Reddito di base, lavoro, automazione: appunti per un nuovo garantismo sociale


Giuseppe Bronzini

 

«Gli uomini si servono delle macchine che inventano conservando la mentalità dell’epoca precedente a queste macchine»

Jacques Le Goff

 

1.

Come spesso accade in periodi di crisi e/o di transizioni dal carattere ancora oscuro tornano di moda i classici il cui messaggio però non sempre è univoco e che non consentono, quindi, di aggirare la necessità di scegliersi un exemplum virtutis; il futuro è anteriore (dal titolo di una nota rivista franco-italiana degli anni ‘90) , ma qual’ è l’eredità da attualizzare? La sostituzione del lavoro umano con un sistema di macchine fu preconizzato già da Karl Marx nel 1858 nel celeberrimo «Frammento sulle macchine»1 nel quale si alludeva ad una liberazione dal lavoro (inteso come fatica e sfruttamento – sulla base della marxiana legge del valore – in cambio di un salario) reso superfluo per essersi la riproduzione sociale automatizzata, il che avrebbe consento un pieno ed onnilaterale sviluppo delle persone. Si tratta di un Testo che ha avuto un’enorme, incendiaria, risonanza nei movimenti della fine degli anni sessanta e settanta, in particolare italiani; anticipato nella rivista Quaderni Rossi diretta da Raniero Panzieri nel 1964 ed edita da Einaudi, dagli anni ‘70 è stata sempre l’ispirazione di un’opera di prefigurazione (e quindi di anticipazione politica) delle linee di tendenza (immanenti e/o provocate dalle lotte) dello sviluppo capitalistico, sulla base – per dirla con un notissimo volume di A. Negri – di un «Marx oltre Marx»2. A sua volta la rivista che ha condotto ad un provvidenziale disgelo nella riflessione radicale dopo la stagione dell’«emergenza» Luogo Comune dedicò il suo primo numero ad un commento «interlineare» del Frammento mostrando la sua straordinaria forza utopica anche al di là del suo apparato dimostrativo incentrato sul declino della legge del valore che notoriamente poggia su fondamenti analitici mai dimostrati. Anche Lord Keynes nel 1930 (in «Prospettive economiche per i nostri nipoti»3 ) condivise questa visione umanista secondo la quale – in un futuro non molto lontano – le persone potranno occuparsi dei loro più autentici interessi, una volta affrancati dal bisogno. Questa sequenza lineare ed improntata ad ottimismo è stata però ben presto sottoposta a dubbi radicali nati in ambienti certamente non riformisti: il rinato (nel primo dopoguerra) Istituto per la ricerca sociale (diretto da T.W. Adorno ed M. Horkheimer) chiese al sociologo Friedrich Pollock di approfondire le conseguenze economiche e sociali di questa trasformazione già in atto: il complesso saggio (prima edizione tedesca 1956) «Automazione»4 descrive un’ambivalenza di fondo dei processi in corso ed insiste sulla necessità di governarne con misure ad hoc gli effetti collaterali indesiderati come la crescente disoccupazione tecnologica o il downgrading professionale dei dipendenti; vengono valorizzati in questa prospettiva anche studi della CISL degli anni 50 sul «salario minimo garantito»5. Ancora Hannah Arendt affermò già negli anni 60 che ci troviamo di fronte alla prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro. Certamente non potrebbe esserci nulla di peggio!, visto che le attività di ordine superiore, a cominciare dall’attività politica, sono state sottomesse istituzionalmente agli imperativi funzionalisti e produttivi: la vita activa6 si manifesta ormai del tutto saltuariamente nei movimenti di protesta per i diritti civili e, aggiunse poi, nel Maggio francese o nella marce contro la guerra nel Vietnam, ma è al «lavoro» ed alla sue dimensioni anche costituzionali che l’uomo comune dedica la sua attenzione. Potrebbero venire in mente anche le riflessioni del K. Polanyi nella «Grande trasformazione»7 che ricostruisce sul piano dell’evoluzione del conflitto sociale e nella connessa storia delle idee la reazione della società a modalità accumulative nelle quali il capitale agisce senza più rispettare le regole basilari del legame sociale (non è più  embedded per usare l’espressione del pensatore austriaco): in questa chiave diacronica un vero mercato capitalistico inizia in Inghilterra con l’abolizione del sistema di protezione parrocchiale con le new poor laws che nel 1834 inaugurarono nuovi meccanismi di induzione delle persone al lavoro (salariato); era evidente – dice Polanyi – che la società dovesse reagire ad una capitalismo sfrenato e distruttivo; ma se questa dinamica promossa con l’abolizione di un (primitivo e patriarcale) reddito di base finisse proprio con una sua istituzione su basi tecnologiche e giuridiche adeguate? Ci ricorda Polanyi alla fine del suo volume che la civiltà del diciannovesimo secolo non fu abbattuta né dai barbari, né dalle leggi dell’economia, ma dalle «misure adottate dalla società per non essere a sua volta annullata dall’azione del mercato autoregolato».

