferimento a priori: viene versato tanto ai ricchi quanto ai poveri, senza tener conto del livello degli altri redditi, né del loro patrimonio o delle risorse dei parenti”. Tale caratteristica si associa al fatto che, ancora a differenza dei dispositivi tradizionali di RMG, il RMU è cumulabile con tutte le altre fonti di reddito degli individui, elemento che contribuisce “necessariamente a migliorare la situazione netta della persona interessata”.

Altra caratteristica che può apparire sorprendente è che il RMU non richiede una contropartita, cioè, come nel caso delle misure di RMG, la disponibilità del beneficiario a partecipare a progetti di inserimento socio-lavorativo, ma viene concesso senza condizioni, indipendentemente dalla volontà di inserimento dei beneficiari e, dunque, di nuovo, senza nessun controllo.

In definitiva, le differenze più importanti rispetto ai dispositivi tradizionali di RMG sono parecchie: il RMU è strettamente individuale e non tiene conto della situazione familiare; viene versato a tutti, indipendentemente dal reddito e dalle ulteriori risorse in possesso, con le quali anzi è cumulabile; non prevede contropartite di nessuna natura, come, ad esempio, la partecipazione a progetti di inserimento di tipo socio-lavorativo o la disponibilità a lavorare. Ma una misura del genere è economicamente sostenibile? Ed è utile contro la povertà e la disoccupazione, o genererebbe solo una selva di parassiti?

Un’idea efficace contro la povertà o una misura “sprecona”?

Van Parijs e Vanderborght sottolineano come sia evidente che la creazione di un RMU consentirebbe di ridurre la povertà. Ma il focus è un’altro: “poiché le risorse sono rare, la vera questione è sapere se esso permette di raggiungere questo obiettivo più efficacemente dei dispositivi convenzionali di reddito minimo”. E non è così scontato che questi ultimi costino meno di una misura di RMU. I motivi sono principalmente tre.

(1) Innanzitutto, il RMU non implica per forza un costo di bilancio reale esorbitante, cioè l’importo del sussidio moltiplicato per la popolazione del paese: esso presuppone infatti una riduzione, fino all’ammontare dell’importo erogato, degli altri sussidi sociali condizionati esistenti e l’abolizione di molte delle esenzioni o riduzioni fiscali per le famiglie (povere e ricche). In pratica, la misura riassorbirebbe gli interventi di contrasto alla povertà e quelli destinati alle famiglie e sarebbe finanziata dai relativi risparmi. Certo, occorre tenere conto di due elementi. Il primo: “sussiste comunque un costo netto, poiché occorre finanziare il RMU di coloro che non godono attualmente né di sussidi sociali né di agevolazioni fiscali, e coprire una parte del RMU di chi ne gode solo in misura limitata”. Il secondo: l’importo di questo costo netto varia sensibilmente in funzione del livello di RMU proposto e il relativo finanziamento implicherà necessariamente “un trasferimento dei più ricchi verso i più poveri, tanto più importante quanto più sarà elevato l’importo del RMU”.

(2) Inoltre, il RMU è meno costoso da gestire di una misura tradizionale di RMG, che implica spese generate “dalla diffusione di informazioni volte ad assicurarsi che tutti gli aventi diritto ai sussidi ne godano effettivamente, e dal controllo destinato a evitare che ne usufruisca chi non ha diritto a farlo”, cioè la cosiddetta prova dei mezzi. Insomma, le campagne di sensibilizzazione e conoscenza delle diverse misure per i più poveri prevedono dei costi significativi, così come “il controllo affidabile delle condizioni poste all’attribuzione dei sussidi, che si tratti di redditi da altre fonti, della situazione del nucleo familiare o della disposizione a lavorare”. Questi costi possono essere trascurabili nel caso in cui i beneficiari siano un numero esiguo della popolazione, ma diventano proibitivi a mano a mano che il numero degli aventi diritto cresce. Oltre a ciò, l’assenza di prova dei mezzi comporta altri due vantaggi, non legati ai costi. Primo: molti studi mettono in evidenza la superiorità dei sistemi universali (rispetto a quelli condizionati) nella capacità di raggiungere i più poveri, quindi un tasso di copertura (take-up rate) molto più elevato, perché “l’accesso a prestazioni che non sono automaticamente fornite a tutti richiede un passo che numerosi aventi diritto rischiano di non intraprendere, o di non compiere fino in fondo, per vergogna, timidezza o ignoranza”. Questo ‘passo’ è via via più difficile da compiere all’aumentare della complessità della misura prevista. Secondo: visto che “non vi è nulla di umiliante nel percepire un reddito di base concesso a ogni membro della società”, lo stigma che accompagna di solito i beneficiari di misure di contrasto alla povertà viene sensibilmente ridotto, se non azzerato.

