Il Precariato: da Denizen a Cittadino con il reddito di base


Guy Standing

Introduzione

La globalizzazione è stata costruita sulla base della liberalizzazione dei mercati, della ri-regolazione a favore dell’individualismo competitivo, della ri-regolazione delle organizzazioni collettive per limitare le loro capacità di rappresentare i lavoratori e gli interessi dei gruppi a basso reddito e della ristrutturazione dei sistemi di protezione sociale in modo che i lavoratori e gli individui sostengano la maggior parte dei rischi e dei costi.

Come nel periodo precedente, quando ad essere perseguita era una politica del laissez-faire, i secoli XIX e XX hanno visto un’epoca in cui il capitale finanziario è diventato egemone, aumentando notevolmente il grado di disuguaglianza dei redditi e spostando fortemente la distribuzione funzionale del reddito a favore del capitale. In questo processo, la società di mercato globale ha generato un sistema di precarietà sociale ed economica cronica caratterizzata da una maggiore volatilità macroeconomica, da una più diffusa esposizione a rischi indesiderati, da rischi più costosi (eventi della vita, spesso voluti, che comportano costi non desiderati), da un susseguirsi di shock che hanno colpito intere comunità ed economie e da una più pervasiva incertezza economica (‘incognite sconosciute’).

Con l’evoluzione dell’economia di mercato globale, i mercati del lavoro sono diventati più integrati e sono stati caratterizzati da una maggiore mobilità sia delle imprese che dei lavoratori. Le strutture nazionali della vecchia classe industriale si sono evolute in una struttura globale di classe del terziario. Come descritto altrove (Standing, 2010), questa struttura globale è costituita da diversi gruppi. In cima alla struttura vi è una élite di individui vergognosamente ricchi che sguazzano nei miliardi e la cui prosperità è stata resa possibile da governi servili. Sotto questa élite vi è il salariato, numericamente in declino, che ha contratti di lavoro a tempo indeterminato, è ben pagato rispetto alla media e gode ancora di una vasta gamma di garanzie quali la pensione, la copertura sanitaria, la malattia e le ferie retribuite. Probabilmente a guadagnare oltre la media è il gruppo dei proficians[1], un gruppo ristretto ma in rapida crescita che guadagna redditi alti ma è privo di una serie di garanzie occupazionali, non riceve indennità aziendali o da parte dello stato, o non gode della maggior parte di quelle garanzie lavorative di cui prima beneficiava il proletariato.

In questa strutturazione gerarchica, è la classe sociale successiva a quelle appena delineate che vive le difficoltà e le sofferenze principali. Esiste infatti un nucleo di classe operaia in atrofia, composta da lavoratori con lavori stabili a tempo pieno che, come ampiamente documentato, si sta riducendo in termini di numero, di potere e di influenza, sta perdendo le garanzie conquistate nel passato e sta subendo un progressivo impoverimento dei ‘salari familiari’. Poiché questo nucleo si restringe, sempre più lavoratori tendono verso quella che è la classe emergente in rapida espansione, il precariato globale, composto da milioni di persone sparse in tutto il mondo che vivono e lavorano in condizioni di vita e di lavoro precarie. Sotto di loro ci sono i disoccupati seguiti a distanza dal sottoprecariato, vittime della precarietà che sono precipitate da questa verso i malesseri sociali: tossicodipendenza, anomia cronica, indifferenza, passività e disperazione.

La dinamica futura di questa struttura di classe frammentata arriverà dai due gruppi in rapida crescita che in una certa misura si sovrappongono, vale a dire i proficians e il precariato. Il gruppo più importante è quello più numeroso, il precariato. Oggi è una classe in divenire, non ancora una classe per sé, nel senso marxiano del termine. Eppure il precariato condivide con i proficians una caratteristica che definisce una classe: specifici rapporti di produzione. La differenza cruciale è che mentre i proficians hanno un senso di controllo della loro identità professionale, avendo capacità e competenze che gli permettono di guadagnare redditi alti e di usufruire di opportunità economiche,  passando da un progetto lavorativo a un altro e da un datore di lavoro a un altro, il precariato non gode assolutamente di tale certezza.

Il precariato: Che cos’è?

Cerchiamo di definire il precariato in termini di caratteristiche modali, tenendo presente che alla fine è probabile che coloro che ne fanno parte abbiano un senso di appartenenza che vada oltre le caratteristiche descrittive che altri nel precariato potrebbero non avere.[2]

A questo proposito, dobbiamo essere chiari fin dall’inizio che non tutti coloro che rientrano nelle fila del precariato vedono se stessi come vittime. Alcuni scelgono di entrarvi, altri vi entrano perché rifiutano le vecchie norme associate al lavoro stabile a tempo pieno. Alcuni commentatori e politici motivati ideologicamente respingono e condannano coloro che rifiutano di sottostare alle vecchie norme del lavoro indicandoli come ‘pigri’, ‘scrocconi’ o peggio. Ma non è così che la maggior parte del precariato interpreta i propri atteggiamenti e comportamenti.

La maggior parte del precariato vive attraverso una serie di lavori occasionali, a breve termine o temporanei, è priva di qualsiasi forma di garanzia che la classe operaia e il salariato avevano acquisito nell’epoca del welfare state e percepisce redditi relativamente bassi e instabili. Il  reddito sociale dei precari – reddito complessivo derivante da tutte le fonti – è strutturato in modo tale da conferire una notevole instabilità al reddito (Standing, 2010).[3] Ma oltre a queste caratteristiche comuni sono altri tre gli elementi che realmente distinguono il precariato moderno.

Il precariato non ha mezzi per attingere a una memoria sociale e mantenerla viva: non ha un senso di appartenenza ad una comunità autosufficiente fondato su una professione o un mestiere. I precari non hanno nemmeno l’ombra del futuro che aleggia sulle loro decisioni e sulle loro fugaci relazioni sociali che possono esistere qui ed ora ma non esserci già più domani. La mancanza di una memoria sociale li priva di un ancoraggio sicuro (o di un’identità), la mancanza di prospettive per il futuro li induce verso un opportunismo morale, che è in definitiva amorale.

Il terzo elemento che accomuna i precari è che sono per lo più denizens, non cittadini. Il concetto di denizen risale almeno al XIII secolo. Ma mentre a quel tempo si riferiva a una piccola minoranza di stranieri o forestieri a cui venivano concessi limitati diritti economici quando entravano in una città per un breve periodo, oggi questo stesso concetto è applicabile a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. E una parte importante dei denizens di oggi non sono gli immigrati, ma quei gruppi che hanno perso diritti nel loro stesso paese. Il denizen è qualcuno che gode di una gamma più limitata di diritti a cui accede con maggiore difficoltà rispetto ai cittadini. E il precariato ne è consapevole.

Per esempio, molti precari non hanno alcun effettivo “diritto di svolgere” la propria occupazione, anche se sono altrettanto qualificati quanto coloro che godono di tale diritto. Ai migranti che hanno acquisito qualifiche in una data professione in un paese viene impedito di svolgerla in un altro paese; donne che non hanno esercitato una particolare professione per alcuni anni improvvisamente scoprono di essere state radiate dall’albo professionale a causa di test di ‘aggiornamento’ arbitrariamente imposti, apparentemente progettati per impedire alle persone di lavorare con competenze o conoscenze obsolete.

Denizens sono anche coloro che non hanno diritto di partecipare alla vita politica della comunità in cui vivono, non potendo votare alle elezioni o coprire cariche politiche. O coloro che non hanno diritti culturali, perché non hanno modo di esercitare aspetti della loro cultura, come i rom che sono sempre più schiacciati in questa dinamica. E sono denizens anche tutti coloro che sono privi di diritti sociali, che non hanno alcun entitlement[4] alle indennità statali, sia perché queste indennità sono legate alla residenza legale sia perché hanno perso tale diritto a seguito di  comportamenti assunti in passato o perché impiegati in lavori occasionali.