 

2.

Oggi questi temi e questo confronto tornano prepotentemente in agenda: non appare contestabile l’accelerazione in atto nell’innovazione tecnologica: robots, A.I., Internet delle cose, Industria 4.O, platform economy, soprattutto nelle loro interconnessioni, sembrano riscrivere profondamente i sistemi produttivi ed anche gli stili di vita contemporanei. Difficile valutare l’impatto prevenibile nei prossimi anni di questa costellazione di fenomeni. Le valutazioni sono diverse: dalla ricerca pionieristica di Osborne e Frey del 2013 sino ai più recenti Report dell’Economist8 o di McKinsey9, un sensibile declino del tasso di occupazione sembra piuttosto inevitabile (in genere valutato, entro i prossimi venti anni, tra un terzo e la metà delle occupazioni attualmente disponibili), ma vengono anche discussi ulteriori aspetti come un’attesa inversione dei flussi di investimento nella globalizzazione che si orienterebbero ora per privilegiare i paesi più sviluppati (cesserebbero quindi le delocalizzazioni condotte per il prioritario fine di risparmiare nel prezzo della manodopera o nei contributi sociali) o la diversa sorte delle attività poco e molto qualificate (dubbi ci sono invece per e attività «di cura» di tipo personale). Certamente si possono condividere posizioni più caute sulla reale consistenza di questa prevista devastazione occupazionale ma se svanisce così drasticamente il lavoro nelle banche (10.000 licenziamenti solo in Unicredit in una sola soluzione), nelle agenzie di viaggi, nei giornali, tra i trasportatori, se le aziende automobilistiche tedesche stanno avviando un robusto dimagrimento degli organici, sembra che il fideismo di certa sinistra nella possibile compensazione del fenomeno con investimenti pubblici, diventi obiettivamente poco credibile. Anche nel voler dare ancora come possibile una riconfigurazione produttiva con l’emergere di nuove attività dopo l’ondata tecnologica in atto non sembra davvero che le occasioni recuperate potranno mai darsi con le modalità di reclutamento imprenditoriali di ieri attraverso forme di aggregazione stabile della forza lavoro a processi produttivi anch’essi durevoli nel tempo e impressi corposamente in una dimensione spaziale obiettiva.

 

3.