(3) Infine, un sistema di RMU che non richieda contropartite (tipicamente la disponibilità a lavorare) potrebbe rivelarsi nettamente meno caro di un dispositivo convenzionale, che invece ne fa una delle caratteristiche principali: “costringere i beneficiari del reddito minimo garantito a lavorare costa caro”, segnalano Van Parijs e Vanderborght, e spesso si giustifica solo per ragioni “morali, e non per una preoccupazione di ridurre i costi”. Questo accade perché “se il lavoratore e l’impiego sono tali che […] il lavoratore non ha né voglia di occupare il posto né desidera conservarlo, è difficile che la produttività che il suo datore di lavoro può prevedere sia sufficiente perché desideri assumerlo o confermarlo. Rispetto a una formula incondizionata, il risparmio realizzato è nullo, persino negativo se datore di lavoro e lavoratore hanno sprecato tempo ed energia nelle operazioni di assunzione e licenziamento”. Tale eventualità è ancora più frequente nel caso in cui sia lo Stato ad offrire un lavoro “poco attraente […] ai meno idonei e ai più refrattari”, scenario per cui questo “lavoro forzato delle persone più difficilmente impiegabili, per inattitudine o demotivazione, avrà con ogni probabilità una produttività netta negativa, tenendo conto dei costi di equipaggiamento, formazione, controllo e contenzioso”. Il costo netto di questo regime di workfare potrebbe superare quello che comporterebbe la distribuzione di un RMU.

Non sarebbe una misura che spreca risorse: riassorbe gli altri sussidi, non necessita di costi di gestione  e impedisce lavori improduttivi

Riepilogando, Van Parijs e Vanderborght cercano di dimostrare che il RMU non è una misura “sprecona” (gaspilleuse, nell’originale francese) e non prevede costi esorbitanti: perché riassorbirebbe, abolendole o ridimensionandole, le altre misure di sostegno al reddito e quelle fiscali in favore delle famiglie; perché comporta costi di gestione bassissimi (se non nulli), mentre le misure di RMG necessitano di finanziamenti cospicui finalizzati alle campagne di informazione e al controllo; perché far lavorare soggetti che non sanno o non voglio lavorare costa caro, visto che la produttività netta generata dal “lavoro forzato” può essere pari a zero o addirittura negativa. Accanto a ciò, il RMU, considerate le caratteristiche di radicale universalità e automaticità, garantisce un tasso di copertura praticamente del 100% (e quindi tutti i soggetti bisognosi ne possono beneficiare), mentre le misure condizionali presentano, per varie ragioni, tassi di take-up non sempre all’altezza delle aspettative di chi le mette in campo. Inoltre, l’RMU annulla lo stigma associato al beneficio di intervento di contrasto alla povertà, non essendo indirizzato ad una parte ‘sfortunata’ della società, ma a tutti, indistintamente.

Un’idea efficace contro la disoccupazione o che favorisce i parassiti?

