Il reddito garantito tra i diritti dell’Europa 2.0


Luca Santini e Sandro Gobetti

 

Introduzione

L’Europa agli albori del terzo millennio rischia di diventare il continente del nostro scontento: crisi economica, politiche di austerity, aumento della disoccupazione, della povertà, del rischio di esclusione sociale, avanzata delle destre nazionalistiche, xenofobe e anti-europeiste, crisi delle politiche dell’accoglienza, chiusura delle frontiere, crisi del processo di integrazione, cura dei soli interessi particolari di ogni stato, primato della finanza sulla politica, crisi del modello sociale e tagli al welfare… un quadro ben distante da quello impresso tanto dai padri fondatori quanto dai più convinti promotori del continente dei diritti e del benessere sociale. All’inizio del nuovo millennio siamo ad un punto critico, da cui emergono diverse ipotesi inedite: il rinnovamento e il rilancio di una nuova idea di convivenza all’interno del continente, la nascita di un’Europa a due o più motori (il nord ed il sud in particolare), una Europa politica solo della zona euro a forte ed unica guida tedesca (una Germania ancora più forte dopo la Brexit); la disgregazione continentale verso un neo-nazionalismo; continuare a sopravvivere alle intemperie riproponendo politiche economiche destinate altrove piuttosto che verso i cittadini europei.

Per mettere a fuoco un’Europa 2.0 occorre prima di tutto prendere atto delle tante scellerate ricette politiche ed economiche di questi ultimi anni: tra austerità, sostegni alla finanza e rigidità, come nei patti di stabilità, che tutte insieme vanno sicuramente a scapito delle politiche solidaristiche1. L’Europa ha continuato, dopo lo scoppio della crisi, a perseguire le politiche neoliberiste che ne sono state la causa stessa. In particolare, nel contesto di un aggravamento delle condizioni sociali della popolazione (con circa 120 milioni di persone a rischio povertà), invece che aumentare le politiche sociali ha agito tagliando il welfare o ha introdotto politiche di workfare (che di fatto non hanno prodotto più lavoro, ma solo obblighi stringenti per i percettori dei sussidi e spesso formule utili ad alimentare manodopera a basso costo); nel pieno del turbine finanziario ha pensato di intervenire consegnando 80 miliardi di euro al mese alle banche attraverso il QE Quantitive Easing2, ed anche dopo lo storico risultato del referendum sulla Brexit, le indicazioni che vengono da alcuni paesi (l’Italia in particolare) vanno nella direzione di sostenere di nuovo  il sistema finanziario e bancario3, piuttosto che riferirsi alla necessità di un nuovo progetto europeo, rilanciando anche il progetto Atlante bis4 (ancora soldi alle banche!).

In questo contesto bisogna purtroppo lanciare un ulteriore grido di allarme, dal punto di vista politico e sociale, dell’imbarbarimento che va emergendo in molti paesi: dalle politiche governative che vanno dalla chiusura delle frontiere a profughi e rifugiati, fino agli accordi che appaltano alla Turchia di Erdogan, attraverso miliardi di euro, la difesa della frontiera europea. L’aumento inoltre di forze palesemente neofasciste e neonaziste che non nascondono più il loro lato intollerante, sembra caratterizzarsi nell’alimentare in modo continuo la guerra tra poveri e verso i poveri. Tutto sommato le due facce di questa medaglia sembrano somigliarsi e quell’Europa sociale (dei “valori democratici e civili” come ripetuto spesso dalla retorica dei vari leader) di cui oggi c’è ancora più bisogno sembra molto lontana dallo spiccare il volo.

Tra le opzioni in campo a noi interessa volgere lo sguardo alla via più auspicabile, proprio a quell’idea di Europa sociale, basata su nuove forme di cooperazione sempre più forti nello spazio continentale in grado di sostenere politiche finalizzate a migliorare la vita di chi vive in questo continente. Siamo altresì convinti che per uscire dal guado sia necessario guardare oltre le politiche governative o delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Occorre guardare a tutto ciò che “di altro” si muove in questo continente per progettare e rilanciare un nuovo disegno europeo che sappia mettere al centro della ricostruzione democratica e sociale (un’Europa 2.0) i diritti di coloro che vi abitano e tra questi, non vi è dubbio, quello che emerge con più forza è proprio  il diritto ad un reddito garantito.

La rottura del modello sociale europeo

Appena qualche decennio fa era legittima in questo continente l’aspettativa, per i cittadini, di fare ingresso nella vita sociale trovando una degna collocazione lavorativa ragionevolmente stabile nel corso dell’esistenza, con progressioni di carriera programmate, con una coerenza di massima tra percorso formativo e impiego. Il lavoro, come architrave del sistema, si collocava esattamente al centro del sistema sociale, quale anello di congiunzione tra pubblico e privato: in riferimento alla sfera pubblica il lavoro era il contributo che il soggetto offriva al benessere collettivo, pur rimanendo, sul piano privato, un mezzo di autorealizzazione meramente individuale. La centralità del lavoro salariato era poi suggellata da politiche pubbliche orientate al raggiungimento dell’obiettivo del pieno impiego. A chiusura del sistema era poi progettato un sistema di assicurazione sociale capace di ridurre i rischi che avrebbero potuto compromettere la capacità di prestare il lavoro: disoccupazione, malattia, vecchiaia, carichi familiari. Le centralità del lavoro salariato e l’insieme di tutele che da esso si dipanavano costituivano un corpus di regolamentazioni compatto che a buon diritto possiamo definire classico. Si trattava di un vero e proprio modello, quello appunto che va comunemente sotto il nome di modello sociale europeo frutto di un patto, avvenuto nel corso del tempo, tra capitale e lavoro.