Insomma, il precariato ha lavori precari, è privo di un’identità professionale o di prospettive di carriera di fronte a sé, non ha memoria sociale a cui attingere, nessuna ombra di futuro aleggia sulle sue relazioni sociali e gode di una gamma limitata e precaria di diritti. Questa combinazione evoca l’immagine di una folla solitaria. Ed è un fenomeno di massa. Si può realisticamente immaginare che il precariato diventi la classe numericamente più importante. Che cosa ha portato a questo fenomeno moderno?

Perché il precariato sta aumentando?

Anche se ci sono sempre state molte persone che hanno vissuto una vita precaria, il precariato moderno è un fenomeno di massa che rappresenta una caratteristica strutturale artificiosa del capitalismo globale. La globalizzazione è stata costruita su ciò che oggi chiamiamo  ‘neo-liberismo’, introducendo un modello di mercato basato sulla massimizzazione della ‘competitività’, sulla mercificazione di ogni cosa possibile e sul controllo normativo delle organizzazioni collettive percepite come barriere alla competitività e alla mercificazione.

Il risultato è stato un’economia di mercato globale impregnata di precarietà sociale ed economica, le cui caratteristiche sono la volatilità economica e la cronica incertezza economica. L’incredibile volatilità economica che simboleggia la globalizzazione, esemplificata dalla crescente incidenza e  gravità delle crisi finanziarie, è legata alla liberalizzazione del mercato dei capitali, il che significa che il capitale affluisce dove i costi di produzione sono più bassi e i profitti sono maggiori. Questo ha messo il costo del lavoro saldamente al centro del commercio internazionale e degli investimenti, portando i governi in tutto il mondo a cercare di rendere le loro economie più allettanti per il capitale ed i ricchi.

Nell’epoca della globalizzazione, gli sforzi per ridurre la disuguaglianza funzionale del reddito e le altre forme di disuguaglianza sono stati abbandonati. Con pochissime eccezioni, i cosiddetti governi socialdemocratici sono stati complici dei governi neoliberali. Il risultato è stato imposte dirette più basse, tasse sulle imprese più basse, maggiori sussidi al capitale, contributi  lavorativi inferiori per la previdenza sociale e una stretta sulla spesa sociale dovuta all’esigenza di equilibrare i bilanci pubblici.

La caratteristica più rilevante del Washington Consensus è stata il perseguimento della “flessibilità del mercato del lavoro” su scala globale. Questa è diventata un credo, una necessità strutturale. Una volta accettata la sua logica, è diventato inevitabile l’aumento del precariato globale. Tre sono le principali forme di flessibilità che sono state perseguite più assiduamente – numerica, funzionale e salariale. Tutte hanno contribuito a rendere il lavoro molto più di una merce.

In breve, la flessibilità numerica riguarda l’erosione deliberata della sicurezza occupazionale, ottenuta con atti legislativi, riforme normative e una tendenza da parte delle imprese (e in seguito del settore pubblico) a rendere informale e a esternalizzare la funzione del lavoro. C’è stata una tendenza globale a usare manodopera temporanea e occasionale, invece di forza lavoro regolare o con contratti a tempo indeterminato. Le agenzie interinali si sono moltiplicate e sono diventate grandi datori di lavoro a livello globale che assumono lavoratori con contratti a breve termine e offuscano l’identità dei datori di lavoro grazie ai meccanismi di ‘triangolazione’.

Sempre più persone sono state trasformate in fornitori di servizi, obbligate a vivere con lavori a  ‘progetto’ e contratti a breve termine, ad aggiornare regolarmente i loro curriculum vitae e a cercare di adattare i loro profili per migliorare la loro preziosa ‘occupabilità’. Figure quali quelle dei lavoratori part-time, dei lavoratori a tempo determinato, dei lavoratori autonomi e degli stagisti sono sempre più diffuse. Ma c’è stato anche un proliferare di lavori irregolari – lavori in nero, il cui unico accordo è la stretta di mano – facilitati dalla diffusione di lavoro flessibile nel settore terziario. La lezione fondamentale ai fini della nostra analisi è chiara: il modello basato sul lavoro stabile a tempo pieno sta morendo e non risusciterà.

La seconda forma di flessibilità è quella funzionale, che per i nostri scopi può essere riassunta come l’intensificazione dell’insicurezza lavorativa (non insicurezza occupazionale). Sempre più lavoratori non hanno alcun controllo sul loro lavoro e devono accettare la riprogettazione delle loro mansioni e imprevedibili spostamenti all’interno dell’impresa. Nelle imprese, la divisione interna del lavoro è diventata più flessibile, in quanto le multinazionali spostano posti di lavoro da una parte all’altra degli stabilimenti e creano complesse ‘catene di distribuzione’ che consentono loro di espandere o appaltare il lavoro e cambiare le strutture del lavoro come e quando i costi e la convenienza lo impongono. Una conseguenza è stata l’interruzione di molte carriere professionali attraverso i processi di delocalizzazione ed esternalizzazione.

La flessibilità funzionale ha comportato lo smantellamento delle comunità professionali. C’è stato un attacco neo-liberale alla tradizione delle corporazioni delle professioni e dei mestieri che ha disgregato quelle comunità che avevano un senso di identità, di fraternità e di lunga memoria sociale. Il precariato è stato prodotto in questo processo. Il passaggio, guidato dagli Stati Uniti, dall’auto-regolamentazione alla regolamentazione statale, avvenuto principalmente attraverso il  rilascio di licenze professionali, ha indebolito la capacità di costruire e mantenere coese le comunità professionali.

Sono stati sollevati ostacoli al diritto di esercitare – impedendo a più persone di uscire da un’esistenza precaria – e nel contempo sono stati avviati meccanismi di sospensione (disciplina), di rifiuto (esclusione) e di nuova registrazione. A questi meccanismi si è aggiunta la negazione delle licenze, che in genere è una decisione priva di trasparenza, di responsabilità e di governance democratica. Ancor meno notato è come le professioni siano state divise o frammentate in diversi gruppi con limitata mobilità verticale sia in termini di categorie settoriali che reddituali. C’è stata anche la soppressione di alcune professioni attraverso norme che impediscono alle persone di esercitare il mestiere che vorrebbero, adducendo motivi di pericolo o qualsiasi altro motivo. A questa va aggiunta l’oppressione professionale, per cui coloro che svolgono alcuni tipi di attività sono posti sotto il controllo di un altro gruppo che guadagna di più in termini di reddito, di opportunità o di status.

Questi cambiamenti, insieme ai mutamenti organizzativi e tecnologici hanno implicato un maggiore rischio professionale. Le persone che prendono in considerazione l’idea di avviare una particolare professione o mestiere si trovano ad affrontare la paura che questa loro decisione si dissolva in breve tempo o cambi radicalmente natura. Come sostenuto altrove (Standing 2010), oggi i giovani raramente avviano le professioni di una volta e non si aspettano che le professioni di oggi siano le stesse di domani. Questa incertezza aumenta i costi di investimento nell’acquisizione di un mestiere e riduce le prospettive di rendimento da tale acquisizione, fattori che concorrono a scoraggiare molti giovani persino dal tentare questa via.

Il precariato si è esteso in parte a causa della frammentazione delle comunità professionali, in parte perché i costi per accedere alle rimanenti comunità professionali sono aumentati, in parte perché il crollo di comunità professionali strutturate ha moltiplicato le diseguaglianze tra le professioni e in parte a causa dello stress associato con l’incertezza in merito a quale percorso professionale intraprendere.