Ma, contemporaneo a questa tendenza, si sviluppa un altro fenomeno forse ancora più evidente: è lo stesso «lavoro» a mutare le proprie caratteristiche di fondo. Con la digital economy i soggetti diventano direttamente produttivi agendo su Internet (il che sembra sopprimere la figura dell’imprenditore weberianamente inteso che arruola, forma e disciplina i propri dipendenti); non solo l’attività svolta viene «disintermediata» e difficilmente può essere ricostruita entro dimensioni spazio/temporali, ma qualche Autore parla, ora, di «economia circolare», cioè della creazione di reti nelle quali chi eroga un servizio e chi lo riceve si scambiano continuamente di posizione e gli stessi servizi talvolta sono compensati con monete non ufficiali, senza corso legale. Non sembra un caso che proprio questo aspetto, che porta a dubitare che il termine «lavoro» (di cui si legge nelle Costituzioni occidentali) sia ancora aproblematicamente spendibile per riassumere ogni attività produttiva, ha portato ad una nuova effervescenza del movimento cooperativistico che vede in queste nuove forme «produttive» un’inedita modalità di accesso al mondo degli scambi sociali senza costrizioni, né contrattuali né «tecniche» eteroimposte, in una dimensione finalmente «tra pari», resa possibile dal carattere aperto e flessibile della rete10. Questo nuovo cooperativismo chiede che il «pubblico» favorisca questi processi mettendo a disposizioni spazi (oggi più che altro piattaforme) virtuali nei quali i singoli imparino a condividere ed a scambiarsi progetti di interesse sociale, sui quali molti Comuni europei (ad esempio quello di Barcellona), e non solo, stanno sviluppando interessanti sperimentazioni.

 

4.

È tuttavia innegabile che sia diffuso anche un senso di preoccupazione, se non di angoscia per il pericolo che la rete di garanzie costruita attorno al «lavoro» tradizionale venga meno all’improvviso e che, in realtà, la cosiddetta share economy sia costituita prevalentemente da ipotesi di mero aggiramento dei sistemi di tutela tradizionali attraverso una falsa «non obbligatorietà» della prestazione di un soggetto che – come ha affermato recentemente una Corte britannica a proposito di un guidatore di Uber – opera in modo del tutto analogo al suo cugino dipendente almeno se si guarda alle modalità con cui si assicura il servizio finale. Per coloro che ancora utilizzano definizioni marxiane si tratterebbe di una ulteriore fase nel passaggio dalla sussunzione formale a quella reale della manodopera che ora viene spogliata di ogni tutela garantistica e resa senza residui «umanitari» un docile agente di una produzione resasi sempre più duttile ed immateriale11. Più che di vera innovazione si tratterebbe di forme altamente speculative che si avvantaggiano di una non congruenza tra le effettive modalità di lavoro ed i sistemi di qualificazione giuridica di queste12. Il platform capitalism (nel cui ambito si possono distinguere le advertising platforms, le cloud ptatforms, le industrial platforms, le product platforms e le learn platforms) non sembra lasciare, nel suo innegabile dinamismo, grande spazio né per diritti né per aggregazioni collettive pur ritagliando qualche isola felice di “mansioni strategiche”13.

5.