Non è neanche scontato che una misura di RMU scoraggi i beneficiari nel trovare un lavoro, inchiodandoli nella trappola della disoccupazione e facendo aumentare i tassi di non occupazione. Chiariamo subito cosa si intende per trappola della disoccupazione: è una situazione in cui si trovano i beneficiari di sussidi condizionati alla partecipazione di programmi di inserimento lavorativo, per cui gli stessi sono, paradossalmente, penalizzati dal riuscire a trovare un’occupazione. Infatti, i guadagni ottenuti con un lavoro poco retribuito vengono annullati o addirittura azzerati dalla corrispondente riduzione del sussidio (se si lavora, si riduce o si annulla l’erogazione assistenziale), rendendo più conveniente non trovare un lavoro. Invece, con il RMU l’occupazione aumenterebbe. Anche in questo caso, come in quello dei costi, ciò può sembrare controintuitivo. Non lo è per Van Parijs e Vanderborght, per alcuni motivi ben precisi.

(1) Il primo elemento da considerare è la possibilità di cumulare il RMU con tutte le altre risorse economiche. Ciò comporta che “un impiego, anche se scarsamente retribuito, possa migliorare il reddito netto rispetto a una situazione di inattività”, consentendo un miglioramento della situazione finanziaria. Per i beneficiari di un RMU, il lavoro paga, perché l’effetto netto è di un aumento delle capacità economiche di chi può contare sia su un RMU, sia su un lavoro retribuito. E la critica che spesso viene fatta dai detrattori, quella di rendere ‘passivi’ i beneficiari e scoraggiarli a trovare un lavoro, può essere capovolta nel suo contrario: il RMU favorisce uno stato sociale ‘attivo’, non tramite il rafforzamento degli elementi condizionali dei dispositivi di RMG (quelli che fanno riferimento al workfare), ma garantendo il miglioramento della situazione economica per chi riesce a trovare un lavoro. In pratica, il cumulo del RMU con le altre risorse sprona i beneficiari a darsi da fare (se lo vogliono) e a trovare un lavoro, invece che ‘passivizzarli’ e inchiodarli nella trappola della disoccupazione.

(2) Il secondo motivo per cui il RMU può contribuire a migliorare il tasso di occupazione è che può essere concepito anche “come una modalità di sovvenzione al lavoro relativamente poco produttivo”, “un modo per farsi carico collettivamente di una parte della retribuzione dei lavoratori meno pagati”. Secondo i critici, il RMU, così considerato, costituirebbe solo un sussidio di Stato ai datori di lavoro, che potrebbero sfruttare manodopera poco qualificata a prezzi irrisori e con contratti iperprecari. Ancora una volta, Van Parijs e Vanderborght rovesciano la questione: la possibilità di cumulare i redditi da lavoro e il RMU permette ai beneficiari di accedere a impieghi poco retribuiti, ma l’assenza di contropartite conferisce “ai più deboli un potere contrattuale che permette loro di rifiutare lavori senza futuro” e impedisce al RMU “di funzionare come incentivo ai lavoro degradanti”. Gli impieghi scarsamente retribuiti “troveranno persone disposte a svolgerli soltanto se saranno sufficientemente gradevoli, arricchenti, formativi o in grado di dare accesso, tramite altre vie, a prospettive di carriera; non le troveranno se saranno invece poco allettanti, degradanti o senza prospettive”.

(3) Infine, il RMU funziona come garanzia di non cadere in uno stato di povertà se il contratto di lavoro che si stipula dovesse per qualunque motivo cessare. E questo effetto sarebbe automatico, visto che il RMU è versato a tutti indistintamente, sia che si lavori, sia che non si lavori. Van Parijs e Vanderborght notano che “a mantenere i beneficiari dei dispositivi convenzionali nella trappola dell’inattività è anche l’incertezza legata all’uscita dalla condizione di percettore di sussidi, oltre al differenziale di reddito tra la situazione di percettore di sussidi e quella di lavoratore”. Infatti, “l’accesso al lavoro retribuito da parte dei meno abbienti è in effetti reso difficoltoso dalla natura stessa degli impieghi poco qualificati: contratti precari, datori di lavoro non sempre scrupolosi, retribuzioni incerte”. In un contesto del genere, “può essere rischioso rinunciare a una prestazione previdenziale condizionale, quando i guadagni attesi dalla ripresa dell’attività sono aleatori. Il timore di non essere all’altezza, di perdere rapidamente il lavoro, e di esporsi quindi ai rischi delle complesse pratiche amministrative richieste per recuperare il diritto ai sussidi, possono comportare una fuga indefinita nell’inattività”. Invece, il RMU viene versato automaticamente a tutti, senza tener conto delle situazioni finanziarie e familiari, qualunque cosa avvenga e sia come complemento di un salario, sia come risorsa unica per la sussistenza. Per ciò stesso, questa misura presenta “il grande vantaggio di fornire a chi si trova in una condizione professionale precaria una solida base su cui poter fare affidamento”.

