Reddito minimo, di inclusione e di base. Per una lettura laica, pragmatica e programmatica


Giuseppe Allegri*

Queste note come contributo per definire, finalmente, concreta “via italiana” all’adozione di una misura di reddito minimo garantito in un quadro di nuovo Welfare universalistico e per riportare almeno in parte il dibattito globale intorno alla garanzia di un reddito di base universale e incondizionato, un tempo definito reddito di cittadinanza e ora pensato in ottica multilivello. Ipotesi che negli ultimi anni interessa diverse riflessioni e sperimentazioni in giro per il mondo.

Il Reddito minimo garantito (RMG, Guaranteed Minimum Income) è una erogazione monetaria prevista su base individuale e rivolta a tutte le persone che si trovano in una particolare condizione di bisogno, al di sotto di una certa soglia di povertà, per accompagnarle al superamento di questa condizione e garantire loro una esistenza libera e dignitosa. È uno strumento di sostegno e promozione dell’autonomia individuale in un quadro di protezione sociale universalistica che tiene però conto della situazione economico-reddituale di partenza dei soggetti (che sono quindi sottoposti alla prova dei mezzi, cosiddetti means test). Il RMG può quindi avere una durata variabile, non preordinata da limiti, se non quello di accompagnamento della persona al superamento della condizione di povertà e/o di esclusione sociale. Nei diversi ordinamenti è tendenzialmente vincolato alla disponibilità ad accettare un lavoro o alla sottoscrizione di percorsi di “attivazione” per la formazione e ricerca di un nuovo impiego, in una tendenza che diventa sempre più di Help to Work, di Welfare to Work, ovvero di Workfare, che in una fase di grandi mutamenti tecnologici e sociali (tra lavoro su piattaforme digitali, sotto-retribuzione del lavoro povero e precario, etc.) può generare un difficile incontro tra formazione del singolo e domanda ed offerta di lavoro.

Per questo si ritiene che l’eventuale offerta lavorativa proposta al titolare del reddito minimo garantito debba essere “congrua” (per riprendere una indicazione della Organizzazione Internazionale del Lavoro, Convenzione ILO n. 168/1988, riguardante la promozione dell’occupazione e la protezione contro la disoccupazione), nel senso di una sua equità, coerenza, efficacia e promozione della dignità umana e sociale della persona in rapporto con il miglioramento del bagaglio professionale e formativo acquisito dalla persona titolare del RMG. Il tutto per evitare di dare vita ad un mercato del lavoro parallelo, segmentato e marginale, nel quale rischierebbero di rimanere intrappolati tutti quei soggetti sospesi tra accesso al RMG e accettazione di condizioni di sotto-impiego o attività lavorative camuffate da “volontariato”, “impegno sociale”, “attività a beneficio delle comunità locali”.

Il Reddito di base universale e incondizionato (Universal Basic Income – UBI) consiste nell’erogazione di risorse monetarie da parte di una determinata comunità politica, tramite la fiscalità generale, nei confronti di tutti i suoi membri residenti, sempre su base individuale, senza l’esigenza di verificare le condizioni economiche, lavorative, esistenziali, etc. (quindi in assenza di means test, “prova dei mezzi”) del beneficiario, né di richiedere alcun tipo di contropartita in cambio. Per questo si può parlare di un vero e proprio reddito di base, di esistenza, inteso come un dividendo universale e incondizionato. Si tratta di una sorta di allocazione universale (allocation universelle per riprendere la formula cara a Philippe Van Parijs) o reddito di esistenza, dividendo sociale come viene anche chiamato, per assicurare quel diritto sociale fondamentale ad una esistenza degna (Ius Existentiae) e alla realizzazione dei propri progetti esistenziali, tenendo insieme autonomia individuale e solidarietà collettiva. Alcuni autori e studiosi che si sono confrontati con le trasformazioni dei sistemi di produzione post-fordista e ora digitale lo chiamano reddito sociale garantito, come riconoscimento di una necessaria retribuzione individuale di quella cooperazione sociale dell’intelletto generale (General Intellect) che produce ricchezza in rete al tempo del capitalismo cognitivo, nell’economia della conoscenza e in un capitalismo di piattaforma che concentra quella ricchezza verso l’alto delle grandi piattaforme proprietarie, dei monopolisti del Web e dell’Hi-Tech, The Big Five riconoscibili nell’acronimo GAFAM – Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft, incalzate dai giganti cinesi BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaoi) e da NATU (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber).