La terza forma di flessibilità è la flessibilità salariale, sebbene essa vada ben oltre il salario di per sé. In breve, la struttura del reddito sociale è stata trasformata, con una tendenza globale, affinché siano i salari monetari la quota crescente della retribuzione complessiva dei lavoratori, piuttosto che i benefit aziendali in natura e le indennità statali come avveniva in precedenza. Il  continuo scivolamento verso i salari monetari ha comportato un passaggio da salari regolari certi a forme salariali flessibili, nel senso che il lavoratore non sa in anticipo quanto guadagnerà, condizione questa che crea una maggiore precarietà di reddito.

Il problema della precarietà di reddito è stata aggravata dal fatto che nel corso del cambiamento del welfare state le vecchie forme di community benefit, che avevano dato alla classe operaia e alle famiglie un senso di sicurezza, sono venute meno. Esse non sono più considerate necessarie. E una volta cancellate, sono difficili o impossibili da ripristinare.

La pressione sulla ristrutturazione del reddito sociale è venuta dalla nascita della ‘Cindia’, dove i salari monetari hanno rappresentato una piccola  frazione rispetto a quelli nei paesi ricchi industrializzati e dove, durante i primi anni della globalizzazione, lo stato ha fortemente sovvenzionato il reddito dei lavoratori attraverso il sistema delle danwei. La triplicazione dell’offerta di lavoro globale ha indebolito il potere contrattuale dei lavoratori in tutto il mondo e ha portato ad un forte spostamento della distribuzione funzionale del reddito a favore del capitale, per ironia della sorte soprattutto in Cina. La disuguaglianza di reddito è aumentata quasi ovunque, ma più che mai in paesi come Stati Uniti, Francia e Regno Unito almeno da quando si è cominciato a raccogliere statistiche sul reddito.

Nel frattempo, i rapporti di lavoro flessibili hanno portato alla proliferazione di lavori a basso salario dove si concentra il precariato. La risposta dei governi è stata quella di ricorrere a più crediti d’imposta collegati al lavoro per alzare il livello dei salari bassi e di facilitare l’accesso al credito per rafforzare l’illusione di redditi reali stabili. Ma queste misure hanno alimentato una vulnerabilità economica ad ogni shock economico e non sono riuscite ad arrestare la crescita delle trappole della povertà, della disoccupazione e della precarietà. Questo significa che molti di coloro che si trovano ai margini del mercato del lavoro e ricevono sussidi statali hanno dovuto subire tassi d’imposta dell’80% o più sul reddito marginale, un tasso molto più alto di quello applicato a lavoratori salariati a reddito alto o alle élites.

Il sistema di flessibilità salariale ci insegna che:

  1. Il precariato si è ampliato in parte perché fasce di lavoratori hanno perso i benefit aziendali e l’accesso alle indennità statali tradizionali proprio quando gli sono venuti a mancare anche i community benefit su cui ripiegare nel momento del bisogno; questo è successo nei paesi in via di sviluppo, come India e Cina, così come altrove;
  1. Il precariato è oggetto di mercificazione ed è esposto alla precarietà di reddito cronica senza avere una capacità di contrattazione con il datore di lavoro.
  1. Nei paesi industrializzati, i salari reali del precariato non aumenteranno nel breve o medio termine e sarebbe per lo meno folle riporre speranza nella riduzione della disparità di reddito o nel mantenimento di standard di vita dei precari attaverso la contrattazione salariale, o addirittura l’introduzione di normative sul salario minimo, per quanto auspicabili; garantire la sicurezza di reddito per il precariato richiede altre misure.

Oltre alle varie forme di flessibilità, altri tre fattori hanno favorito l’avvento del precariato. In primo luogo, la logica neoliberista ha portato ad una ristrutturazione della politica fiscale e dei sistemi di protezione sociale. Invece di usare le politiche fiscali e di assistenza come mezzi per ridurre le disparità di reddito, come era l’intenzione espressa nell’epoca socialdemocratica, queste sono state rese volutamente neutrali o regressive, con il pretesto che  fosse necessario nell’ambito della globalizzazione. I sussidi al capitale hanno incluso i cosiddetti crediti d’imposta sul reddito guadagnato. Mentre i sussidi all’occupazione hanno incoraggiato i lavoretti – campo principale del precariato – sebbene, dopo il 2008, dei sussidi per preservare vecchi posti di lavoro nell’industria ne ha beneficiato quella classe operaia in declino.

In secondo luogo, la mercificazione dell’istruzione ha generato una maggiore offerta di lavoro precario. Ciò ha causato un cambiamento rispetto all’istruzione cha passa da fine culturale e occasione di liberazione a sistema educativo finalizzato alla formazione e allo sviluppo di capitale umano in funzione del lavoro. Per servire la società di mercato, la scuola è stata ri-orientata a produrre menti e corpi docili e merci fugacemente funzionali sotto forma di certificati. Quanto piu ‘consumatori’ di istruzione sono generati, tanto più scende il valore dei certificati, moltiplicando in questo modo lo stato di frustrazione.

In terzo luogo, la crescita del precariato è stata accelerata dalla stessa crisi della globalizzazione. Una cruda statistica mette in evidenza la questione. Nove posti di lavoro su dieci creati nel Regno Unito tra il 2008 e il 2010 sono stati lavori part-time. Dopo il 2008, c’è stata anche un’accelerazione nella sospensione dei benefit aziendali; le imprese infatti hanno usato la crisi per razionalizzare la loro soppressione, precarizzando così i cosiddetti lavori tradizionali. Inoltre, non è stato più possibile mantenere il tenore di vita dei lavoratori a basso reddito attraverso il credito agevolato. Il debito al consumo e i costi relativamente elevati imposti sul debito dei redditi bassi hanno spinto milioni di persone nelle fila del precariato, o addirittura del sottoprecariato, personificato nell’immagine del barbone. Questo ci conduce alla prossima grande domanda.

Chi fa parte del precariato?

La risposta alla domanda è che la maggior parte di noi potrebbe scivolare nel precariato in un modo o nell’altro. Tutti i gruppi socio-demografici ne fanno parte, anche se in misura diversa. Pochi, una volta dentro, hanno buone vie di fuga.

Uno dei gruppi principali è rappresentato dai  giovani e sono proprio loro ad esprimere l’energia e la rabbia a nome del precariato. Di solito, i giovani soffrono di un potente stato di frustrazione. Essi sono incoraggiati a perseguire sempre più elevati livelli di istruzione e di formazione, il tutto al fine di partecipare a quella che è poco più di una lotteria di posti di lavoro. Posti di lavoro che, nella maggior parte dei casi, neanche richiedono o valorizzano l’educazione che hanno ricevuto o pensano di avere ricevuto. I giovani quindi terminano il processo educativo con la prospettiva di doversi adattare a una vita di flessibilità. Ad aggravare il conseguente senso di frustrazione è la prospettiva di vedersi proiettati in una posizione di ‘classe’ inferiore rispetto a quella dei loro genitori.

Oltre ai giovani ci sono poi le donne di ogni età. Molti lavori e modelli di partecipazione della forza lavoro hanno subito un processo di femminilizzazione, con un incremento di lavori occasionali, a breve termine e part-time. Ma un paradosso è emerso. La crisi globale del 2008 ha rivelato ciò che era emerso durante tutto il periodo della globalizzazione: una femminilizzazione sistemica dei mercati del lavoro. Ne è espressione quel fenomeno definito la Great Mancession (termine per indicare che la recessione ha danneggiato gli uomini più delle donne, N.d.T.). In molti paesi, il tasso di disoccupazione maschile è più alto rispetto a quello femminile. Negli Stati Uniti,  sono stati in maggioranza gli uomini a uscire dal mercato del lavoro, mentre le donne non solo hanno avuto minore probabilità di perdere il lavoro ma anche una maggiore possibilità di trovare una nuova occupazione. Gli uomini stanno comunque recuperando terreno nel precariato, portandoli a provare uno stato di frustrazione maggiore perché da sempre sono abituati a prospettive professionali più promettenti rispetto alle donne.