Secondo i suoi sostenitori, crea più occupazione: si cumula con gli altri redditi, sovvenziona lavori poco pagati e permette ai più svantaggiati di poterfallire in un lavoro

Riepilogando, secondo i suoi sostenitori, il RMU è efficace contro la disoccupazione: perché, cumulandosi con eventuali altri redditi, non scoraggia i beneficiari nel trovare un impiego ed anzi permette di considerare il lavoro come un’attività che paga; perché, potendolo concepire come una sovvenzione al lavoro poco produttivo e poco retribuito, consente di svolgere anche questo tipo di impieghi, fattore di estrema importanza in un contesto, come quello odierno, caratterizzato dalla globalizzazione dei mercati, dalla concorrenza al ribasso del costo del lavoro, dalla pervasività dell’innovazione tecnologica e dell’utilizzo di strumenti meccanizzati e informatizzati nella produzione; perché permette ai beneficiari più svantaggiati di rischiare l’ingresso nel mercato del lavoro, visto che un eventuale insuccesso (tipico timore di chi è nei gradini più bassi della scala sociale) può ben essere assorbito dallo zoccolo durocostituito dalle risorse erogate tramite RMU.

Un’utopia utile o un intervento irrealizzabile?

Molte altre cose potrebbero essere dette sul RMU, ed infatti il dibattito è assai ricco. Magari ci torneremo, soprattutto sulle numerose critiche rivolte a questo strumento, molte delle quali centrate sulla sostenibilità finanziaria. Certo, è una misura senza dubbio affascinante: può essere ‘visualizzata’ come un mattone, una pietra, uno scalino più o meno alto sopra il quale tutti salgono e grazie al quale l’altezza delle persone (fuor di metafora, il loro grado di tutela) cresce in maniera corrispondente ai suoi centimetri(cioè all’ammontare del sussidio). Da un gradino più alto è più agevole fare progetti, investire il proprio tempo in attività formative, curare le funzioni di riproduzione sociale, dire no ad un lavoraccio. O decidere di procedere verso il gradino successivo (tanto, male che vada, si torna a quello appena più basso, non certo a terra).

Il fatto che alcune “idee siano utopiche, non rende meno urgente esaminarne le premesse e le difficoltà: solo se si saranno immaginate e delineate, fin da ora, traiettorie coerenti, sarà possibile domani cogliere le occasioni per avventurarsi nella loro scia”

A Van Parijs e Vanderborght non preoccupa molto il carattere utopistico della proposta. Essi sanno che il RMU può costituire una misura non realizzabile nella sua radicalità. I due autori, però, da un lato vedono con favore anche la messa in campo di dispositivi che somiglino (sempre di più) al modello da loro difeso, senza essere per forza esattamente coincidenti; dall’altro, il fatto che alcune “idee siano utopiche, non rende per questo meno urgente esaminarne le premesse e le difficoltà”: infatti, “solo se si saranno immaginate e delineate, fin da ora, traiettorie coerenti, sarà possibile domani cogliere le occasioni per avventurarsi nella loro scia”, consci del fatto che “come è avvenuto nel passato per il suffragio universale, la metamorfosi del RMU, da sogno di qualche eccentrico a evidenza per tutti, non avverrà in un solo giorno”. Il contributo che Van Parijs e Vanderborght danno è perciò, come loro stessi dicono in una bella espressione, “una riflessione lucida su ciò che le scienze sociali ci insegnano e su ciò che la giustizia richiede”.

Unendo pancia, cuore e testa (e portafogli).

 

Articolo originale tratto da Ribalta.info

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