Le prime avvisaglie della crisi di questo modello si ravvisano a partire dagli anni Ottanta, momento in cui si materializza in Europa, per la prima volta dal dopoguerra, il fenomeno della disoccupazione di massa. Lo shock petrolifero5 e l’avvio di una riconversione industriale su larga scala fecero emergere il problema di una massiccia e strutturale eccedenza di offerta di lavoro; i contemporanei ne rimasero enormemente colpiti e gli interpreti più autorevoli non esitarono a cogliere le implicazioni di fondo che il ritrarsi del lavoro comportava. In effetti il tasso di disoccupazione nell’Europa del dopoguerra era stato a lungo e costantemente molto basso. Nei paesi che componevano la Comunità economica europea la disoccupazione nel 1960 era pari a circa il 2,5% della forza lavoro, con differenze territoriali che andavano da una percentuale inferiore all’1% nella Germania occidentale, o pari all’1,5% in Francia o di poco superiore al 5% in Italia6. Nel 1970 il tasso medio di disoccupazione era ancora pari al 2,5%, mentre a partire dal 1975 si assiste a un incremento vertiginoso del tasso di disoccupazione che balza dapprima al 4,1% e poi in una lenta salita giunge nel 1980 al 5,8%, al 6,9% nell’anno successivo, e all’8,1% nel 1982 per poi giungere al picco del 9,3% nel 1987. Negli anni successivi si è avuto un recupero parziale dell’occupazione anche se come è noto non si sono più ripetute le performance economiche degli anni Cinquanta e Sessanta, e sopratutto si sono andate modificando le forme del lavoro che è divenuto precario. Una ripresa si, ma di lavori a tempo. Il primo decennio degli anni Duemila si è chiuso con la più grave crisi economica ed occupazionale dagli anni Trenta ad oggi, e di conseguenza il tasso di disoccupazione ha raggiunto nella zona dell’euro la soglia inedita del 12% nel 2013 e veleggia oggi ormai stabilmente da anni sopra il 10%.

Al cospetto di questa grave crisi occupazionale e politica, dipanatasi a partire degli anni Ottanta, vennero elaborate diverse ricette in particolare avviate nel corso dell’era Tatcheriana: con la fine e la chiusura di alcuni settori produttivi, l’avvento di politiche di flessibilità del lavoro, la diminuzione dei diritti sociali e del lavoro, e la nascita del cosiddetto workfare, con lo spostamento di ingenti risorse economiche dal welfare destinato ai cittadini a una spesa pubblica destinata alle cosi dette “politiche attive del lavoro” con sostegni alle imprese ed obblighi stringenti per i percettori di sussidi (in cambio di benefit sempre minori) verso l’accettazione di lavori a basso salario destinati al nuovo esercito di disoccupati e precari che andava nascendo. Politiche che si sono diffuse nel corso del tempo anche in altri paesi e che hanno ispirato molti degli indirizzi sovranazionali (non si contano più in Europa e fuori Europa le riforme del mercato del lavoro di questo tipo).

Nel corso degli anni vi sono state delle proposte alternative a quelle di stampo neoliberale per affrontare la grande trasformazione del lavoro (con la rivoluzione digitale) che hanno invece avanzato l’ipotesi di una vasta redistribuzione del lavoro disponibile mediante la riduzione generalizzata della giornata lavorativa e di una difesa delle contrattazioni nazionali e maggiori investimenti nell’industria malgrado l’emergere di un sistema post fordista che non faceva più della fabbrica la centralità del lavoro. Politiche anche queste che però non hanno prodotto risultati così evidenti dove realizzate.

Su un versante diverso nascevano però anche le prime proposte di istituzione di una misura di garanzia del reddito indipendente dal lavoro, per sdrammatizzare il dilemma della disoccupazione, per affrontare l’emergere del soggetto precario e per consentire e valorizzare l’attivazione dell’individuo anche oltre la sfera produttiva formale. Intorno a questa proposta nascevano le prime “reti per il reddito”7 con il coinvolgimento in particolare di accademici e intellettuali. Successivamente, a partire dai primi anni ’90, con l’esplodere della precarizzazione del lavoro, la proposta del reddito garantito fu fatta propria dai movimenti sociali che attraversarono molti paesi del continente europeo. Solo per citare una delle tantissime iniziative che presero vita verso la fine del secolo scorso e che diedero continuità e corpo al legame “precarietà – reddito garantito” vogliamo ricordare la prima May Day nata in Italia nel 2000 fino al suo divenire Euro Mayday8 nel 2014.

Il legame “precarietà – reddito garantito” è stato ripreso e rilanciato in tutti i movimenti sociali sorti nel corso degli anni fino ai giorni nostri. Dagli “Indignados”9 spagnoli che prese vita nel 2011, fino al movimento “Nuit Debut”10 francese esploso in contrasto alla riforma del lavoro nel 2016.

Le politiche pubbliche che seguirono, come è noto, non hanno preso in considerazione né la redistribuzione del lavoro né tantomeno la proposta di un reddito garantito per tutti. Quanto all’ipotesi della riduzione dell’orario di lavoro la risposta è stata nel senso di una completa disarticolazione del mondo produttivo organizzato, sostituito proprio a partire dagli anni Ottanta da una produzione flessibile, segnata da impieghi temporanei e precari, con un’altissima incidenza del lavoro autonomo. In un contesto economico così trasformato e in un mondo del lavoro così frammentato, la riduzione dell’orario del lavoro per legge sembra ormai un’ipotesi scarsamente percorribile, a causa del collasso delle condizioni strutturali per la programmazione di un intervento così impegnativo di politica economica. I risultati sono stati un aumento della precarizzazione del lavoro in tutti i settori produttivi.

Dal lato del reddito minimo garantito11 le misure introdotte in molti paesi europei già negli anni precedenti (anche se con esiti e misure diverse tra i vari Paesi europei), capaci di sostenere l’individuo nelle fasi di transizione lavorativa, hanno successivamente subito tagli e riforme radicali ridimensionandone ruolo ed effetto (basti pensare alla riforma Hartz IV in Germania)12.