Tutto questo non deve tuttavia far dimenticare che moltissime sono le donne che si ritrovano oggi nelle fila del precariato. Nel peggiore dei casi, molte ne escono per scivolare tristemente nella sindrome del barbone, nel sottoprecariato, la cui vita, vissuta nella strada, è racchiusa in sacchetti di plastica.

Allo stesso tempo, molte persone anziane stanno diventando precarie, alcune contro la propria volontà perché retrocesse in carriera, altre volontariamente per sperimentarsi in lavori temporanei, per evitare l’impoverimento o il distacco sociale. In molti paesi, i lavoratori anziani sono visti come una generazione garantita che gode della pensione e non ha nessuna necessità di beneficiare dei benefit aziendali, come ad esempio l’indennità di maternità. Questo li rende più occupabili rispetto ai lavoratori più giovani.

Anche i diversamente abili sono caduti nelle maglie della precarietà. Alcuni che ricevevano le indennità di invalidità, che permettevano loro di rimanere fuori dalla forza lavoro formale, ora devono cercare lavoro, spinti da politiche statali che limitano il diritto a tale indennità e che trascurano le milioni di persone che soffrono di disabilità episodiche. La corte degli Stati Uniti ha agito come reclutatore del precariato decretando che d’ora in poi coloro che sono ritenuti in grado di eseguire anche solo tre ore di lavoro domestico sono anche in grado di cercarsi un lavoro.[5]

Questa condizione porta al prossimo gruppo che si sta riversando nel precariato, cioè i richiedenti assistenza. Essi costituiscono una grande parte del precariato soprattutto a causa del carattere mutevole dei sistemi di previdenza sociale in tutto il mondo. La flessibilità del mercato del lavoro associata a sistemi di assistenza sociale basati sul means-test, al ricorso crescente alla condizionalità e alla privatizzazione delle procedure in materia di politiche sociali hanno fatto cadere un gran numero di persone nelle trappole della povertà, della disoccupazione e della precarietà, portando alcuni a commettere errori nel cercare di battere il sistema per poi lasciarsi trasportare nell’economia sommersa per disperazione. Nel peggiore dei casi, molti sono finiti nel sottoprecariato.

Quest’ultima situazione conduce alla successiva e più particolare fonte del precariato, gli individui soggetti a criminalizzazione. C’è stato un enorme aumento del numero di persone criminalizzate e in prigione. La situazione negli Stati Uniti è ben nota, con il 2% della popolazione in attesa di giudizio, in prigione o in libertà vigilata. Ma ci sono anche numeri record nelle prigioni in Francia e Regno Unito, mentre in Italia la popolazione carceraria aumenta di 700 unità ogni giorno. Anche Cina e India hanno un gran numero di persone rinchiuse in prigione, molte delle quali sono state trasformate in lavoratori a basso costo. La detenzione produce il cosiddetto ‘effetto cicatrice’, intrappolando i soggetti criminalizzati in un’esistenza precaria dopo la reclusione e contribuendo quindi a perpetuare una situazione molto vulnerabile soggetta a condizioni di malessere sociale. Queste persone diventano dunque denizen e spesso non riescono a godere di una serie di diritti per il resto della loro vita.

Infine, il più grande afflusso verso il precariato è costituito dai migranti. Essi sono i denizens globali. Secondo alcune stime, oltre un miliardo di movimenti transfrontalieri si svolgono ogni anno, circa 214 milioni di persone stanno legalmente lavorando al di fuori del proprio paese e sicuramente centinaia di milioni lo fanno ‘illegalmente’, con oltre 12 milioni nei soli Stati Uniti. Non si tratta solo di movimenti internazionali. Circa 200 milioni di persone all’interno della Cina sono migranti interni, la maggior parte lavorano nelle città senza hukou, il permesso di soggiorno che consente loro di ottenere gli stessi diritti sociali ed economici dei lavoratori locali.

Il nostro sta diventando un mondo della migrazione circolatoria, non colonica. I migranti sono la fanteria leggera del capitalismo globale. E sono loro che, involontariamente, rendono il precariato la nuova classe pericolosa. In una certa misura è una discussione acquisita, ma in generale i migranti tendono ad abbassare i salari e i benefit aziendali dei lavoratori a basso reddito. Spesso essi stessi hanno poche opportunità di mobilità sociale; una serie di normative relative al rilascio di autorizzazioni o al riconoscimento dei titoli acquisiti impediscono loro di esercitare il mestiere o la professione desiderati e per i quali si sono formati, portandoli così ad ingrossare le fila del precariato. Di solito, i migranti sono vittime della precarietà. Ma nell’immaginario collettivo vengono facilmente trasformati in cattivi, dipinti come una minaccia per il precariato interno.

Un nuovo aspetto della migrazione globale sta prendendo forma. La Cina e alcune altri grandi economie di mercato emergenti stanno diventando regimi di esportazione di forza lavoro con l’invio di centinaia di migliaia di lavoratori all’estero per ‘progetti’ a breve termine. Tali lavoratori non sono solo precari essi stessi ma spingono i lavoratori locali nella stessa direzione. La loro condizione è stata acutamente sintetizzata da una poesia appesa sulla porta di un dormitorio di migranti cinesi impegnati in un progetto all’estero: “Siamo tutte persone che attraversano questo nostro mondo. Ci incontriamo, ma non riusciamo mai veramente a conoscerci a vicenda”.

In breve, il mix sociale o demografico che compone il precariato globale ci porta a supporre due insegnamenti di carattere semipolitico. In primo luogo, la frustrazione dei giovani istruiti rende il precariato una classe potenzialmente progressista che lotta per ottenere un maggior controllo sulle risorse chiave del sistema produttivo e punta alle strutture sociali. In secondo luogo, i migranti, le minoranze etniche, i richiedenti assistenza e le persone criminalizzate sono percepiti come minaccia per gli altri precari. Il giovane istruito capisce che la precarietà non è colpa dei migranti; essi sono piuttosto un suo strumento. Questo ci porta alla prossima grande domanda. Dove ci sta conducendo il precariato?

Verso una politica dell’Inferno

Vi è una possibilità, che non va certo presa come una previsione, che le attuali tendenze introducano quella che potrebbe essere descritta come una politica dell’inferno, intrisa di pericolose ombre di un passato non così lontano. Prendiamo in considerazione in cosa potrebbe consistere.

La precarietà sociale ed economica è dilagante; la precarietà mina l’altruismo e la solidarietà sociale. Stanno emergendo società in cui un numero crescente di persone sono denizen, ossia persone prive di diritti sociali, politici, culturali ed economici fondamentali. Queste tendenze accentuano il particolarismo civico, il disimpegno da norme sociali e comportamentali a cui si associa un’aspra rabbia nei confronti dello Stato che viene percepito come un’entità che ha deluso le persone, le ha ignorate o fortemente discriminate.

Vediamo non solo l’acuirsi delle disuguaglianze ma anche i crescenti sforzi da parte dello Stato di punire i dissidenti, incarcerare i perdenti o coloro che si sono dimostrati inadeguati e controllare gli anticonformisti attraverso tecniche panottiche. Le aree della vita privata si stanno riducendo, il profiling[6] si insinua sempre più in tutti i livelli delle nostre vite, costringendo un numero crescente di noi a preoccuparsi di cosa fare nel caso in cui queste condizioni abbiano effetti negativi duraturi. Il paternalismo statale e aziendale diventa più sofisticato e intrusivo. I governi istituiscono le cosiddette Nudge Units[7] per intaccare la capacità di contrattazione individuale dei precari: non ci sono mezzi efficaci per contrastare il fenomeno strisciante di precarizzazione della mente, che vaga senza meta e senza fine, associato a una sindrome da deficit di attenzione collettiva.