Dal 1982 lo Stato USA di Alaska ha un reddito di base universale e incondizionato che redistribuisce a tutti i suoi cittadini residenti un dividendo annuale (Permanent Fund Dividend – PFD) che nel 2016 ammontava a poco più di mille dollari a testa, frutto dei proventi dell’estrazione del petrolio, ritenuto un bene naturale comune all’intera popolazione.

Dal 2011 la città-regione autonoma e speciale di Macao, ex possedimento portoghese in Cina, vicino Hong Kong, redistribuisce i proventi del gioco d’azzardo tramite un Wealth Partaking Scheme (letteralmente: schema di partecipazione alla ricchezza), un programma di condivisione e redistribuzione della ricchezza accumulata tramite l’attività dei giocatori d’azzardo prevalentemente cinesi, per redistribuire circa l’1% dell’intero PIL prodotto, tra i 500 e i 1200 dollari pro capite annuali.

Come si evince sono due casi “particolari”, nei quali una forma minimale di reddito universale di base è corrisposta come contropartita dello sfruttamento di un bene comune naturale (il petrolio in Alaska), ovvero come prodotto del gioco d’azzardo (Macao); perciò difficilmente riproducibili e/o generalizzabili.

Il reddito minimo condizionato del Movimento 5 Stelle, ovviamente non è il reddito di base/cittadinanza

Nel corso del secondo Novecento, quando il nesso tra cittadinanza nazionale e diritti sembrava più stringente, il reddito di base veniva anche chiamato reddito di cittadinanza: formula tendenzialmente caduta in disuso dinanzi al trasformarsi del rapporto tra individui, territori e diritti, poiché l’accesso alla cittadinanza nazionale, in molti ordinamenti, come ad esempio il nostro, è sempre più selettivo ed escludente. Nonostante ciò il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle (M5S) nel corso della scorsa legislatura parlamentare, la XVII, ha presentato un progetto di legge per l’introduzione di un «reddito di cittadinanza» (Atto Senato n. 1148 – Istituzione del reddito di cittadinanza, nonché delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario, con prima firmataria la Senatrice Nunzia Catalfo, ora rieletta) che in realtà non è per nulla universale e incondizionato, essendo invece un reddito minimo condizionato ad una determinata situazione economica (essere al di sotto della soglia di povertà relativa definita da Eurostat) e all’accettazione di una serie di condizioni (ad esempio una delle prime tre offerte lavorative proposte, che deve in ogni caso essere ritenuta equa e congrua), come ha espressamente ricordato il Professore Pasquale Tridico da tempo collaboratore del M5S, «dopo 15 anni di studi e ricerche sui temi del lavoro, della flessibilità, della produttività e della crescita economica».

Recentemente è stato contestato l’uso strumentale del reddito per finalità politiche in un intervento a quattro mani di Cristina Morini e Andrea Fumagalli, quest’ultimo, oramai ventennale studioso del reddito di base, è esplicitamente richiamato nella già citata relazione introduttiva e di accompagnamento delle proposta di legge del M5S (Atto Senato n. 1148, p. 4).

Per il reddito minimo garantito, verso il reddito di base, per un’esistenza libera e dignitosa