Le restrizioni crescenti in tema di “accesso al reddito” sono caratterizzate da obblighi sempre più stringenti ad accettare le offerte di impiego in cambio di sussidi di disoccupazione sempre meno generosi segnalando cosi il rischio di uno snaturamento radicale del senso stesso di questo misure13. Questi meccanismi hanno rappresentato, a ben vedere, il tentativo di rilanciare artificialmente l’idea di piena occupazione. In ogni caso la deregolamentazione del mercato del lavoro (anche laddove è stata combinata con l’istituzione di nuovi strumenti di tutela del reddito) non ha certo posto riparo alla grave crisi sociale indotta dalla trasformazione della società salariale. Le voci che si levavano negli anni Ottanta a favore di un profondo ripensamento dei fondamenti politici della società europea non hanno ancora trovato risposta adeguata, come ad esempio sarebbe potuto accadere mediante l’istituzione di un diritto al reddito su scala continentale. Al contrario, la fase economica negativa dei primi 15 anni del duemila, ha riproposto il tema della disoccupazione in termini ancora più drammatici poiché alla figura del «senza lavoro» si affianca oggi quella del «lavoratore precario» e del «lavoratore povero», formalmente inserito nel sistema produttivo ma ugualmente esposto al rischio di povertà e di esclusione sociale.

Guerra tra poveri o lotta per i diritti

Le trasformazioni produttive di questi decenni, la condizione di precarizzazione che ne è scaturita, le scelte politiche di questi anni, in particolare la mancata introduzione di adeguate forme di tutela sociale, hanno determinato un cambiamento e modificato lo scenario del conflitto sociale.

Nel contesto di una competizione al ribasso tra soggetti sociali impoveriti e senza diritti, si va determinando un “conflitto orizzontale” sempre più evidente: “non-garantiti” contro “garantiti” e viceversa; forme di invidia sociale tra chi ha pochi diritti e chi non ne ha affatto soprattutto nel mondo del lavoro; contrasti generazionali sui quali spesso si scaricano le mancate politiche del lavoro indicando nei “vecchi” il maggiore ostacolo per l’occupazione dei giovani; ma anche “nativi” contro migranti; tra migranti di diverse etnie etc.. Un conflitto che sempre più si definisce sul piano di uno scontro orizzontale, arrivando a determinare un conflitto più ampio che si può ben collocare entro lo scenario di una “guerra tra poveri”, della classe dentro la classe potremmo dire. Al termine di quel Novecento che è stato il secolo della lotta di classe intesa come “scontro verticale” (il proletariato vs padroni e capitalisti), il conflitto in corso pare ben definito oggi da Warren Buffett, il terzo uomo più ricco al mondo, il quale ha affermato pubblicamente che “la lotta di classe che si sta combattendo, la mia classe la sta vincendo”14. Dunque uno scontro di classe portato dalla classe dominante contro le classi più povere (dall’alto verso il basso) ed una strategia vincente dello “scontro orizzontale” dentro la classe dominata (nel basso).

La diminuzione dei diritti ed i tagli al welfare stanno determinando una frammentazione sociale sempre più forte tra chi “può” avere accesso (ancora per quanto?) ad alcuni diritti e chi no; tra i garantiti del mondo del lavoro che hanno ancora riconosciute le ferie, la malattia, gli assegni familiari e chi, magari solo perché precario e magari svolgendo lo stesso lavoro nella stessa azienda, non ha diritto a nulla di tutto ciò. E via a scendere sempre più in basso: basti pensare al “ruolo” che i migranti stanno avendo in questo conflitto nei bassifondi della società. Malgrado le condizioni di schiavitù o semi-schiavitù che molti migranti sono costretti a subire, l’Europa in primis pensa di chiudere le frontiere di fronte a chi fugge dalle guerre. Ancora una volta nell’intento di frammentare, sul piano amministrativo e perfino “linguistico”, anche questo soggetto nuovo: tra migranti economici (che sono feccia da cacciare in quanto clandestini) e rifugiati (che devono subire incredibili vessazioni burocratiche per poter entrare e risiedere in un paese) dando cosi in fondo la giustificazione alle organizzazioni politiche più xenofobe che hanno buon gioco, in fondo, nel dire: cacciamoli tutti.

Questa “chiusura della frontiera”, questa separazione e frammentazione, avviene anche sul versante dei diritti e verso i cittadini europei che provengono da altri stati. Gli stati membri con un welfare più alto “chiudono le frontiere” ai cittadini europei che provengono da altri paesi, a dimostrare una volta in più di come la crisi europea stia minando fino in fondo i pilastri più forti della sua ragione d’essere. Fa molto discutere questa nuova tendenza, che riguarda proprio la qualità della cittadinanza sociale europea, e che va nel senso dell’imposizione di clausole sempre più gravose di residenza pregressa per l’accesso alle prestazioni sociali dei cittadini comunitari: è il caso di Germania15 e Inghilterra16, dove è aumentato il numero degli anni di residenza richiesta, per accedere alle misure di welfare e di sostegno al reddito, all’affitto, o ad una casa sociale. Una delle ragioni più forti raccolte tra i sostenitori dei “Leave” durante il referendum che ha visto la Gran Bretagna uscire dall’Europa, è stato proprio questo: la difesa del welfare nazionale contro gli altri cittadini europei presenti nell’isola, che ne potevano usufruire. Una guerra tra poveri nella spartizione di quei pochi diritti (dopo i tagli degli ultimi decenni) rimasti in essere. Un problema soprattutto per i milioni di lavoratori che si spostano nei diversi paesi europei. Hai voglia a parlare di generazione Erasusm se non si hanno diritti uguali per tutti in tutto il continente! Il ritorno al nazionalismo passa in questo caso per la difesa del proprio (sempre meno) stato sociale.