La vastità delle trappole della povertà, della disoccupazione e della precarietà porta i policymaker a rendere i sistemi di workfare più direttivi e punitivi, con  condizionalità più rigide e maggiori sanzioni contro coloro considerati non meritevoli e che violano le regole.

Dal punto di vista politico, non è troppo allarmista immaginare una deriva neo-fascista. Si consideri la posizione del precariato, travolto dalla mercificazione e dal teatrino della politica che non è in grado di offrire una visione strategica coerentemente progressista. Il precariato vede partiti politici e candidati vendere immagini e stereotipi e diventa disilluso dal gioco democratico, vota occasionalmente per politici carismatici, ma essendo male informato è soggetto a subire l’influenza di messaggi populisti.

Nel balbettio globale[8], le élites vogliono uno Stato ridimensionato, in cui i governi riducano il loro ruolo nella fornitura di beni e servizi pubblici e applichino tagli costanti alle imposte sulla ricchezza e i redditi alti. Queste élites hanno un programma populista a doppio taglio che gioca su una affettata ostilità verso il settore pubblico. Meno tasse e riduzione del deficit di bilancio significa tagli alla spesa pubblica sociale; un programma che peggiora la posizione del precariato perché introduce tagli alle indennità statali e ai servizi sociali e riduce gli spazi pubblici. Intanto, le élites e il salariato accumulano proprietà privata e sono conniventi con la chiusura di spazi preziosi come le biblioteche pubbliche, i parchi pubblici e persino i bagni pubblici. Stanno privatizzando i beni comuni.

Il precariato è reso sempre più infelice. I nomadi urbani hanno bisogno di questi spazi pubblici, di sussidi  e di servizi. Così, mentre le insicurezze del precariato si moltiplicano, i neo-liberali cercano capri espiatori da colpevolizzare per quello che è in realtà il risultato di politiche sociali ed economiche. Gli obiettivi sono facili. In primo luogo, i populisti demonizzano lo ‘stato’, trasmettendo l’impressione che sia lo stato a produrre queste insicurezze e quindi debba essere ridimensionato. Poiché il precariato è alienato dallo stato attuale, molti si sono facilmente persuasi di questo messaggio, per quanto sia una semplificazione. Il precariato, vedendo che le amministrazioni hanno promosso la globalizzazione, le colpevolizza e interpreta come un bisogno ridimensionare l’amministrazione di per sé. C’è una logica in questo sillogismo. Il fenomeno del Tea Party è una manifestazione di questo ragionamento.

In secondo luogo, le insicurezze e le disuguaglianze generarno malesseri sociali, tensioni e risentimenti. I populisti giocano sulla paura e l’ignoranza e raffigurano i denizens come il nemico dei cittadini. Essi attribuiscono la difficile condizione del precariato ai ‘forestieri’, in particolare ai migranti, così come ai criminali, ai disadattati sociali, e così via, giustificando un atteggiamento autoritario verso questi gruppi al fine di aiutare una parte del precariato, spesso falsamente presentata come ‘classe media’ o ‘famiglie laboriose’. E c’è una certa logica perversa anche qui. Ma parte da una premessa fallace non dichiarata: che non c’è nulla di sbagliato nella struttura economica e nelle disuguaglianze che ne conseguono.

I movimenti politici di estrema destra sono il risultato dei due sillogismi. Chiedono tagli alla spesa pubblica sulle politiche sociali e un’azione politica più autoritaria contro gli stranieri. Un esempio venale è stato Berlusconi, uno degli uomini più ricchi del paese, che ha manipolato lo Stato e giocato sulle paure del precariato interno quando, una volta eletto primo ministro, dichiarò che il suo primo obiettivo sarebbe stato quello di ‘sconfiggere l’esercito del male’, intendendo i migranti precari.

In altri paesi, atteggiamenti simili sono diventati ben accetti nella politica ufficiale. In Francia, il Fronte Nazionale si è reinventato per presentare una faccia più morbida di un programma neo-fascista. In Inghilterra, la English Defence League ha preso il posto dell’ancor più pericoloso Partito Nazionale Britannico; un recente sondaggio ha rivelato che una grande percentuale di adulti britannici erano inclini a sostenere un programma di estrema destra purché non fosse associato  alla violenza. In Svezia, a lungo il nirvana  dei socialdemocratici, l’estrema destra, rinnovatasi con una giovane leadership carismatica sotto forma di Democratici Svedesi, ha guadagnato terreno in modo drammatico.

Finora, gli sviluppi peggiori si sono avuti in Europa orientale. La mercificazione della politica destinata alle masse è stata evidenziata nel 2010 dalle eclatanti elezioni presidenziali in Ucraina, un paese di quasi 50 milioni di persone, uno dei più grandi d’Europa. Uno dei candidati era un criminale condannato due volte che languiva nei sondaggi fino a quando un oligarca miliardario gli ha fornito i soldi per assumere consulenti provenienti dagli Stati Uniti che avevano già lavorato per i repubblicani. La risposta dell’oppositore fu di assumere una società di consulenza statunitense che aveva fornito suggerimenti a Obama e ai democratici durante le elezioni. Queste due aziende americane hanno determinato le elezioni… vinte alla fine dal criminale.

Con un precariato che vive nella paura crescente e con la capacità delle élites di finanziare ed ampliare la mercificazione della politica, la prospettiva di una politica dell’inferno non deve essere respinta con leggerezza. La tendenza sicuramente continuerà finché non ci sarà una alternativa fattibile. La tragedia attuale è che per la prima volta nella storia non c’è un programma progressista offerto da un movimento politico credibile. La buona notizia è che la società, come la natura, aborrisce il vuoto.

Quindi, la domanda finale è: Cosa renderebbe una politica del paradiso capace di sconfiggere una politica dell’inferno?

Verso una politica del Paradiso

In un periodo di crisi di trasformazione, è tempo di essere un po’ utopici, senza vergogna. Il problema dei socialdemocratici è che sono come quei grandi calciatori che stanno invecchiando: rimangono immobili per paura di fallire. Da tempo sono diventati super cauti, più preoccupati di sembrare rispettabili e ‘responsabili’, disposti a tutto pur di evitare critiche. Piuttosto che osare, hanno accettato e interiorizzato il paradigma economico neoliberista e l’utilitarismo che stanno dietro la fine della filosofia universalistica dell’era del welfare state. Devono ancora rendersi conto della necessità di appellarsi alla classe emergente vulnerabile.

Ogni grande trasformazione è stata guidata dalla classe emergente principale e ha riguardato le risposte da dare alle sue esigenze e aspirazioni. All’inizio del XXI secolo, mentre la trasformazione globale procede, il precariato rappresenta quella classe, anche se è ancora  una classe in divenire, non ancora una classe-per-sé.

Il precariato vuole e ha bisogno di una rinascita della grande trinità – liberté, fraternité ed égalité. Ma tutti e tre questi elementi devono essere definiti in funzione della frammentazione di classe e della società dei servizi nell’ambito di un’economia di mercato globalizzata.

In primo luogo, i progressisti devono rilanciare un programma per la libertà. Nel XX secolo, socialdemocratici e socialisti hanno lasciato il dibattito sulla libertà alla destra politica che lo ha interpretato in termini del tutto individualistici, rendendolo completamente inutile. C’è un’altra grande tradizione che i moderni progressisti hanno sminuito. Il grande pensiero filosofico a partire da Aristotele, passando per Marx, Polanyi e Arendt ha sottolineato come la libertà sia fondamentalmente associativa.