In questa polarizzazione tra reddito minimo e reddito di base c’è una interpretazione minoritaria che vede in contrapposizione il reddito minimo con quello di base/cittadinanza (ne parla Stefano Toso, Reddito di cittadinanza o reddito minimo?, Il Mulino, 2016). Mentre è sicuramente possibile, soprattutto per l’arretrato contesto italiano, ancora privo di protezioni sociali individuali e universalistiche, provare a riflettere sulla necessaria introduzione di un nuovo diritto sociale fondamentale che parta dal reddito minimo garantito calato in un nuovo Welfare per affermare «il diritto a non essere costretti a vivere in povertà» (Elena Granaglia – Magda Bolzoni, Il reddito di base, Ediesse, 2016), in dialogo con l’idea di un reddito di base universale inteso tanto come Ius Existentiae, diritto di esistenza, che come diritto di accesso alle risorse comuni, secondo nobili e storicamente risalenti tradizioni filosofiche, giuridiche e istituzionali. Perché l’orizzonte del reddito di base permette di superare la lotta alla povertà per investire sugli spazi di libertà della persona e di solidarietà sociale permettendo di rifiutare i ricatti e promuovere una maggiore autodeterminazione delle proprie scelte di vita e lavoro (una ricostruzione esaustiva di questo confronto plurisecolare è contenuta negli annosi studi di Philippe Van Parijs e ora il fondamentale e già classico lavoro Philippe Van Parijs – Yannick Vanerborght, Il reddito di base. Una proposta radicale, Il Mulino, 2017, e di Antony B. Atkinson, da ultimo con Disuguaglianza. Che cosa si può fare, Raffaello Cortina, 2015).

Dignità sociale della persona, classi popolari e ceto medio

Proprio un confronto laico, pragmatico e programmatico intorno agli spazi di un nuovo Welfare universalistico, fondato sul reddito minimo garantito come nuovo diritto che protegga la «dignità sociale» delle persone (per riprendere una formula cara al Costituente, qualora la Costituzione italiana fosse ancora letta e non solo citata a sproposito), permetterebbe di recuperare il ritardo settantennale del nostro “Stato sociale”, individuato già nella Relazione finale dei lavori della Commissione per la riforma della previdenza sociale (attiva tra il 4 luglio 1947 e il 29 febbraio 1948, inaugurata in epoca costituente) presieduta dal sindacalista e deputato socialista Ludovico D’Aragona (1876-1961): «grosso modo beneficiano oggi della previdenza e assistenza solo i lavoratori dipendenti, con molte esclusioni e limitazioni […] tra operai e impiegati, fra dipendenti pubblici e dipendenti privati. I lavoratori autonomi, dal più umile artigiano, al più rinomato professionista, sono totalmente al di fuori della sfera di azione della previdenza sociale». Ecco l’origine iniqua del nostro  sistema di protezione sociale: un «“Bismarck corporativo” degli anni ’30 costituzionalizzato», giunto poi ad una sorta di «interclassismo del compromesso storico ante litteram degli anni ’50 e ’60 e [a]l falso universalismo della pluralità dei corporativismi (democratici) in competizione» (secondo la ricostruzione proposta tra gli altri dal giuslavorista Gian Guido Balandi, L’eterna ghirlanda opaca: evoluzione e contraddizione del sistema italiano di sicurezza sociale, in Lavoro e Diritto, n. 2/2015, 313-327).

Per dare finalmente risposte adeguate all’aumento delle diseguaglianze e alla domanda di giustizia ed equità sociale intorno a quali tutele, garanzie e promozioni sociali prevedere per i soggetti che già da decenni vivono in assenza di protezioni sociali adeguate, in quella condizione di esclusione da una concreta cittadinanza sociale che con Roberto Ciccarelli abbiamo detto essere tipica di quel quinto stato nel continuo processo di impoverimento delle classi popolari che un tempo furono quarto stato e di quel “ceto medio” già senza futuro un decennio fa (sul quale è recentemente tornato Arnaldo Bagnasco, La questione del ceto medio, Il Mulino, 2016, che nel 1977, quaranta anni fa, aveva indagato le Tre Italie nella transizione al post-fordismo all’italiana).

E il quinto stato ha anche consegnato ai parlamentari della scorsa legislatura un paio di memorie in audizione presso la XI Commissione (Lavoro e previdenza sociale) del Senato della Repubblica, per sottolineare la necessità di ampliare la cittadinanza sociale: Per un nuovo Welfare universale a partire dal reddito minimo garantito (26 marzo 2015) Reddito minimo garantito per un nuovo Welfare universale. Promozione sociale vs. Poor Laws (18 gennaio 2017).