Invece di operare affinché a tutti i cittadini europei sia riconosciuto un welfare universale, si va nella direzione opposta, chiudere le frontiere interne al continente a difesa del proprio specifico welfare nazionale. Questa è la porta principale di accesso alla fine dell’Europa continentale e verso un neo-nazionalismo che non fa prevedere nulla di buono perché passa e vive, non solo nelle politiche governative, ma nei corpi sociali, tra i cittadini di uno stato o di un altro con il rischio di far diventare il vicino “il nemico” da cui difendersi. Cosi come il “non garantito” ed il “garantito”, il lavoratore pubblico e quello privato, il nativo ed il migrante, sono i protagonisti di una rischiosa guerra tra poveri, allo stesso modo il lavoratore tedesco ha “da ridire” sul pensionato greco, chi paga le tasse per il welfare in Olanda non vede di buon occhio il cittadino polacco che arriva nel paese dei tulipani da disoccupato, l’inglese non sopporta più tanto bene gli italiani che arrivano lavorando per poche sterline e chiedendo un sussidio di disoccupazione quando in difficoltà, l’italiano in Italia guarda male il rumeno che lavora in cantiere per pochi euro e via discorrendo. Se il ritorno al nazionalismo passa in particolare attraverso le pulsioni sociali il crollo del progetto di convivenza continentale può avere un esito funesto certo.

La precarietà sociale ed economica rischia di minare l’altruismo e la solidarietà sociale. E questo accade in maniera sempre più evidente quando vi è un aumento delle persone prive di diritti sociali, politici, culturali ed economici fondamentali. Anche l’aspra rabbia nei confronti della politica in generale, ed ancor più verso le organizzazioni partitiche ed istituzionali (sempre più “inclini” ai favori delle elité economiche), è giustificata dal fatto che questi vengono percepiti come entità che hanno solo deluso le persone, le hanno ignorate o fortemente discriminate. Percezioni spesso giustificate proprio grazie all’acuirsi delle disuguaglianze determinate da scelte politiche che Buffett pare riassumere nella “vittoria della sua classe”.

La sempre richiamata “Europa” ha ormai assunto un significato che pare legarsi solo agli esiti negativi e che si rifanno esattamente a questo sentimento. Tra favoritismi alla finanza, alle banche, alle imprese fino al ruolo delle cosiddette “burocrazie” congiuntamente alla cura degli interesse propri di ogni stato membro, sembrano disegnare una politica continentale che di tutto si occupa meno che del benessere dei suoi cittadini.

Dal punto di vista politico, non è troppo allarmista immaginare una deriva neo-fascista che d’altronde si va palesando in maniera sempre più evidente e sempre più legittimata, non tanto dalle élite della politica istituzionale quanto, peggio, nella società. Mentre le insicurezze del precariato si moltiplicano, si cercano capri espiatori da colpevolizzare per quello che è in realtà il risultato di politiche sociali ed economiche. Le insicurezze e le disuguaglianze generano malesseri sociali, tensioni e risentimenti. Le destre giocano proprio questo ruolo. In Francia, il Fronte Nazionale si è reinventato per presentare una faccia più morbida di un programma neo-fascista. In Inghilterra, la English Defence League ha preso il posto dell’ancor più pericoloso Partito Nazionale Britannico; un recente sondaggio ha rivelato che una grande percentuale di adulti britannici erano inclini a sostenere un programma di estrema destra purché non fosse associato alla violenza17. In Svezia, l’estrema destra, rinnovatasi con una giovane leadership carismatica sotto forma di Democratici Svedesi, ha guadagnato terreno in modo drammatico. Cosi come in Germania con Pegida e peggio ancora nei paesi dell’est Europa ma anche nei paesi filo europei come l’Ucraina dove i neonazisti hanno addirittura corpi paramilitari.

Dagli USA ci viene forse l’esempio più emblematico della tendenza in atto delle democrazie occidentali a consegnarsi a soluzioni demagogiche e neofasciste. Donald Trump è il miliardario fanfarone e xenofobo, che incarna oggi meglio di altri il sogno dell’uomo forte, capace di intercettare – come ha notato Robert Reich18 – l’ansia che sta attanagliando la grande classe media e popolare americana terrorizzata dalle “elevatissime probabilità di finire in miseria”. Ma a Trump si contrappone una Hillary Clinton, perfetta rappresentante della continuità, del conservatorismo economico, dell’attenta difesa degli interessi delle élite finanziarie. In assenza di un rappresentanza politica alternativa, capace di rilanciare un programma di libertà e di vera garanzia dei diritti sociali (reddito, casa, trasporti, sanità etc.) il contrasto alle destre sembra avere le armi spuntate in partenza.

Le ansie della classe media ormai proletarizzata, le difficoltà del precariato diffuso, le inquietudini delle schiere sempre più affollate di chi vive alla giornata e “senza rete” possono convogliarsi – come ha acutamente notato di recente Zygmunt Bauman19 – verso due opzioni politiche principali, quella di un uomo forte, o quella opposta di un “popolo forte”. In questa complessa economia politica del timore è possibile che le popolazioni cedano alla tentazione di consegnarsi a un salvatore, a un uomo (o a una donna) della provvidenza, che promettono di riportare d’incanto la situazione in equilibrio, di chiudere le frontiere, di smorzare le contraddizioni del capitalismo globalizzato come si trattasse di spengere un interruttore, di rigenerare le società depurandole da qualche fattore di inquinamento (stranieri, islamici, politici corrotti, secondo i casi).