Tra riduzione della giornata lavorativa sociale per effetto dell’automazione e «disintermediazione» delle prestazioni rese su Internet la cosiddetta classe lavoratrice viene a trovarsi sotto attacco sia a livello retributivo che pensionistico oltre ad avere perso da tempo quella dimensione della contrattazione collettiva molto difficile da replicare nel mondo virtuale,  almeno sino ad oggi. Le politiche pubbliche, anche quelle più avanzate, rischiano di essere eccentriche rispetto a questi smottamenti, a cominciare dalle cosiddette politiche attive elaborate nell’Unione europea che non possono essere più concepite all’insegna del workfare visto la progressiva carenza di opportunità disponibili14 o, in ogni caso, il carattere multiforme, poco formalizzabile, iperflessibile che vantano, in genere, le attività possibili nella digital economy. È questo lo sfondo obiettivo nel quale viene nuovamente discussa anche in Europa  l’ipotesi di un reddito  erogato senza condizioni, in particolare non finalizzato ad una «rieducazione al lavoro» come rideclinato negli ultimi anni attraverso l’ideologia correzionalista e neo-luterana del «workfare»: negli ultimi decenni il fenomeno della precarietà (connesso alla delocalizzazione ed al decentramento della produzione) ha messo in crisi la certezza di una «disponibilità» di un lavoro dignitoso per tutti (di cui alla fine parla la nostra Costituzione che da più avanzata è così diventata tra le più arretrate non avendo come parametro prioritario quello della eguale dignità delle persone) dimostrando la concreta possibilità di una «segmentazione» lacerante del mercato del lavoro, tra garantiti e non  garantiti: per rispondere a tali rischi si sono elaborati (soprattutto in Europa) nuovi diritti sociali fondamentali per favorire una piena inclusione di tutti e cercare di contrastare una divaricazione eccessiva nelle protezioni come il diritto alla formazione permanente e continua, l’accesso gratuito ai servizi pubblici per l’impiego e, soprattutto, il reddito minimo garantito  (il diritto a disporre di risorse sufficienti  per una vita libera e dignitosa per chi si  trova in una situazione di bisogno, in primo luogo i disoccupati). Per cercare di offrire ad ognuno la possibilità di valorizzare le proprie capabilities (secondo la felice formula del premio Nobel per l’Economia Amartya Sen), l’Unione europea ha elaborato da tempo le cosiddette politiche attive che aiutano il soggetto, soprattutto se in difficoltà, a mettere in atto concretamente il proprio «piano di vita», sfuggendo ai ricatti occupazionali. Si tratterebbe invece, oggi di radicalizzare questa impostazione nel momento in cui il «lavoro» (subordinato o autonomo che sia) perde il ruolo di collante della società, assumendo contorni più indefiniti, avvicinandosi alla nozione di attività in senso ampio, diventando quantitativamente e qualitativamente sempre più difficile da valutare (per il lavoratore digitale è altamente problematico definire quando si sta formando o sta comunicando da quando effettivamente offe ad altri servizi o prestazioni). Per contro l’aggiramento delle protezioni tradizionali dei «lavoratori» (legislative e/o contrattuali) diventa anche un pericolo per la  società creando masse sempre più grandi di esclusi, di soggetti costretti ad accettare forme di prestazione sempre meno retribuita (ai limiti del lavoro servile) con la distruzione di opportunità produttive inedite ed innovative. L’istituzione del reddito minimo garantito è stata pensata e realizzata per fronteggiare situazioni di bisogno o di disoccupazione (cfr. l’art. 34 della Carta di Nizza); oggi si tratta invece di completare questa grandiosa esperienza in un nuovo diritto universale ad un’esistenza libera e dignitosa (lo potremmo chiamare ius existentiae) che consenta ad ognuno di poter disporre di quella libertà di autodeterminazione produttiva ed esistenziale, nella libertà dal bisogno, che le nuove tecnologie già rendono in parte obiettivamente  possibile15.

6.

Ridiventano attuali questioni già dibattute alla fine dello scorso millennio, pur in un contesto così trasformato cui si aggiungono nuovo interrogativi sui quali le linee guida sulla collaborative economy della Commissione europea del 3.6.201616e la risoluzione del Parlamento europeo sull’european social pillar del 19.1.201717 offrono qualche sentiero di approfondimento, utile anche in chiave comparativa: è ancora attuale (e per quali attività in concreto) la proposta di una estensione mirata e selettiva di alcune tutele proprie del lavoro subordinato a figure a questo assimilabili in virtù di qualche criterio come la «para-dipendenza», la dipendenza «esistenziale», l’affinità contenutistica delle attività svolte e via dicendo? Come l’intervento pubblico potrebbe fortificare i soggetti che operano nella rete? Qual è la formazione (o il tipo di sostegno del «pubblico») richiesta dal digital worker? Come si potrebbe rielaborare un sistema di compensi  per i servizi sulle piattaforme; è di qualche utilità il salario minimo legale? Quale dovrebbe essere una misura di tassazione per queste nuove prestazioni?18 Ed infine la domanda oggi più diffusa: non si dovrebbe passare dall’assicurazione di un reddito minimo garantito (a chi ne ha concretamente bisogno e condizionato all’accettazione di un lavoro coerente con il bagaglio professionale o il curriculum di studi posseduto, secondo le versione del RMG compatibili con la Carta di Nizza) ad un reddito di base (basic income), del cittadino in quanto tale, capace di proteggere e valorizzare universalmente le persone liberandone la creatività e la progettualità? Quali sarebbero le ulteriori forme di un rinnovato e più inclusivo welfare che potrebbero accompagnarlo e completarlo?