Settanta anni di ritardo per un Welfare universale a partire dal reddito minimo garantito

Perché quello che fa più rabbia, di questo deprimente teatrino italiano, è il reciproco prendersi in giro tra classi dirigenti ed elettori dei diversi partiti/schieramenti, tutti trasformati in ultras scalmanati e irrazionali di un gigantesco gioco alla gogna social-virtuale. Quando, nel resto del mondo, a partire dal vecchio Continente, proprio da un settantennio, il dibattito intorno alle diverse ipotesi di reddito minimo garantito e sussidio universale di disoccupazione, fino all’utopia concreta di un reddito di base universale e incondizionato, non solo è oggetto di pratiche politico-istituzionali e di riforme normative (dal Beveridge Report del 1942 che fonda il Welfare anglosassone e terrà insieme Jobseeker’s Allowance e Income Support, agli anni Ottanta nella Francia di Mitterand e del Reddito Minimo di Inserimento, alle politiche di flexicurity/flexsecurity), ma coinvolge pensatori e forze politiche di praticamente tutti gli schieramenti: liberali, socialiste/socialdemocratiche, popolari, cristiano e cattolico sociali, movimenti sociali radicali e anarco-libertari, pensiero operaista e post-operaista, fino al variegato movimento globale delle donne – che da tempo parla di reddito di autodeterminazione – per arrivare, negli ultimi anni, ai radicali visionari libertari e post-capitalisti, soggetti attivi e sperimentatori delle nuove trasformazioni tecnologiche e digitali verso l’automazione e inedite forme di ecologia urbana ed economia sociale, collaborativa, circolare (si veda la recente, fondamentale, traduzione italiana di un gran bel libro di Nick Srnicek – Alex Williams, Inventare il futuro, Nero Editions, 2018, il cui slogan è proprio: pretendi la piena automazione, pretendi il reddito universale, pretendi il futuro). E avendo la contezza che le istituzioni europee “ce lo chiedono” da venticinque anni, di introdurre il reddito minimo garantito, da quando si chiamavano ancora CEE, con la raccomandazione numero 441 risalente al 1992 (Raccomandazione del Consiglio, del 24 giugno 1992 in cui si definiscono i criteri comuni in materia di risorse e prestazioni sufficienti nei sistemi di protezione sociale – 92/441/CEE).

Oltre il Reddito di Inserimento (ReI), intanto?

Da qui si dovrebbe ripartire. Sapendo che proprio in questi mesi entra a regime il Reddito di Inserimento con la sua Carta prepagata REI che sostituisce la precedente SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva) e si prefigge di proteggere solo una parte di quelle famiglie in condizioni di povertà assoluta, avendo ottenuto in sede di legge di bilancio un finanziamento di circa due miliardi di euro, quando anche l’Alleanza contro la povertà (la rete di associazioni tra Caritas italiana, Cgil, Uil, Confcooperative, Iref – Istituto di ricerche educative e formative delle Acli – e alcune fondazioni che ha comunque sostenuto l’adozione di questa legge) prevedeva una spesa annua complessiva di circa 7 miliardi di euro. Per stessa ammissione degli estensori della legge (d. lgs. 15 settembre 2017, n. 147, Disposizioni per l’introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà, emanato in attuazione della Legge n. 33 del 15 marzo 2017, Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali), questa misura si rivolgerà inizialmente a circa mezzo milione di famiglie in povertà assoluta, a fronte dell’oltre milione e seicento mila famiglie che secondo il rapporto Istat 2016 sulle povertà si trovano in quella stessa condizione (circa 4,7 milioni di persone). Si tratta di una goccia, per numeri coperti e per l’ammontare del sostegno, nel mare aperto e tempestoso delle nuove e vecchie povertà.

Ma qui siamo, con una misura nazionale di contrasto alla povertà assoluta che è una carta prepagata pensata su base familiare, oscilla tra i 187,50 € per un solo componente e i 539,82 € per una famiglia con sei o più componenti ed in ogni caso vincola all’attivazione il capofamiglia beneficiario, tramite sottoscrizione di un patto con le istituzioni pubbliche in cui si impegna ad essere “attivo” per uscire dalla condizione di povertà, aderendo ad un progetto personalizzato che coinvolgerà un variegato complesso di servizi, livelli amministrativi e professionisti dell’assistenza sociale, ai quali è destinata una spesa di circa 300 milioni annui (il 15% del finanziamento annuale del ReI).