In contrapposizione a questa opzione politica (tanto pericolosa e potenzialmente violenta, quanto inefficace) si dovrebbe seguire la strada del rafforzamento sociale degli individui e dell’autonomia politica dei popoli. Ciò dovrebbe condurre ad affrontare con decisione e coraggio il tema del diritto al reddito come strumento di redistribuzione delle ricchezze e come diritto alla libertà di scelta e all’autodeterminazione delle persone. Come abbiamo ribadito spesso il reddito garantito non è una panacea, ma è un elemento strategico necessario per arrestare e invertire la crescita delle disuguaglianze economiche, per fornire una base sostenibile per la sicurezza e la libertà delle persone e per ridistribuire le risorse chiave nella società. Il reddito garantito in questo senso aumenterebbe la sicurezza economica personale rafforzando anche la democrazia rendendo partecipi le persone ai processi di definizione delle politiche pubbliche.

Come ricorda Guy Standing20 possono esserci due esiti: la “politica dell’inferno” che vede un acuirsi della guerra tra poveri, tra cittadini che hanno sempre meno diritti (i denizen), sempre più attratti da soluzioni politiche escludenti, sostenute dalle forze di estrema destra, con un rafforzamento delle elite sempre più “distanti” dalla realtà sociale che si vive nei bassifondi e sempre più arroccate nei loro castelli dorati (l’artistocrazia economica), in cui le politiche pubbliche statali non sono più in grado di rispondere alle esigenze della società se non diminuendo la spesa pubblica in particolare la spesa sociale e di fatto ad alimentare tanto le svolte autoritarie (aumentando l’accentramento dei poteri verso i governi) quanto a rincorrere le proposte di destre sempre meno caute nel loro disvelarsi. Dall’altro lato potrebbe invece aprirsi una stagione per la “politica del paradiso” in cui dovrebbero nuovamente incarnarsi i principi di giustizia sociale, di solidarietà, di innovazione nel campo dei diritti e di nuova partecipazione alla società che non passa più solo attraverso il ruolo del lavoro, ma dentro tante altre forme di cooperazione sociale. Nella “politica del paradiso” descritta da Standing vi è come perno centrale proprio l’individuazione di uno strumento come il reddito garantito, quale diritto che deve imporsi al più presto e che non abbia l’attitudine a intervenire solamente ex post per le condizioni di disagio economico date dalla crisi o dalla precarietà, ma che deve essere uno strumento capace di operare ex ante e di rispondere alle domande ed alle esigenze per la costruzione di una vita migliore. Come direbbe Andrè Gorz: uscire dalle miserie del presente e operare per le ricchezze del possibile.

Il reddito garantito nelle prospettive di un’Europa 2.0

Il tema della tutela del reddito si impone dunque come cruciale e ineludibile per sortire in modo virtuoso da questa lunga crisi europea. In effetti l’opinione pubblica del continente appare, su questo argomento, molto meno statica di quel che sembra e sicuramente più attiva di quanto lo siano tutti i suoi rappresentanti politici. Tra i nuovi diritti che vanno emergendo dal basso, come fossero dei fondamenti nuovi per una nuova idea di Europa, di un’Europa 2.0, si fa strada, ormai neanche troppo silenziosamente, proprio il tema del diritto al reddito garantito.

Declinato in diverse forme (minimo garantito, di base, incondizionato, di cittadinanza) e connesso a diverse analisi della contemporaneità (l’avvento della robotica, la precarizzazione della vita, l’emergere delle nuove povertà, l’opzione per nuove politiche economiche e redistributive, l’autodeterminazione delle persone, una nuova idea di partecipazione etc.) va emergendo questa richiesta come diritto “ricompositivo” nella e della cittadinanza europea.

Una ricca serie di iniziative in materia di reddito garantito infatti si è susseguita negli ultimi tempi in tutto il mondo ed in particolare nel nostro continente. Possiamo in questa sede offrirne un richiamo soltanto schematico per dare il segno proprio di un’altra Europa che si muove e che andrebbe sostenuta con forza in primis da coloro che si dichiarano “europeisti convinti”.

La campagna ICE (Iniziativa dei cittadini europei del 2013)21 per un reddito di base ha visto firmare oltre 300mila cittadini europei in sostegno a questa proposta. In particolare va segnalato l’alto numero di firme raccolte sia in Germania che nei nuovi paesi dell’Est che si sono aggregati al progetto europeo.

In Spagna un forte movimento di opinione ha dato vita ad una campagna di raccolta firme (oltre 185mila) per una proposta di legge di iniziativa popolare22 per un reddito di base. Del tema-reddito abbiamo sentito parlare come una delle rivendicazioni anche nelle proposte e nelle mobilitazioni sociali come quelle del “15M”, i cosiddetti indignados, evidenziando tale proposta con ancora più forza negli incontri che si sono susseguiti nel corso di questi anni tra i movimenti europei come nell’incontro internazionale di Barcellona23. A questi incontri il tema del reddito è stato inserito in un più vasto programma in cui il diritto alla cura, alla sanità, all’istruzione, alla casa, ad un ambiente pulito indicavano le priorità di una nuova idea di Europa. Il tema del reddito, declinato in forme diverse, è stato anche uno dei temi dibattuti dalla nuova organizzazione politica Podemos che ha raggiunto interessanti percentuali alle votazioni del 2015 e del 2016.

Dalla Germania, dall’Austria e da alcuni paesi dell’Est ha preso vita qualche anno fa la “settimana per il reddito” in cui si dispiegano tantissime iniziative pubbliche nelle diverse città di questi paesi. Questo appuntamento nel corso degli ultimi anni ha coinvolti molti altri paesi europei ed oggi è divenuto un evento mondiale. Sempre in Germania nel 2016 è iniziata una campagna di raccolta firme per la “democrazia diretta ed il reddito garantito”24. Oltre 100mila le firme raccolte per chiedere al governo di promuovere lo strumento del “referendum propositivo” in cui il primo dei quesiti da sottoporre ai cittadini tedeschi è proprio se vogliono l’introduzione di un reddito garantito.

