«Il reddito di base? Uno strumento per remunerare l’ozio che produce valore»


Matteo Cavallito
L’economista Andrea Fumagalli: «Il reddito incondizionato essenziale per poter scegliere di rifiutare lavori degradanti e sottopagati. Ma la disuguaglianza non si supera coi sussidi»

Di Matteo Cavallito

Andrea Fumagalli è docente di Economia politica all’università di Pavia. Già vicepresidente del BIN-Italia (Basic Income Network-Italia), è membro dell’Executive Committee del BIEN.

«In un contesto come quello attuale preferisco non parlare di reddito di cittadinanza». Andrea Fumagalli, professore associato di Economia Politica presso l’Università di Pavia e membro del Comitato esecutivo del BIEN (Basic Income Earth Network) e del Bin-Italia (Basic Income Network), si occupa dei temi di reddito, salario e produzione-riproduzione del capitalismo. «Il reddito di base deve essere considerato un reddito primario, cioè che remunera».

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Che cosa remunera?

Il fatto che nell’attuale sistema produttivo non esistono più le vecchie categorie. La ricchezza sociale prodotta in un determinato contesto territoriale e in un certo periodo di tempo si è sempre distribuita tra i fattori che hanno contribuito a crearla, cioè lavoro, impresa, proprietà, quindi salari, profitti e rendite. Questa distribuzione, cioè le quote, è stata determinata da una serie di fattori e di dinamiche ma non sono indubbiamente neutrali: rapporti di forza, leggi, fiscalità.

A partire dalla seconda guerra mondiale è stato creato un secondo tipo di distribuzione regolato dallo Stato: sostegno alle imprese, forme di welfare e tariffe agevolate per le famiglie che viene chiamata distribuzione secondaria. Normalmente tutte le forme di sostegno al reddito (cassa integrazione, Naspi, Aspi, ecc) sono ascrivibili a questa forma secondaria di distribuzione, una volta che si sia già operata quella primaria.

Perché il reddito di base incondizionato nella sua visione appartiene alla prima categoria?

I mutamenti tecnologici, dell’organizzazione produttiva, del lavoro hanno fatto sì che la base dell’accumulazione capitalistica si sia enormemente allargata, andando a coinvolgere una serie di attività che sino agli anni Settanta venivano considerate, dal punto di vista capitalistico, improduttive. Stiamo parlando di attività di cura, riproduzione sociale, relazione, tempo libero, svago.

Quindi ritiene che sia saltata la distinzione tra lavoro e non lavoro che era caratteristica del modello fordista?

Totalmente. E già da un po’ di tempo. Quando faccio una ricerca su Internet (e la faccio con piacere) sto producendo valore per i motori di ricerca così quando utilizzo i social network (esempio facile da capire per tutti Facebook ma vale per qualsiasi altra piattaforma).

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Tra lavoro produttivo e improduttivo, tra tempo di lavoro e di vita, tra produzione e riproduzione, tra produzione e consumo: diciamo che l’attività di labor è sempre più mischiata all’attività di otium e gioco. Non si capisce più se quando sto “oziando” sto producendo valore. Tutte le nostre attività di vita quotidiana sono ascrivibili ad un processo di produzione del valore. Di fatto non c’è più nessun disoccupato, se intendiamo come non-occupato colui che non partecipa alla produzione di valore capitalistico. Tutti siamo occupati e quindi il nodo, oggi, è tra chi è occupato e viene remunerato e chi produce valore ma quella produzione di valore non viene remunerata.

Quindi nella sua concezione il reddito di base incondizionato dovrebbe remunerare la produzione di valore, almeno parziale, di chi non ha un salario?

Non esattamente. Io ritengo che il reddito di base incondizionato in una prima fase debba essere uno strumento contro lo schiavismo moderno, contro il giogo del precariato. Devo poter scegliere il lavoro e quindi devo poter rifiutare lavori malsani, massacranti, inaccettabili. Ma chi presta queste attività? Dal mio punto di vista chi viene pagato bene, con orari di lavoro e turni paragonabili a quelli che sono stati imposti dalle lotte sindacali nel fordismo oppure sarà svolto dalle macchine, nel senso che il pick up dei pacchi di Amazon lo potrà sicuramente fare un robot con intelligenza artificiale.

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Reddito di base incondizionato associato al salario minimo garantito?

Gli economisti neoliberisti hanno sempre sostenuto che la riduzione delle garanzie, come il sussidio di disoccupazione, e dei vincoli di mercato, come il salario minimo, favorirebbero l’aumento dell’occupazione. In realtà le statistiche raccontano l’opposto: nei Paesi dove si è sviluppata più flessibilità nel mercato del lavoro – Italia, Spagna e Grecia, per intenderci – la disoccupazione è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Qualunque forma di reddito di base deve essere collegata all’introduzione di un salario minimo laddove questo, come in Italia, non esiste perché le due cose vanno in parallelo e non devono essere disgiunte altrimenti si creano solo nuove asimmetrie.

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Parliamo di numeri: quale ritiene sia la misura ragionevole per l’Italia?

Ipotizzando di destinare a questo strumento 50 miliardi, che è la cifra indicata da Nomisma e da altri studi, io ritengo che si debba ipotizzare un reddito di base di 1000€\mese che andrebbe a coprire una platea di 10 milioni di cittadini. In pratica, di fatto, quelli che l’Istat certifica come sotto la soglia di povertà (10,3 milioni). L’erogazione, come già detto, sarebbe incondizionata e avrebbe una ricaduta di moltiplicatore economico keynesiano molto alta.

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