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Si è discusso molto, in queste ultime settimane, del ruolo dei sindacati italiani e europei nella strategia di contrasto alla precarizzazione del lavoro. Non si poteva fare altrimenti dopo le lotte in Francia contro la “Loi travail”, denominata Oltralpe, non a caso, “Jobs Act francese”. E soprattutto, dopo la posizione netta della Cgt, un sindacato che da noi italiani viene considerato, al pari degli altri sindacati francesi, poco rappresentativo, visto che ha un tasso di sindacalizzazione intorno al 20%. La Cgil ha sei milioni di iscritti, ma metà di questi sono pensionati. Se calcoliamo tre milioni di iscritti in attività lavorativa tra pubblico e privato, ci accorgiamo che il tasso di sindacalizzazione effettivo italiano non è di molto superiore a quello francese.

Eppure le strategie sembrano molto diverse.

La leadership della Cgil ha più volte dichiarato la sua contrarietà sia all’istituzione di un reddito minimo che a un salario minimo orario per legge.

Le ragioni sono chiare ma non adeguate né sostenibili nell’attuale contesto di accumulazione. Riguardo il reddito minimo, si sostiene che tale obiettivo è fuorviante perché sarebbe necessario, invece, perseguire la “piena occupazione”, soprattutto in un contesto di elevata disoccupazione: “Non siamo contrari all’idea di uno strumento di inclusione [inteso come forma di avviamento, più o meno coattivo, al lavoro, qualunque sia,ndr.], ma vorremmo che il welfare rimanesse sempre legato all’obiettivo della piena occupazione”, si afferma.

Riguardo il salario minimo, si sostiene, invece, d’accordo con Uil e Cisl, che una simile misura avrebbe l’effetto di appiattire i salari su un livello inferiore a quello già stabilito dai contratti nazionali: “con contratti nazionali minimi più alti del salario minimo”.

Non vogliamo far polemica con il più grande sindacato italiano. Ci piacerebbe, tuttavia, che si tenessero in conto alcune osservazioni:

  1. La disoccupazione, intesa come non partecipazione alla produzione della ricchezza sociale, non esiste più. Il disoccupato di oggi è colui che è comunque attivo all’interno di un processo di creazione di ricchezza (che ne sia cosciente o meno).  Non è improduttivo come la classica figura del disoccupato che negli anni Sessanta e Settanta si rivolgeva all’Ufficio di Collocamento e, se non veniva “chiamato”, tornava sconsolato a casa o andava al bar a fare una partita a carte per tirarsi su il morale, attivandosi per un sussidio di disoccupazione.  Oggi chi è formalmente disoccupato, ovvero non percepisce un reddito da lavoro, è inserito in un meccanismo di valorizzazione, spesso a sua insaputa. E’ consumatore o meglio “produttore consumatore” (prosumer), è attivo in relazioni sociali  (social media) da cui si estrae valore, è, spesso inconsapevolmente, partecipe ad una filiera produttiva, a cui contribuisce in modo gratuito. I più giovani, ma non solo, sono interni al meccanismo dell’economia della promessa:  essere  disponibile gratuitamente oggi per una promessa di lavoro domani,  ovvero, una promessa di reddito futuro. Si vende oggi il proprio futuro spesso neanche in cambio di un piatto di misere lenticchie.  La vita messa in produzione e a valore (dal clandestino ricattato dalla necessità di avere un lavoro per un permesso di soggiorno, al giovane di belle speranze che vende la sua autonomia di pensiero per un reddito futuro) è solo in minima parte remunerata.  La  distinzione tra occupati e disoccupati  si declina oggi tra chi è occupato con reddito (perché svolge un’attività certificata e remunerata) e chi è occupato senza reddito (perché il suo essere occupato non viene riconosciuto nella catena del valore certificata dalle oligarchie economiche) . Se il reddito minimo è oggi remunerazione di una vita produttiva, essere contro il reddito minimo, come reddito primario,  è come essere contro il salario per tutti ma a favore di un salario per pochi, quei pochi che svolgono un’attività funzionale e riconosciuta al capitale. In altre parole, funzionale allo sfruttamento. E allargare la platea di coloro che possono godere di un reddito di base incondizionato (e non strumento di governance e di controllo del lavoro, come ad esempio è la proposta governativa del Reis  – reddito [indegno, ndr.] di inclusione sociale: ) significa non solo consentire il diritto alla scelta libera del lavoro ma anche aumentare l’occupazione e l’occupabilità.
  2. Riguardo al salario minimo, vogliamo semplicemente notare due fatti conclamati. Il primo fa riferimento al fatto che oggi in Italia meno del 50% della forza lavoro è in grado di far valere, in modo effettivo e reale, i minimi dei contratti nazionali. L’altro 50% non ha alcuna protezione contro il dumping salariale, soprattutto in quei settori dove la condizione precaria è maggioritaria (in particolare nei settori del terziario immateriale – dalla logistica alta, all’informazione, all’editoria, alla comunicazione, alla ricerca, alla sanità, ecc,), dove non a caso si denuncia, a parole, “la svalorizzazione del lavoro”. Il secondo fatto è che proprio per la mancanza di un limite inferiore ala caduta dei salari individualmente contrattati abbiamo assistito a una costante riduzione dei redditi di lavoro, che hanno intaccato, con deroghe, forme di concertazione al ribasso, ecc, anche i salari contrattuali. Non è forse il caso di sperimentare un inversione di rotta? Non viene in mente che un salario minimo possa rinforzare il contratto nazionale (che, anche per questo ha perso la sua valenza contrattuale) invece che delegittimarlo come la dirigenza sindacale pensa?

L’assenza di un reddito minimo rende i lavoratori e le lavoratrici più ricattabili e più subordinati al comando. Anche chi gode ancora di un contratto di lavoro stabile si sente psicologicamente precario perché è perfettamente cosciente che tale situazione di relativa sicurezza nella continuità di reddito  può venir meno da un momento all’altro: basta una ristrutturazione o una delocalizzazione e le cronache di questi anni lo confermano ampiamente.

L’assenza di un salario minimo favorisce ulteriormente il processo di individualizzazione del rapporto di lavoro, rende più complessa la possibilità della rappresentanza sindacale, favorendo la polarizzazione dei redditi e innestando il circolo vizioso: bassa domanda, bassi investimenti, bassa occupazione, bassa produttività, bassi salari.

In Francia, la reazione sindacale, dei lavoratori e dei giovani, ha potuto svilupparsi e sedimentarsi, tra le altre cose, anche perché lì è presente uno “zoccolo duro” di garanzia di reddito. Ci domandiamo: questa mobilitazione si sarebbe data in una situazione di totale ricattabilità del bisogno?

E in Italia, non è proprio l’inesistenza di qualsiasi garanzia di reddito, anche minimo, e di un limite al dumping salariale, a spiegare, almeno in parte, la supina accettazione del  Jobs Act, della liberalizzazione dei licenziamenti e dell’istituzionalizzazione della precarietà come norma?  Certo, occorrerà analizzare anche altri fattori – i sindacati più rappresentativi hanno sempre preferito la strada della concertazione, le peggiori riforme del mercato del lavoro vengono attuate dai governi “amici” del centro-sinistra, il regime mediatico impedisce una libera informazione, ecc., ecc. – tuttavia bisognerà pur riconoscere che quando buona parte della vita è impegnata nella dura lotta della sopravvivenza per procacciarsi il pane, non c’è tempo né la possibilità per rivendicare anche le rose.

Tratto da Effimera