Se ne dibatte in Scozia in cui il tema del diritto al reddito è divenuto patrimonio di molti partiti di governo25 nel contesto di un disegno generale di riforma26.

Così come interessanti sono le proposte di numerosi progetti pilota che stanno emergendo in molti paesi europei relativi ad un rilancio del reddito minimo garantito con forme di condizionalità meno stringenti. Solo per citarne alcune: la proposta della Regione francese dell’Aquitania27, le proposte di numerosi Comuni in Olanda28 su un reddito minimo incondizionato, le proposte provenienti dalla Finlandia29, e quella di alcuni comuni in Svizzera come Losanna30 a dimostrazione di un dibattito in corso nel nostro continente molto più ampio di quel che solitamente si pensa in merito al reddito garantito31.

Il tema del reddito è stato inoltre affrontato per la prima volta in un sondaggio svolto a carattere continentale ed ha portato alla ribalta risultati molto interessanti: il 58% dei cittadini europei dichiara di essere a conoscenza della proposta ed il 64% di coloro che la conoscono dicono di esserne a favore32. Un segnale importante tanto per i rappresentanti politici dei diversi stati membri quanto per le istituzioni europee in primis commissione e parlamento. Cosa si aspetta ancora a definire una normativa quadro, una direttiva che introduca almeno un reddito minimo garantito in tutti i paesi come diritto riconoscibile in egual misura da tutti i cittadini europei a prescindere dal paese in cui si trovano? Alcune risoluzioni33 negli scorsi anni hanno sostenuto proprio questa necessità (consegnando anche alcuni soluzioni “tecniche” per introdurre una misura compatibile tra i diversi paesi), senza purtroppo avere la forza di rendere “obbligatoria” questa misura nei paesi membri. Ora forse è arrivato il momento che le istituzioni sovranazionali abbiano quel coraggio politico di operare per “unificare” l’Europa a partire da un diritto come il reddito garantito. E se non si comprende la centralità di questo tema, si dimostra tutta la miopia politica ed il vivere alla giornata di coloro che sono chiamati a rappresentarci in Europa!

Un tema fatto proprio anche dalle diverse reti di lotta e contrasto alla povertà presenti in tutti i paesi europei con la richiesta di un “reddito minimo adeguato”34, ripreso persino da numerosi Presidenti di Assemblee parlamentari (Laura Boldrini per l’Italia)35 in cui dai documenti e dalle dichiarazioni ufficiali il reddito minimo garantito diventa proprio uno dei pilastri per il rilancio dell’Europa.

Il tema è dibattuto anche tra giuristi, imprenditori, accademici di varia formazione cosi come segnalano molte iniziative sparse per il continente europeo e diventa addirittura una campagna sostenuta da numerosi economisti attraverso la proposta dell’“Helicopter Money” che chiede di spostare le risorse del Quantitve Easing dalle banche (80 miliardi di euro al mese!) ai cittadini.36

Il tema è emerso con forza anche in Italia con due importanti campagne sociali. La prima ha raccolto oltre 60mila firme e la partecipazione di oltre 170 associazioni e realtà sociali, che hanno prodotto oltre 250 iniziative pubbliche in moltissime città del paese, per una proposta di legge di iniziativa popolare nel 201337; la seconda nel 2015, conosciuta come la campagna: “100 giorni per un reddito di dignità”38 con oltre 70mila firmatari e numerose associazioni chiedere al parlamento di definire ed approvare una legge per il reddito minimo garantito. Purtroppo la politica italiana non è ancora stata in grado di dibattere in aula tali proposte che rimangono sepolte in qualche cassetto di qualche commissione parlamentare. Questo malgrado la partecipazione a tali campagne abbia avuto un sostegno di realtà sociali estremamente “trasversale”. Dai cattolici di base agli studenti, dalle realtà di lotta per i diritti sociali a quelle di contrasto alla povertà fino al sostegno di numerosi enti locali. Si chiese anche un impegno ad personam ai parlamentari dei diversi schieramenti così da favorire l’unificazione delle diverse proposte di legge depositate39 per poter “unire” le forze politiche intorno ad una unica proposta40.

Sempre in Italia sono state anche altre le iniziative nel corso degli anni che andrebbero segnalate, l’ultima significativa è quella promossa in Campania da numerose reti sociali che hanno proposto una legge di iniziativa popolare raccogliendo oltre 10mila firme41. Una proposta che si rifà alla legge 4/200942 della Regione Lazio per il “reddito minimo garantito a disoccupati e precari” che purtroppo, né la giunta di destra (Polverini) né quella di sinistra (Zingaretti), hanno voluto rifinanziare malgrado l’aggravarsi della condizione sociale ed economica di migliaia di persone.

Infine, in questo veloce viaggio per l’Europa, va segnalato l’importante risultato del referendum promosso in Svizzera per il diritto ad un “reddito di base incondizionato” del 5 giugno 201643. Un referendum che ha visto prevalere il NO ma che contrariamente a quanto si pensi, ha visto festeggiare i SI con il loro 23% pari ad oltre 580mila cittadini svizzeri che si sono detti favorevoli ad una riforma così radicale. La proposta infatti prevedeva un reddito di base di oltre 2200 euro al mese per tutti i cittadini sopra i 25 anni e senza alcuna condizione o obbligo. Una riforma che avrebbe dovuto modificare anche la costituzione elvetica. Una proposta nata come provocazione per avviare un dibattito sui nuovi diritti nel secolo che si presenta e che è finita per diventare un referendum popolare che nel corso della campagna ha coinvolto migliaia di persone, intellettuali ed esperti da tutto il mondo, fino ad avere una fortissima eco internazionale come neanche gli stessi promotori potevano immaginare. Un referendum che ha aperto nuovi varchi nel dibattito ponendo il tema del reddito come chiave di lettura delle trasformazioni della nostra contemporaneità, da quelle di una economia più solidale fino al ruolo delle nuove tecnologie, dalla robotica alla precarizzazione del lavoro, dalla povertà all’autodeterminazione delle persone, dal riconoscimento delle attività umane oltre il lavoro al tema di una nuova e più intensa partecipazione sociale e politica.