Lotta alla povertà assoluta e il già citato Welfare to Work sembrano andare a braccetto in questa misura tradizionalmente (per il contesto italiano) improntata sul “capofamiglia”, prospettando una prima, assai faticosa, governance amministrativo-burocratica delle persone in condizione di povertà, già indagata nel Quaderno per il Reddito curato dall’Associazione Basic Income Network – Italia, Oltre il reddito di inclusione. Un reddito garantito come diritto di base (con l’archivio completo dei Quaderni per il Reddito).

Il lavoro non basta!

Eppure si potrebbe tentare intanto di percorrere la strada recentemente proposta da Chiara Saraceno (Lavoce.info, 13.3.2018) nel senso che la proposta del M5S può migliorare il ReI, sul versante «dell’universalismo a parità di bisogno e di vincolo di durata connesso all’uscita dal bisogno». La già ricordata proposta legislativa del M5S erroneamente titolata Istituzione di un reddito di cittadinanza si muove verso un più classico reddito minimo garantito, rivolgendosi a una fetta di società maggiore, perché aspira a combattere non solo la povertà assoluta, ma anche quella “relativa” ed a garantire una soglia di reddito intorno ai 780 € mensili, situandosi sul livello del 60% del cosiddetto reddito mediano nazionale da tutelare in base alle più recenti indicazioni europee e andando incontro anche ai soggetti in condizione di lavoro povero, precario, intermittente, i cosiddetti Working Poor. Con il rischio però di situarsi a metà tra un sussidio universale di disoccupazione e un vero e proprio reddito minimo, lasciando in sospeso l’ipotesi di dipendere ancora da un lavoro povero. Per questo, ce lo ripetono da tempo ampi e dettagliati studi sociologici, da ultimo Chiara Saraceno, con Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi, Feltrinelli, 2015, si tratta di ripensare le protezioni sociali in senso universalistico, dinanzi all’incidenza della povertà nonostante il lavoro e alla consapevolezza che la soluzione non passa attraverso l’artificiosa e faticosa creazione di posti di lavoro che sono troppo spesso sottopagati, oppure precari, occasionali, eppure sempre fonte di logoramento esistenziale, dinanzi a una retribuzione che, anche qualora fosse adeguata, tarda ad arrivare. E allora si può forse azzardare, sempre in chiave di un discorso laico, pragmatico e pragmatico, una serie di primi punti comuni per l’affermazione di un concreto reddito minimo garantito, nel quadro di un reddito di base nell’epoca dell’automazione che arriverà.

Per un reddito minimo, verso il reddito di base, tra contesto europeo e innovazione sociale e tecnologica

Si potrebbe partire dall’assunto che non servono nuove leggi sui poveri, perché la colpa della povertà non è dei poveri, né di un reddito di inclusione alla disciplina, come sembra profilarsi l’applicazione del ReI, rischiando di tramutare una sacrosanta lotta alla povertà in una lotta ai poveri e al loro essere stigmatizzati e governati in modo paternalistico. In questo senso, poiché l’Italia parte con settanta anni di ritardo, si potrà anche imparare dalle esperienze pregresse, per tenersi alla larga dalle tendenze workfaristiche che hanno contraddistinto l’evolversi delle politiche pubbliche contro la povertà, approfittando di una comparazione con l’Europa del nuovo Welfare (Giovanni Perazzoli, Contro la miseria. Viaggio nell’Europa del nuovo Welfare, Laterza, 2014), dove la garanzia di un reddito minimo accompagna la ricerca di un lavoro degno e adeguato ed è universale nel senso che è rivolta a tutta la cittadinanza ed è vincolata solamente alla «disponibilità a cercare un lavoro e all’accertamento dei mezzi (non bisogna essere ricchi per averne diritto, ma neanche essere “poveri” e non è necessario fare riferimento a intermediari politici o sindacali)».