Naturalmente vi è la necessità dei due concetti di libertà di Berlin – la libertà negativa (che è la libertà da: libertà da controlli intrusivi) e la libertà positiva (che è la libertà di: libertà di prendere decisioni in merito alla propria vita). Tuttavia, è solo in comunità di interesse comune che possiamo costruire la libertà morale. Essa è palesata nella solidarietà tra identità simili. E’ un insegnamento di Darwin che la sopravvivenza di una specie dipende dalla solidarietà sociale, non quindi dall’individualismo  competitivo ma dalla fraternità e dalla reciprocità che derivano dallo stare insieme. Per avere pari libertà è necessario limitare la libertà dei vincitori. Questo si collega all’idea rawlsiana che la pari libertà richiede una concezione condivisa di ciò che è giusto.

Se possiamo accettare che una concezione piena di libertà comprende la libertà associativa, allora la questione politica diventa: che tipo di associazione dovrebbe essere incoraggiata per una politica del paradiso, tenendo ben in mente le paure, le esigenze e le aspirazioni del precariato?

Porre la questione sarebbe praticamente sufficiente ai fini di questo documento. Tuttavia, è chiaro che abbiamo bisogno di tipi di associazione che forniscono sicurezza, identità e una mobilità sociale praticabile, facilitando nel contempo la libertà lavorativa. Un tipo di associazione che sia in grado di dar voce a individui e collettività e di sviluppare le capacità di contrattazione del precariato. Deve, in altre parole, permettere al precariato di negoziare con coloro con i quali ha rapporti – datori di lavoro, intermediari, colleghi, lo Stato e  i suoi organismi. Se pensiamo alla libertà associativa dal punto di vista del precariato, diventa evidente che i precari hanno veramente bisogno di organi di rappresentanza in grado di trattare con le burocrazie statali tanto quanto con qualsiasi altro soggetto. La vulnerabilità dei precari all’interno delle comunità professionali deve essere superata attraverso riforme della governance sugli albi e attraverso la creazione di meccanismi di contrattazione collaborativa (contrattazione intraprofessionale tra gruppi relativamente stabilizzati e i precari stessi).

Piena libertà richiede anche una sicurezza di base, una sicura capacità di sopravvivenza. Questo è ovviamente essenziale per evitare una società ridotta all’elemosina e per consentire alle persone di fare scelte in modo razionale. A questo proposito, vorrei esprimere la necessità di avviare un processo di demercificazione della forza-lavoro: considerare le persone per le loro capacità e umanità, implicando così la possibilità che esse esistano al di fuori del mercato, se necessario o desiderato.

Per fare questo, paradossalmente, abbiamo bisogno di andare verso la piena mercificazione del lavoro, cioè rendere il rapporto di lavoro trasparente e il prezzo del lavoro pienamente riflesso nel salario. Per godere di una libertà lavorativa, il lavoro e il posto di lavoro dovrebbero essere trattati strumentalmente e non come fattori necessariamente centrali nella vita. Per una corretta mercificazione del lavoro, il salario dovrebbe rappresentare il valore reale del tempo destinato al lavoro che viene risarcito. Quindi, tutte le forme di indennità collegate al lavoro salariato (come le pensioni di anzianità, le pensioni di invalidità, la malattia retribuita, il sussidio di disoccupazione, i cosiddetti fringe benefit, ecc.) dovrebbero essere eliminate. Il precariato vede che queste indennità sono intrinsecamente regressive. Esse sono una fonte primaria di disuguaglianza e di insicurezza del precariato e provocano una distorsione del mercato del lavoro. Naturalmente, queste indennità sono importanti e necessarie. Ma dovrebbero essere universali, non solo per  una minoranza privilegiata quale il lavoratore salariato.

Proprio come il lavoro deve essere completamente mercificato, così le persone, intese come ‘forza lavoro’, devono essere demercificate. Il precariato deve essere messo in grado di contrattare in merito a quale e quanto lavoro svolgere; deve quindi essere veramente messo in grado di dire ‘no’ a offerte che gli vengono fatte. Questa è una delle motivazioni per giustificare l’introduzione di un reddito di base come diritto di tutti i residenti legalizzati, siano essi cittadini o denizen. Ma torneremo a questo punto più avanti.

In primo luogo dobbiamo affrontare la questione dell’uguaglianza. Tutte le teorie di giustizia distributiva hanno abbracciato il concetto di uguaglianza. Ogni grande trasformazione ha implicato la lotta per le risorse chiave del sistema produttivo di volta in volta dominante ed è stata guidata dalle richieste della classe emergente. In epoca feudale le risorse chiave erano la terra e l’acqua; nel capitalismo industriale erano i mezzi di produzione e la porzione di reddito che andava ai profitti e ai salari. Nell’attuale società dei servizi, le risorse chiave sono più immateriali. Esse sono tutte inegualmente distribuite, in particolare a scapito del precariato. Le risorse principali sono la conoscenza, il tempo, gli spazi di qualità (i beni comuni), la sicurezza e il capitale finanziario.

La sfida consiste nell’elaborare una strategia composita per costruire una cittadinanza sul lavoro, perché questa comprenderebbe modi di lavorare e sviluppare le capacità umane al di là dell’accesso alle risorse economiche o alla partecipazione nell’economia di mercato. Naturalmente il concetto di cittadinanza è conteso. Ai nostri fini, possiamo dire che la cittadinanza riguarda il fondamento costituzionale dei diritti e delle identità. I diritti sono universali, indivisibili e dovrebbero sicuramente essere uguali per tutti. Essi possono essere in contrasto con gli entitlement sociali che scaturiscono invece da un particolare status o comportamento.[9]

L’idea di una cittadinanza sul lavoro consiste nel riconoscere a tutti lo stesso diritto di dedicarsi a un’occupazione in condizioni di totale libertà. Per occupazione non si intende solo una professione o un mestiere ma una combinazione di utilizzo del tempo e delle capacità per costruire un percorso di vita in direzione dello sviluppo umano che idealmente implica una identità molteplice e un senso di controllo su come il nostro tempo viene utilizzato. Occupazione, in questo senso, significa recuperare la distinzione tra attività e lavoro – dove attività ha un valore d’uso e lavoro ha un valore di scambio o valore strumentale – e dare pari dignità a tutte le forme di attività. Questa distinzione è di vitale importanza, perché l’attività che non è lavoro salariato comprende la maggior parte delle attività di riproduzione e di rigenerazione sociale. In un mondo e in un secolo che stanno vivendo una crisi ecologica di proporzioni esistenziali, queste attività racchiudono in sé un orientamento ecologico scevro di ogni ragionamento economico dominante. L’attività che non è lavoro salariato implica un orientamento verso la rigenerazione – l’essenza ne è il lavoro di cura – e la tutela delle risorse, piuttosto che un orientamento interessato a massimizzare l’utilizzo e quindi l’esaurimento delle risorse, che è l’essenza del lavoro.[10]

L’idea di occupazione, come argomentato altrove, comprende in sé anche il tentativo di salvare la distinzione altrettanto vitale tra tempo libero e svago, o relax. L’antica idea filosofica greca di scholé, tempo libero, esprimeva il doppio significato del tempo: il tempo per imparare e il tempo per partecipare alla vita pubblica e politica. Il tempo libero dovrebbe tener conto della altrettanto vitale dimensione della riflessione e dell”inattività’, tacciata come ‘pigrizia’ da una prospettiva economicistica o laburista, un peccato in un’economia di mercato e contro il quale i paternalistici policymaker dell’utilitarismo elaborano complessi programmi per punire i poveri e i vulnerabili. Per Aristotele, l’aergia (la pigrizia) era necessaria per la scholé. Nel capitalismo globale, colui che non lavora ‘non contribuisce’ ed è quindi bollato come ‘immeritevole’ di ricevere sostegno sociale o economico, o addirittura di avere voce.

