Reddito garantito ed universale? È questione di diritti fondamentali


Emanuele Murra

Contributo al dibattito dopo l’appello alla presa di parola per un reddito garantito lanciato dal Bin Italia.
Emanuele Murra, socio del bin-italia, è dottorando di ricerca in filosofia, etica e antropologia presso l’Università del Salento (Lecce) e chercheur visiteur presso la Chaire Hoover d’étique économique et sociale dell’UCLouvain (Belgio). La sua ricerca affronta il problema delle condizioni materiali che permetto alla libertà di non essere illusoria, con particolare riferimento alla continuità del reddito e al dominio che il mercato esercita sulle scelte personali.

Il tema della garanzia al reddito è certamente legato a quello del mercato del lavoro e della sua riforma, ma non ci si può illudere che coincida con esso. La modifica delle forme contrattuali, gli incentivi economici, le liberalizzazioni e le defiscalizzazioni, anche quando portassero ad un più efficiente mercato del lavoro, non risolverebbero comunque la questione della sempre possibile intermittenza del reddito.

La garanzia del reddito non è perfettamente sovrapponibile alla garanzia del posto di lavoro e, pur interessando lavoratori, disoccupati, ragazzi e ragazze in cerca di prima occupazione, essa non li riguarda come semplici lavoratori o aspiranti tali, ma in quanto cittadini, o più precisamente, in quanto persone titolari di diritti fondamentali.

Qualunque persona umana, in quanto essere biologico, è portatrice di ineludibili bisogni materiali all’abitazione, al nutrimento, al vestiario; bisogni universali che sono un tutt’uno con lo statuto ontologico e costitutivo dell’essere uomo. Essi continuano a persistere, con la medesima urgenza nonostante gli alti e bassi del mercato, i mutamenti della produzione e la maggiore o minore richiesta di lavoratori. Diritto al reddito e diritto al lavoro, dunque, non coincidono perché anche in assenza di un’occupazione stabile la continuità del reddito è indispensabile per soddisfare bisogni incomprimibili.

Dei diritti fondamentali non occorre dimostrarsi meritevoli, essi sono inerenti alla dignità stessa che gli ordinamenti democratici riconoscono alla persona umana; il diritto all’istruzione di base e alla sanità pubblica sono già codificati nel nostro sistema giuridico come diritti di tutti, fondamentali  perché creano le condizioni stesse di possibilità per l’esercizio e il godimento consapevole ed autonomo di tutti gli altri diritti che la Repubblica tutela.

La cura dimagrante forzata a cui la congiuntura economica sottopone i nostri sistemi di welfare non può che essere accompagnata da una rivoluzione nel modo di pensare la protezione dei diritti sociali. Un welfare più snello e meno oneroso ha bisogno di forme di intervento di stampo universalistico, non soggette alla discrezionalità politico-amministrativa, a quella selettività burocratica che negli anni è stata la fonte principale della corruzione, degli sprechi, dei costi e dell’inefficienza delle garanzie già esistenti.

L’universale riconoscimento ex lege – in quanto persone titolari di diritti fondamentali e non in riferimento a condizioni soggettive di bisogno – del diritto di percepire un reddito minimo garantito permetterebbe finalmente una prima ed efficace tutela di ciascuno contro l’alea del mercato e costruirebbe una rete di sicurezza per impedire a chiunque di cadere in uno stato di miseria.

La storia dello sviluppo giuridico degli stati occidentali verso una democrazia sempre più autentica è costellato da un movimento di estensione della base degli “aventi diritto”. Philippe Van Parijs, in un celebre articolo, fa notare come una delle più grandi conquiste della civiltà giuridica del XIX secolo sia stata la soppressione della schiavitù negli Stati Uniti, con il combattuto riconoscimento dei diritti civili per tutti, bianchi e neri, alla quale poi è seguita, nel XX secolo, la graduale conquista del suffragio universale, che ha esteso a tutti i cittadini i diritti politici. Non si vedono ragioni perché questo processo si fermi ai soli diritti civili e politici senza estendersi a riconoscere che almeno alcuni diritti socio-economici hanno lo stesso valore essenziale ed universale e pertanto non possono continuare a dipendere da situazioni soggettive ed individuali.

La questione di un reddito universale ed incondizionato che permetta almeno di far fronte in maniera certa e continuativa ai bisogni vitali più elementari è ormai ineludibile, e probabilmente ha ragione Van Parijs nel ritenere che, come per la schiavitù ed il suffragio universale, essa rappresenti la grande riforma che attende le nostre democrazie del XXI secolo.

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