Perciò serve spostare l’attenzione su previsioni quanto più garantistiche possibili, che permettano di definire la sufficienza e proporzionalità di un reddito minimo inteso come nuovo diritto sociale fondamentale, pensato per la tutela della dignità umana e sociale della persona, e quindi inteso come diritto individuale, del singolo, e non del “capofamiglia”. In un quadro che favorisca un nuovo rapporto fiduciario tra persona ed istituzioni, di promozione dell’autonomia individuale nella solidarietà collettiva, per riprendere gli insegnamenti, tra i molti di Luigi Ferrajoli e Stefano Rodotà. Nel quadro di nuove garanzie sociali e nella prospettiva di essere inserito in quel “pilastro sociale” sempre più necessario per la tenuta istituzionale ed economica del vecchio Continente (così Giuseppe Bronzini, Il diritto a un reddito di base. Il Welfare nell’era dell’innovazione, Gruppo Abele Edizioni, 2017).

In questo senso sarà inevitabile assumere la scelta di politica pubblica di razionalizzare le frammentate e incoerenti misure sociali esistenti, in modo che la spesa per un reddito minimo garantito secondo parametri europei possa partire da una base comune per raggiungere quei circa 10 miliardi annui necessari che non a caso combaciano con la spesa annualmente sostenuta dallo “sconto fiscale” degli 80€ introdotto dal Governo Renzi in favore dei lavoratori dipendenti a salario modesto, misura che «è andata a sostenere anche i redditi di famiglie dai decili più ricchi» (ancora Chiara Saraceno, p. 119). A ulteriore dimostrazione che il tema è sempre lo stesso: quale scelta politica per impiegare i soldi pubblici tuttora esistenti. Quindi si tratta di fare attenzione da un lato ai profili riguardanti il Welfare indiretto (accesso a istruzione, cultura, sanità, mobilità, garanzia del diritto all’abitare, etc.) e dall’altra all’avviare un circuito virtuoso tra formazione e miglioramento della persona con congruità ed equità delle proposte di lavoro, non viste e percepite come afflittive, ma come reale occasione di auto-miglioramento ed emancipazione.

Il reddito minimo e di base per una nuova idea di società e solidarietà

È bene partire dalla consapevolezza che oltre un secolo dopo Bismarck e la sua assicurazione sociale obbligatoria (anni Ottanta dell’Ottocento), settanta anni dopo il Rapporto di Sir William Beveridge e il suo Welfare universale, si tratta di pensare e realizzare nel concreto una protezione sociale all’altezza delle trasformazioni sociali, economiche e produttive che viviamo, in cui il percorso dal reddito minimo al reddito di base può rappresentare l’opzione più adeguata e al contempo trasformativa della società e della mentalità delle persone.

La scommessa e l’azzardo si legano a filo doppio con due prospettive. Da un lato con la necessità di recuperare un punto di vista che nell’ultimo trentennio ha spinto quella parte inascoltata dei movimenti precari italiani (EuroMayDay, PreCog) ed europei e del pensiero garantista e democratico intenta a rivendicare un reddito di base universale e incondizionato, uno Universal Basic Income inteso come «the Wage of the Precariat», il salario dei precari – per dirla con l’importante analisi proposta di recente da Alex Foti, General Theory of Precariat. Great Recession, Revolution, Reaction, 2017 – e come Democrazia del reddito universale, manifestolibri, 1997, con saggi, tra gli altri, di Alain Caillé, Claus Offe e Philippe Van Parijs. Fino ad arrivare all’ipotesi di reddito di base incondizionato inteso come «reddito primario, legato ad una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconosciuta», in cui l’incondizionatezza dell’erogazione monetaria fortifica lo spazio di libertà del singolo dai ricatti della povertà e del lavoro coatto (Andrea Fumagalli – Carlo Vercellone, Reddito di base incondizionato come reddito primario).