L’incalzare della crisi e la compiuta maturazione del dibattito costituiscono obiettivamente dei punti a favore della battaglia per il reddito garantito. Seppur con interpretazioni diverse rimane il punto che un diritto economico, come il reddito garantito, nell’era della finanziarizzazione e della trasformazione produttiva in atto sia un punto di partenza, un diritto immediato ed urgente da introdurre. E quale continente migliore per intraprendere questo cammino, se non l’Europa? Dove già da decenni esistono forme di reddito minimo garantito anche se, purtroppo, negli ultimi anni hanno subito violenti tagli e controriforme? Dove se non qui, proprio nel continente che nel mondo ha sicuramente le forme di protezione sociale più elevate e dove anche la difesa del welfare pubblico rimane un baluardo a fronte delle privatizzazioni scellerate della sanità, della scuola, dei trasporti? E quando se non ora? Proprio nel momento in cui la crisi del continente europeo addirittura paventa un ritorno a nazionalismi, ad interessi di parte, ad una frammentazione sociale come mai prima? Dove se non qui, quando se non ora?

L’Unione europea dovrebbe prendere un’iniziativa forte nel senso della tutela della dignità e del «diritto ad esistere». Reddito garantito e tassazione a livello continentale delle transazioni finanziarie, potrebbe questo binomio essere la base per la costruzione non più rinviabile di un’Europa sociale, un’Europa 2.0 in grado di segnare una svolta rispetto alle politiche di austerity?  L’ Europa sin qui conosciuta ha molte iniziative che meritano di essere difese e rilanciate ma ce ne sono altrettante che vanno al più presto abbandonate per dare vita ad una nuova idea di convivenza in questo continente. Il tempo non è infinito e le condizioni sociali dei cittadini europei ce lo ricordano tutti i giorni, cosi come le fughe verso nuovi nazionalismi e l’emergere di politiche suicide per il futuro europeo. Il diritto al reddito garantito su base continentale è il primo grande pilastro sociale dell’Europa a venire, quello che riteniamo di più urgente introduzione per dare il segnale che una nuova fase è in atto. Che sta nascendo una Europa 2.0 fondata su nuovi e più inclusivi diritti sociali. Noi stiamo aspettando questo segnale e se ha ancora senso parlare di Europa, le indicazioni provenienti da milioni di cittadini europei per introdurre questo nuovo diritto, non possono essere ignorate a lungo.

Note:

1 Segnaliamo a tale proposito la campagna “(Im)patto sociale” promossa da numerose associazioni, che chiedono di “derogare dal patto di stabilità le spese relativi ai servizi sociali”: http://www.miserialadra.it/im-patto-sociale/

2 Ci si riferisce, in genere, ad un’operazione che rientra nel complesso delle politiche monetarie adottate da una banca centrale. Il QE spiegato velocemente da Forex http://www.forexwiki.it/Quantitative-Easing

3 “Scontro in Europa sulle banche: alt della Merkel a Renzi”, 29 giugno 2016, http://www.altroquotidiano.it/scontro-in-europa-sulle-banche-alt-della-merkel-a-renzi-che-scarica-le-colpe-sui-predecessori/

4 Bruxelles consente allo Stato italiano di garantire un ulteriore aiuto alle banche in difficoltà http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-07-02/il-maxi-scudo-fianco-due-fondi-atlante-081041.shtml?uuid=AD1mK9m

5 La crisi energetica del 1973 fu dovuta all’improvvisa interruzione dei flussi di approvvigionamento di petrolio dalle nazioni produttrici riunite nel cartello dell’Opec alle nazioni importatrici; la crisi si protrasse per un paio d’anni e fu all’origine di profondi cambiamenti di mentalità nei Paesi occidentali, la cui popolazioni divennero maggiormente consapevoli della fragilità degli equilibri economici.

6 Questi e i successivi dati sono tratti dal database di contenuto macroeconomico denominato  AMECO pubblicato a cura della Commissione europea.

7 Basic Income European Network rete europea che oggi è divenuta rete mondiale trasformandosi in “Earth Network”

8 Euromaday https://www.euromayday.org/about.php

9 Movimento 15M https://it.wikipedia.org/wiki/Movimiento_15-M

10 Nuit Debut https://nuitdebout.fr/

11 Per una ricostruzione approfondita sui sistemi di protezione del reddito in Europa si veda il volume del BIN-Italia, Reddito minimo Garantito. Un progetto necessario e possibile, Edizioni GruppoAbele, 2012.

12 https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Hartz

13 Minimum Income schemes across EU Member States, 2009, http://www.eesc.europa.eu/resources/docs/minimum-income-schemes-across-eu-member-states_october-2009_en.pdf

14 Divario sempre crescente. Buffett: “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi” – America Oggi 10 ottobre 2011

15 http://www.left.it/2016/04/29/germania-tagli-sussidi-per-stranieri-anche-europei/ – http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-04-28/la-germania-vuole-tagliare-sussidi-stranieri-cittadini-ue—181824.shtml?uuid=AC3vEWHD

16 http://notizie.lavorareallestero.it/londra-vuole-ridurre-anche-gli-immigrati-ue/  – http://www.huffingtonpost.it/2015/08/30/immigrazione-londra_n_8061158.html  – http://www.internazionale.it/opinione/marco-mancassola/2015/01/24/i-ragazzi-italiani-che-il-regno-unito-non-vuole-piu-2