Esperienze di sperimentazione di un reddito di base sono state promosse proprio nell’ultimo periodo in Francia, Olanda , Finlandia, in USA (per la città di Oakland su iniziativa ed a spese di un gruppo di aziende tecnologiche della Silicon Valley, tra cui Google, Facebook, Ebay), in Canada ed in India. Se il reddito minimo garantito si è sviluppato come istituto portante della flexicurity europea per aiutare le persone a trovarsi un’occupazione non dovremmo oggi pensare ad un reddito che protegge quella libertà di scelta e di autodeterminazione che l’innovazione tecnologica sembra rendere astrattamente possibile anche in attività che difficilmente possono essere ricondotte alla figura generale del «lavoro» autonomo o subordinato che sia (all’ultima pagina del suo volume proprio Pollock scriveva che «le macchine possono far tutto , salvo comprare le merci che gli uomini non hanno più il denaro per acquistare»).

7.

Un certo Kulturpessimismus irradia, però, da considerazioni estranee alla realtà lavorativa (in senso lato) contemporanea: sono le riflessioni sin qui condotte sul fenomeno Internet ad indurre cautele e paure che talvolta generano un atteggiamento conservatore, finita l’era dell’effervescenza utopistica dei  grandi  teorici  dell’era  virtuale  (anche  se  i  vecchi  Maestri non smettono di graffiare). Si teme che il carattere neutrale ed aperto della rete venga ad essere messo in discussione (soprattutto in USA la cui legislazione governa gli aspetti funzionali essenziali di questa dopo l’elezione di Trump) ed ancora ci si interroga sulla reversibilità del processo di accentramento monopolistico da parte delle grandi aziende tecnologiche americane del potere sui flussi comunicativi digitali. Si mena alla scandalo per il furto «sistematico» dei dati che, trattati con algoritimi, consentono ai grandi «signori del silicio» di manipolare gli stessi bisogni degli utenti della rete a proprio vantaggio; le grandi incommensurabili ricchezze così costruite potrebbero ostacolare qualsiasi ipotesi di intervento pubblico in questo strategico settore ed inoltre condizionare gli stessi sviluppi dell’A.I. In modo forse ancor più radicale ci si interroga sulla gettatezza dell’uomo contemporaneo nel modo virtuale, sul carattere drogato e provocatorio della «mobilitazione totale» generata dei social; sulla genuinità ed affidabilità della comunicazione che circola su Internet e via dicendo19. Ci sembra evidente che anche questo dibattito, filosofico, sociologico ed antropologico, abbia il suo peso nell’orientare anche la riflessione giuslavorista e quella politico-istituzionale, anche se ad oggi le profezie sulle nuove «recinzioni» nella rete o sull’onnipotenza della Silicon Valley sono sempre state smentite; la società sembra essere diventata più consapevole di questa sua seconda «natura» tecnologica dopo anni di faticoso apprendimento; anche il fenomeno dei big data sembra in realtà piuttosto ambivalente visto il potenziale che sprigiona anche per un intervento pubblico più efficace. In ogni caso l’idea che i dati possano essere liberamente immagazzinati e trattati in modo non trasparente non è del tutto scontata giuridicamente ed è stata rimessa in discussione anche da storiche sentenze della Corte di giustizia europea (la più famosa è la sentenza Schrems del 6.11.2015) che ha cancellato l’accordo Safe-Harbour UE-USA sullo scambio dei dati): non è inconcepibile (anche se certamente molto difficile da realizzare) uno Sherman-Act (antimonopolistico) per il mondo di Internet. Certamente un rinnovato garantismo sociale non potrà non avere alle spalle, anche se su base fallibilistica, una visuale (ed un’antropologia) delle trasformazioni tecnologiche in atto. Ma rimane il sospetto che tanta negatività dipenda, alla fine, proprio dall’anticipazione degli effetti dell’innovazione, della sua furia distruttiva ma non creatrice di occasioni emancipative anche per coloro che progressivamente vengono liberati “dal lavoro”. Se l’introduzione di un reddito di base (anche solo in forme di progressivo avvicinamento) fosse anche il punto di partenza necessario per una riflessione sul futuro meno cupa e meno nostalgica per paradisi dei diritti che in realtà non sono mai esistiti?20 Scriveva negli anni ‘20 Walter Benjamin «quando di lavoro che a uno dava da vivere ce n’era, c’era anche una povertà che non lo disonorava se lo colpiva per un cattivo raccolto o per altri rovesci. Disonora invece questa vita grama in cui si trovano milioni di persone… Sudiciume e miseria»21; negli anni ‘20 la Costituzione di Weimar aveva già sancito il diritto ai «minimi vitali», ma forse i tempi non erano davvero maturi: che il disonore contemporaneo non dipenda, invece, anche dalla nostra capacità di progettazione e di mobilitazione e che si ascriva ad una sorta di «destino tecnologico» il crampo della nostra immaginazione istituzionale?