Naturalmente, in un’economia moderna il lavoro è necessario. Ma le politiche dovrebbero essere valutate in base al fatto se riconoscono o meno la giusta dignità sia a quelle attività che non sono lavoro salariato che al tempo libero che non è solo consumo e riposo dal lavoro. In altri termini, gli sforzi per massimizzare il lavoro o per raggiungere la piena occupazione non hanno alcun merito intrinseco. Quelle politiche che si propongono di massimizzare il lavoro delle categorie sociali a basso reddito a scapito del tempo libero e di altre forme di attività sono per loro stessa natura non egualitarie e socialmente ingiuste.

Consideriamo il precariato in funzione della cittadinanza sul lavoro, come l’ho definita. Attualmente, i precari sono denizens, in quanto non godono degli stessi diritti di cui beneficiano altri gruppi sociali più privilegiati. Il precariato è privo di sicurezza e non ha capacità di contrattazione o voce.

Un’agenda politica che estenda la cittadinanza sul lavoro al precariato richiede una strategia attraverso la quale i precari possono svolgere quelle attività che non sono lavoro salariato e vivere il tempo libero nel senso pieno e partecipativo di scholé. La legittimazione della dignità costituzionale delle attività oltre il lavoro è essenziale. Essa ci conduce a una politica del tempo. Allo stato attuale il precariato, rispetto alle altre categorie sociali, svolge in proporzione molte più attività che non sono lavoro salariato. Quindi, per il precariato ignorare quelle attività oltre il lavoro è una questione di classe.

La trasformazione globale e la risoluzione dello stato di crisi richiedono attenzione su tre questioni – la libertà associativa (capacità di contrattazione e partecipazione), la ridistribuzione delle risorse chiave (la base dell’uguaglianza) e la libertà lavorativa (rafforzare il valore delle attività oltre il lavoro e del tempo libero). Il punto interessante è che la crescente crisi della globalizzazione può e deve far emergere una nuova strategia progressista sul lavoro. Se ciò non avviene, il precariato e la classe operaia in declino potrebbero essere attratti da una politica dell’inferno.

Parte di questa strategia progressista dovrebbe essere il reddito di base. Esso non è una panacea, ma è un elemento strategico necessario per arrestare e invertire la crescita delle disuguaglianze di reddito, per fornire una base sostenibile per la sicurezza e la libertà lavorativa e per ridistribuire le risorse chiave della società dei servizi. Il reddito di base è essenziale per il precariato. Senza di esso il precariato diventerà più arrabbiato, più alienato, più insicuro, ansioso e più anomico.

Il reddito di base dovrebbe essere individuale, incondizionato in termini comportamentali – accrescendo quindi la libertà – universale, equanime, elargito sotto forma di denaro e non legato ad usi specifici, come è nel caso di buoni pasto (o SNAP come vengono ora chiamati negli USA) o buoni di altro genere.

Non userò questo intervento per discutere e confutare le obiezioni spesso sollevate nei confronti del reddito di base; per queste rimando alle prolifiche elaborazioni del BIEN nel corso degli anni [Sito web: www.basicincome.org]. Mi interessa piuttosto sottolineare la sua rilevanza ai fini di una strategia che costruisca la cittadinanza sul lavoro per il precariato. Nel far ciò,  aggiungerò un elemento che affronta un aspetto rilevante della crisi della globalizzazione, l’assottigliamento della democrazia deliberativa.

Si consideri un reddito di base in funzione delle risorse chiave di oggi. La sicurezza è attualmente distribuita in modo molto diseguale. I rischi, i pericoli, gli shock e le incertezze sono   molto maggiori per il precariato che per i gruppi più ricchi e il precariato non ha alcun mezzo efficace per assicurarsi contro di essi. L’unico modo di dare una sicurezza economica di base per i precari è di fornire loro una sicurezza ex ante, non basata su meccanismi compensativi ex post perché individuare la responsabilità dell’insicurezza economica sarebbe in gran parte arbitrario.

Una sicurezza ex ante richiede una garanzia costituzionale universale. Dare un giudizio moralistico su chi merita una sicurezza di base e chi non la merita rimuoverebbe il concetto di sicurezza dal regno dei diritti.

Da un punto di vista più strettamente economico, il reddito universale di base andrebbe a sostituire altre forme di ‘welfare’ da cui tradizionalmente ci si aspettava svolgere un ruolo di stabilizzatore macro-economico automatico, fornendo un ambiente sociale di maggiore sicurezza economica. Questo richiederebbe certe particolarità di progettazione che sono assolutamente fattibili (Standing 2011a).

La seconda risorsa chiave è il tempo. In merito a ciò il reddito di base sarebbe un potente aiuto per il precariato. I precari sono forza lavoro mercificata, nel senso che essi devono rispettare le imposizioni del mercato o pagare un prezzo alto. Il precariato è privo di una capacità di contrattazione efficace. Il reddito di base sarebbe un mezzo per demercificare la forza-lavoro, fornendo al precariato una migliore capacità di negoziazione e in extremis di rifiutare di accondiscendere a forme di lavoro basate sullo sfruttamento e l’oppressione. Avere una garanzia di reddito ex ante, seppur di base in termini di quantità, spingerebbe i datori di lavoro a fornire condizioni più allettanti e dignitose o a fare a meno della manodopera se non disposti a pagare sufficientemente per rendere il lavoro allettante.

In un certo senso, il reddito di base – e questo è il motivo per cui molti economisti neo-classici, come Milton Friedman, sono stati attratti dalle varianti della proposta – sarebbe conforme ad una economia di mercato efficiente. Noi dovremmo andare oltre e affermare che il lavoro dovrebbe essere pienamente mercificato, compensato da salari monetari trasparenti piuttosto che da forme non monetarie che non sono trasparenti e che di solito nascondono obiettivi ambigui.

Quindi, il reddito di base darebbe al precariato un maggior grado di controllo sul tempo. Il reddito di base non sarebbe sufficiente di per sé, ma sarebbe d’aiuto. Esso incoraggerebbe il passaggio dal lavoro salariato alle attività oltre il lavoro. Sarebbe anche un antidoto contro l’affermazione principale dei paternalisti libertari, come Cass Sunstein e Richard Thaler (2008), che attualmente domina sulle riforme della regolazione. La loro affermazione è che gli esseri umani, soffrendo di sovraccarico di informazioni, prendono decisioni sub-ottimali e quindi necessitano di ‘spinte dolci’ che li indirizzino a fare la ‘scelta giusta’. Questo ‘pungolo’, avverrebbe inizialmente – e non sappiamo che cosa succederebbe dopo, se la riforma iniziale non funzionasse come previsto – istituzionalizzando meccanismi automatici di ‘opt-in’, basati su esperti che determinano quale sia  la decisione migliore, e richiedendo poi alle persone di agire per sottrarsi da tale decisione se lo desiderano. Questi meccanismi di ‘opt in’ e ‘opt out’ sono potenzialmente costosi e di sicuro fanno perdere molto tempo.

Questa tattica della ‘spinta dolce’ è attualmente una tendenza pervasiva nella politica pubblica. Si basa su un presupposto discutibile e fa scivolare le politiche pubbliche verso una forma paternalistica di ‘ingengeria sociale’. Ci sono buone ragioni per credere che la ragione principale per cui commettiamo così tanti errori sub-ottimali non è tanto questo discutibile presupposto del sovraccarico di informazioni quanto una mancanza di tempo di qualità in cui vagliare le proposte, insieme alla mancanza di risorse per consultare esperti che possano consigliarci.

Il precariato è veramente svantaggiato in questo senso. Il reddito di base potrebbe aiutare a porre rimedio a questa situazione consentendo ai precari di destinare più tempo ad attività deliberanti. E questo è particolarmente importante rispetto ai rapporti con lo stato stesso e ai problemi burocratici in cui il precariato è impigliato.