Dall’altra parte la necessità di stare dentro alle nuove trasformazione sociali e tecnologiche che ci aspettano, quelle dell’era digitale e dell’economia di piattaforma che si apre alle tecnologie esponenziali, all’automazione e alla robotica, tra Internet of Things, Bid Data e Machine Learning delle macchine sempre più intelligenti, eppure bisognose, tanto quanto noi esseri umani, di un nuovo legame tra l’umano e l’automa, nel superamento dell’idea di lavoro intesa come fatica che era già dentro una certa lettura del lavoro cognitivo e intellettuale, dalla letteraria “fatica senza fatica” costituzionalizzata nella Carta del Carnaro (1920), alla fine della società salariale dell’epoca industriale intuita da Alain Touraine ed André Gorz decenni fa, eppure ancora dentro il potenziamento della forza lavoro che siamo. È quella possibile nuova era dell’abbondanza, nella quale le istituzioni pubbliche devono favorire una redistribuzione delle ricchezze prodotte dalla cooperazione sociale, riducendo la polarizzazione delle diseguaglianze tramite maggiore equità fiscale e la previsione multilivello e modulare di un reddito di base universale e incondizionato, intorno al quale stanno da tempo ragionando e sperimentando gli innovatori della Silicon Valley e molte istituzioni pubbliche e del privato-sociale in giro per il mondo, dalla Finlandia, al Canada, etc. (si veda da ultimo la panoramica offerta da Sandro Gobetti, Luca Santini, Reddito di base. Tutto il mondo ne parla. Esperienze proposte e sperimentazioni, 2018, quindi il recentissimo libro collettivo It’s Basic Income. The Global Debate, 2018, quello a cura del Basic Income Network – Italia, Reddito garantito e innovazione tecnologica, Asterios, 2017, fino alla ricerca sperimentale di uno dei maggiori incubatori di start up californiani Basic Income – Y Combinator Research che coinvolge oltre 3mila persone con un reddito mensile di 1000$).

Perché, per riprendere una celebre frase del compianto Stephen Hawking (Stephen Hawking Says We Should Really Be Scared Of Capitalism, Not Robots, 2015), che proprio nei giorni della sua morte è stata spesso citata, «se le macchine finiranno per produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno, il risultato dipenderà da come le cose verranno distribuite. Tutti potranno godere di una vita serena nel tempo libero, se la ricchezza prodotta dalla macchina verrà condivisa, o la maggior parte delle persone si ritroveranno miseramente in povertà se la lobby dei proprietari delle macchine si batteranno contro la redistribuzione della ricchezza». È questo il terreno sul quale confrontarsi per arginare il pericolo di ulteriori diseguaglianze e sperequazioni e pensare, finalmente, una possibile società e mentalità oltre quella del lavoro salariato. Senza necessariamente dover parteggiare per l’automa che verrà contro il lavoro, né per forza ripescare, come ha fatto da ultimo l’inventore del M5S, classiche intuizioni sulla Società senza lavoro. Per una nuova filosofia dell’occupazione, di Dominique Méda (già negli anni Novanta, scuola ENA e attenta studiosa delle trasformazioni del lavoro e delle garanzie sociali, in Francia tra RMI e Revenu de Solidarité Active, quindi a fianco della non felice candidatura presidenziale del socialista Benoît Hamon).

Ma con la consapevolezza che le accelerazioni del capitalismo digitale e dell’automazione sono sicuramente dirompenti, ancor prima che per le forme del lavoro, nell’auspicabile declino come fatica umana, per l’antropologia e le forme del vivere quotidiano. Finalmente un Reddito per tutti, come utopia concreta nell’era digitale (manifestolibri, 2009), per l’investimento istituzionale sulla promozione dell’autodeterminazione individuale, in un quadro di nuova solidarietà collettiva?

 

*       Si propongono queste riflessioni come anticipazione del volume Il reddito di base nell’era digitale. Libertà, solidarietà, condivisione, previsto per questa primavera 2018 per Fefè editore e che per colpa dell’Autore stesso non è ancora ultimato. In ogni caso si confida il libro in questione possa essere dato alle stampe ben prima di quel 1° gennaio 2030 segnalato da Amazon, il cui ineffabile algoritmo è evidentemente a conoscenza dell’attitudine procrastinatrice dell’Autore. Ma forse con una certa esagerazione.

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