 

Note:

  1. Il Frammento è parte dei cosidetti Grundrisse, K. Marx, Lineamenti per una critica dell’economia politica, Firenze, 1970; recentemente la profezia del Frammento è stata rilanciata dal bestseller internazionale di P. Mason, Postcapitalismo. Una guida al nostro futuro, Il Saggiatore, 2016
  2. Negri, Marx oltre Marx, Milano, 1979: il volume che Feltrinelli mandò al rogo è stato ripubblicato nel 2003 dalla Manifestolibri
  3. Recentemente pubblicato nuovamente in J. M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, Milano, 2009 e ripreso dal suo biografo R. Skidelsky su sul sito socialeuropeu nel quale si invita a guardare in avanti per impossessarsi collettivamente dei benefici dell’automazione
  4. Pollock, Automazione, Torino 1964
  5. La cui lettura consiglierei agli attuali dirigenti della CGIL
  6. Arendt, Vita activa, Milano 1970
  7. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Torino, 1974
  8. la survey dell’Economist del 25 giugno 2016, March of the machines. A special report on artificial intelligence; e la survey su welfare in the age of robots (in particolare l’articolo Universal basic incomes).
  9. http:/ www.astrid-online.it/static/upload/mgi-/mgi-a-future-that- works_full-report.pdf
  10. il W.P. della Fondazione Rosa Luxembourg Stiftung di T. Scholz, Platform cooperativism. Challenging the corporate sharing economy, 2016; W. Kowalsky, Time to turn the page of platform capitalism?, in www.socialeurope.eu
  11. Una rassegna di testi che condividono in buona parte questo orientamento è leggibile a http:/ www.euronomade.info/?p=8291
  12. lo studio della Fondazione Eibert sulla “California challenge” leggibile a: http:/ library.fes.de/pdf-files/id-moe/12797-20160930.pdf
  13. N. Srnicek, Platform capitalism, Londra, 2016 e la bella recensione di B. Vecchi sul Manifesto del 15.2.2017
  14. il Report dell’Ecomist del gennaio 2017 leggibile a : http:/ www.econo- mist.com/news/leaders/21714341-it-easy-say-people-need-keep-learning- throughout-their-careers-practicalities
  15. il numero di Internazionale dell’Agosto 2016 dedicato a, Come minimo un reddito per tutti. Sul reddito di base cfr. il recente volume di E. Granaglia e M. Bolzoni, Il redito di base, Roma, 2016 e in ordine alla distinzione tra reddito di cittadinanza e reddito minimo cfr. S. Toso, Reddito di cittadinanza o reddito mi- nimo?, Bologna, 2016.
  16. G. Bronzini, Le linee guida della Commissione europea sulla collaborative economy: much a do for nothing?, in Rivista italiana di diritto del lavoro, n. 4/2016
  17. il Comunicato del Bin Italia. http:/ www.bin-italia.org/europa-sociale- nuova-risoluzione-reddito-garantito/