17 Guy Standing Il precariato: da denizen a cittadino? In “Bella, disarmante, semplice, l’utopia concreta del reddito garantito – Atti del Meeting Roma 9 e 10 giugno 2011”

18 http://robertreich.org/

19 Z. Baumann, L’uomo forte e la democrazia, “Corriere della Sera”, 26 maggio 2016: http://www.corriere.it/esteri/16_maggio_27/uomo-forte-democrazie-zygmunt-bauman-donald-trump-saggio-962508c2-237d-11e6-853e-9c2971638379.shtml

20 Guy Standing Il precariato: da denizen a cittadino? In “Bella, disarmante, semplice, l’utopia concreta del reddito garantito – Atti del Meeting Roma 9 e 10 giugno 2011”http://www.guystanding.com/files/documents/Bin_Italia_conf_proceedings_June_2011.pdf

21 http://basicincome2013.eu/en/press-15012014.htm

22 http://www.bin-italia.org/spagna-185mila-firme-per-la-proposta-di-legge-per-un-reddito-di-base/

23 http://www.bin-italia.org/incontro-internazionale-di-barcellona-verso-il-15-ottobre-reddito-per-tutti/

24 http://www.bin-italia.org/germania-90mila-firme-per-il-referendum-sul-reddito-di-base/

25 http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/universal-basic-income-snp-scotland-independent-conference-vote-a6931846.html

26 https://reformscotland.com/wp-content/uploads/2016/02/The-Basic-Income-Guarantee-1.pdf

27 Il Consiglio Regionale dell’Aquitania ha approvato progetti pilota per testare l’introduzione di una “RSA incondizionato”. Il Revenu de Solidarité Active o RSA, è l’attuale strumento presente in Francia di reddito minimo garantito che prevede un means test per potervi accedere. L’incondizionalità proposta su questa misura del RSA comporterebbe di fatto la fine della condizionalità al lavoro come requisito per poter accedere a ricevere il reddito minimo e renderebbe dunque questa misura  meno discriminatoria e meno burocratica. (Tratto da www.bin-italia.org)

28 In Olanda stanno aumentando i progetti pilota di numerosi enti locali per prendere in considerazione l’introduzione di una  misura di reddito minimo garantito ed incondizionato. Sono oltre 30 comuni olandesi che stanno valutando questa ipotesi. In particolare la città di Utrecht, la quarta città più popolata dei Paesi Bassi, ha infatti attirato una forte attenzione di recente – anche a livello internazionale – con l’annuncio di volere lanciare un progetto pilota entro la fine dell’anno per garantire un reddito di base incondizionato ai suoi residenti. (tratto da www.bin-italia.org)

29 Prima delle elezioni politiche del 2015 vi era stato un forte dibattito da parte di tutte le forze politiche finlandesi per arrivare a definire una proposta di reddito minimo incondizionato nel paese. Tale proposta è ora parte del programma di governo. (tratto da www.bin-italia.org)

30 http://www.bin-italia.org/svizzera-il-comune-di-losanna-vota-una-mozione-per-il-reddito-di-base/

31 A tal proposito si può seguire il ricco dibattito proposto dalla rete mondiale per il reddito di base (BIEN) e dalla rete europea UBIE.

32 Il primo sondaggio di opinione in tutta l’UE sul reddito di base dimostra che una grande maggioranza dei cittadini europei conosce la proposta del reddito di base e sono a favore della proposta. Il sondaggio è stato effettuato nel mese di aprile 2016: circa il 58% delle persone sono a conoscenza della proposta di un reddito di base ed il 64% voterebbe a favore della proposta se ci fosse un referendum. Il sondaggio è stato prodotto dalla società berlinese Dalia Research, nel quadro del suo programma di ricerca denominato “e28TM”, un sondaggio a livello europeo, per scoprire “ciò che l’Europa pensa.” Il progetto “e28TM” si svolge ogni 6 mesi con un campione di 10.000 persone rappresentativo della popolazione dell’UE (28 paesi). Il campione è stato contattato via telefono e lo scorso aprile l’indagine ha incluso anche il tema del reddito di base.

33 Relazione per la Risoluzione del Parlamento europeo del 9 ottobre 2008 sulla promozione dell’inclusione sociale e la lotta contro la povertà, inclusa la povertà infantile, nell’Unione europea http://www.bin-italia.org/UP/doc_istituz/08_32_55_INCLUSIONE_SOCIALEpdf.pdf – Il ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e nella promozione di una società inclusiva in Europa ottobre 2010

34 http://www.bin-italia.org/ensuring-an-adequate-minimum-income-for-all-2/

35 http://www.bin-italia.org/boldrini-un-reddito-minimo-per-una-nuova-europa-dei-diritti/

36 http://www.bin-italia.org/qe-soldi-per-i-cittadini-non-per-i-bond/

37 Per maggiori informazioni visitare il sito www.redditogarantito.it oppure www.bin-italia.org

38 Per maggiori informazioni visitare il sito www.campagnareddito.eu oppure www.bin-italia.org oppure sul sito www.libera.it

39 In quella fase ben due erano le proposte di legge in discussione alla Commissione Lavoro del Senato, una a firma Movimento 5 Stelle ed una a firma Sinistra Ecologia Libertà

40 G. Allegri, Una maggioranza politica per il reddito garantito? Il Manifesto 30 ottobre 2013  http://www.bin-italia.org/una-maggioranza-politica-per-il-reddito-minimo-garantito/

41 http://www.bin-italia.org/campania-diecimila-firme-per-il-reddito-minimo-garantito/

42 http://www.bin-italia.org/la-legge-sul-reddito-minimo-garantito-nel-lazio-approvata-il-4-marzo-2009/

43 http://www.bin-italia.org/voting-for-freedom-il-referendum-in-svizzera-per-il-reddito-di-base/

 

Pubblicato su Quaderni per il Reddito n° 4-2016

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