  18. Su tali problemi G. Allegri, G. Bronzini, Libertà e lavoro dopo il jobs act. Per un garantismo oltre la subordinazione, Roma, 2015. Va segnalata anche la rivista bolognese Labour&law issues che ha dedicato numerosi interventi al tema dei diritti nella digital economy (in particolari i contributi di P. Tullini) ed il corposo ebook dell’Adapt labour studies n. 62/2016 sulla Nuova grande trasformazione del lavoro. Sul rapporto tra le trasformazioni in atto ed il diritto del lavoro cfr. il tema del numero 4/2016 della Rivista giuridica del lavoro su Il lavoro tra bisogno e libertà: nuove povertà, reddito ed attivazione a cura di G. Bronzini, P. Campanella. Chi scrive non ritiene che le garanzie di tutti coloro che operano sulle piattaforme possa essere risolta attraverso lo schema della subordinazione, né che si deve guardare prioritariamente ai drivers di Uber o ai fattorini di Deliveroo in quanto si tratta di situazioni effettivamente molto al limite e vicine ad una situazione di dipendenza sotto vari profili ma non generalizzabili, così come già quando si parlava del lavoro autonomo di seconda generazione non si faceva un discorso sui pony express. Cfr. a cura di S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, Milano, 1997.
  19. Per la dilagante lettura richiamo solo alcuni dei più recenti contributi: G. Griziotti, Mediazioni tecnologiche e linee di fuga, Milano, 2016; P. Domingos, L’algoritmo definitivo. La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo, Torino, 2016. Sono scettici sulla share economy quegli Autori che paventano la chiusura di Internet come spazio aperto della collaborazione e dell’innovazione umana o che vedono i giganti della Silicon Valley che dominano la rete come «ladri dell’informazione» e quindi, manipolatori della coscienza e delle preferenze individuali e collettive, a cominciare dal molto ascoltato E. Morozov, collaboratore del Financial Times e di altri grandi media internazionali. Cfr. E. Mo- rozov, Come difendersi dall’uberizzazione della società, in Le Monde Diplomatique, Settembre 2015, per il quale Facebook è solo un malware che si appropria dell’identità delle persone sfruttandole a fini commerciali. In questa chiave si veda una sorta di Manifesto (di buona costruzione filosofica) del nuovo Kulturpessimismus (ad ispirazione francofortese) sul mondo digitale, Byung Chul Han, Psicopolitica, Roma 2016; F. Berardi, L’anima al lavoro. Alienazione, estraneità, autonomia, Roma, 2016; Ippolita, Anime elettriche, Milano, 2016. Per un buon riassunto del dibattito, di impianto giornalistico, ma non banale, R. Staglianò, Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Torino, 2016; più equilibrato, M. Ferraris, Mobilitazione totale, Bari-Roma, 2016, mentre troppo euforico ci sembra P. Khanna, Connectografy. Le mappe del futuro ordine mondiale, Roma, 2016 Da ultimo cfr. il numero di Aut-Aut n. 371 (2016) dedicato al pensiero di B. Stiegler.
  20. R. Bregman, Utopia for realists. The case for a universal basic income, Amsterdam, 2016
  21. in U. Karsten Hahe, I Benjamin, Palermo, 2014, p. 293

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n°7  – Marzo 2017

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