Il reddito di base aumenterebbe la sicurezza economica personale. Vi è anche una necessità di rafforzare la democrazia deliberativa, o scholé, nel senso di coinvolgere le persone al punto da renderle partecipi attivamente al processo di definizione delle politiche pubbliche. Uno dei problemi sollevati dalla società di mercato mercificata è che il lavoro e il consumo tendono a escludere le attività oltre il lavoro salariato e il tempo libero che non sia svago e consumo. Negli Stati Uniti, per esempio, negli ultimi decenni la quantità di tempo dedicata al tempo libero attivo è diminuita. E in tutto il mondo, in particolare nei paesi ricchi industrializzati, l’impegno politico si è assottigliato. La gente non solo crede di non avere tempo per partecipare, ma crede anche di non avere la conoscenza per farlo.

In breve, vi è una crescente necessità di liberare il tempo per la riflessione politica per tutti e in particolare per la classe emergente del precariato. Abbiamo bisogno di una prospettiva storica. Un’argomentazione dei primi repubblicani americani era che il voto doveva essere limitato ai proprietari sulla base del fatto che questi costituivano l’unico gruppo con abbastanza tempo da dedicare alla complessità del processo politico. Nello stesso spirito, Alexis de Tocqueville, l’osservatore più citato sebbene il meno letto, argomentava che il progresso intellettuale di una nazione dipendeva dalla facilità con cui una persona media poteva vivere senza lavorare.

Il punto importante, ben compreso dagli antichi greci, è che una vera e propria partecipazione politica, essenziale per una buona società, richiede l’impiego del tempo, della  conoscenza e dei meccanismi per renderla possibile e probabile. Ma in una società moderna mercificata le persone sentono di non avere il tempo o la voglia di preoccuparsi, di informarsi su questioni politiche, per non parlare di impiegare il loro tempo in intense attività  politiche. Questo li rende facili bersagli del sentimentalismo, di chi gioca sull’ignoranza per vendere programmi populisti e di politici carismatici, il prodotto finale in una società depoliticizzata. Quali sono le parole che piacciono alle masse? ‘Cambiamento’? ‘Meno  stato’? ‘Meno tasse’? Noi ve le vendiamo e vi offriamo più di quanto facciano gli altri venditori.

La mercificazione della politica è associata all’assottigliamento della politica, definita in funzione al tempo che la persona media vi dedica, alla propensione a votare e al grado di conoscenza civica delle problematiche e di interesse per esse. Negli ultimi anni molte meno persone sono iscritte a partiti politici tradizionali. Nel Regno Unito, per esempio, nel 1950 una persona su undici era iscritto a un partito politico; nel 2010 il valore passa a una persona su novanta. Come sappiamo, la politica è stata rilevata da società di servizi specializzate nell’arte della ‘formazione del linguaggio del corpo’ e degli ‘slogan’. Le elezioni si vincono o si perdono attraverso battaglie tra competenze commerciali e genialate. Nessuna strategia degna di essere descritta come progressista può ignorare o accettare questa tendenza, che è insita in una società di mercato.

Così, come misura minore per combatterla, si potrebbe proporre che il reddito di base venga istituito come contributo alla scholé, un pagamento mensile universale condizionato a un criterio: che il beneficiario firmi una dichiarazione prendendo un impegno morale a partecipare in qualche modo al processo politico, votando alle elezioni  politiche o amministrative e partecipando almeno ad un incontro pubblico all’anno in cui le questioni politiche saranno discusse apertamente.

Non si tratta di costringere le persone a partecipare attivamente o penalizzare chi non si conforma. L’accento va posto sulla persuasione e sul fascino della responsabilità civica. Tuttavia, si può essere certi che l’impegno morale dovrebbe avere un effetto positivo sul livello della democrazia deliberativa e sarebbe una discreta arma contro l’ariete di una società di mercato mercificata. Come spesso accade, fortunatamente c’è un precedente. Ad Atene, nel 403 a.C., tutti i cittadini ricevevano un contributo in riconoscimento della loro attesa partecipazione alla vita della polis. I contributi alla scholé, o i contributi di consolidamento e di partecipazione si inserirebbero nella nobiltà di quella tradizione.

Conclusioni

Il precariato globale è la nuova classe pericolosa, nel senso che milioni di persone sono socialmente, culturalmente ed economicamente precarie e prive di attività e identità che diano loro pieni diritti di cittadinanza. Questa condizione rischia probabilmente di avvicinarle a posizioni populiste e neo-fasciste – come sta avvenendo in gran parte d’Europa – a meno che o fino a quando venga proposta una politica del paradiso praticabile.

Questo documento ha evidenziato tre sfide – l’assottigliamento della democrazia, la riduzione di diritti legata alla precarietà economica e la perdita di controllo sulle risorse chiave della società dei servizi. La sfida futura sarà quella di creare una politica del paradiso nella quale venga data una rilevanza rinnovata alla trinità di antica tradizione. Per una strategia di costruzione di cittadinanza sul lavoro mirata al precariato abbiamo bisogno di misure come contributi alla scholé, fondi di capitale e associazioni professionali.

La domanda finale è qualcosa che tutti dovremmo chiederci: Che cosa animerà una politica del paradiso al punto di trasformarla dalla sfera del desiderabile a quella della realtà? E’ una domanda su cui gli storici disputano dopo ogni trasformazione. Una lezione imparata dopo la nascita dei sistemi di welfare è che la politica della classe operaia si è definita e formata attraverso le lotte e non ovviamente pianificata in anticipo (Przeworski, 1985). Queste lotte furono innazitutto lotte  per il riconoscimento e la rappresentanza. L’azione collettiva si trasferì poi da questi concetti alla redistribuzione. La lotta iniziale per il riconoscimento è stata incoraggiata dalla consapevolezza dei progressisti che le vecchie classi progressiste avevano cessato di essere l’avanguardia di una politica progressista. Siamo di nuovo in quel guado.

 

 

Riferimenti Bibliografici

Przeworski, Adam (1985), Capitalism and Social Democracy: Studies in Marxism and Social Theory (Cambridge and New York, Cambridge University Press).

Thaler, Richard, and Sunstein, Cass (2008), Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth and Happiness (New Haven, Yale University Press).

Standing, Guy (2010), Work after Globalisation: Building Occupational Citizenship (Cheltenham and New York, Elgar).

— (2011a), “Responding to the crisis: Economic Stabilisation Grants”, Policy and Politics, Vol.39, No.1, pp.9-25.

http://www.ingentaconnect.com/content/tpp/pap/2011/00000039/00000001/art00003

— (2011b), The Precariat – The New Dangerous Class (London and New York, Bloomsbury).

Note

[1]    L’autore usa questo neologismo che combina l’idea di ‘professionista’ (professional) con quella di tecnico (technician) per indicare quei lavoratori come consulenti o lavoratori autonomi le cui competenze sono altamente spendibili sul mercato e che gli permettono di guadagnare redditi alti (N.d.T.).

[2]    La falsa consapevolezza può andare nell’uno o nell’altro verso, nel sentire di non appartenere ad una classe quando oggettivamente se ne fa parte o sentire di appartenere ad una classe quando oggettivamente possa sembrare irrazionale esserne inclusi.

[3]    Il reddito sociale può essere definito come la combinazione di tutte le possibili fonti o forme di reddito – auto-produzione, salario, benefit aziendali, indennità statali, community benefit (trasferimenti dalla famiglia e dalle comunità locali) e indennità private (reddito da investimenti e risparmi). Tutti hanno bisogno di almeno una di queste fonti di reddito per poter sopravvivere. La struttura del reddito sociale complessivo varia nel tempo, nello spazio e a seconda della classe socio-economica di appartenenza.

[4]    Per entitlement si intende un diritto positivo, ben distinto da un diritto naturale (N.d.T.).

[5]    Per ironia della sorte, il lavoro domestico è considerato un’attività per determinare se una persona debba essere esclusa dall’indennità di invalidità, mentre se qualcuno svolge una tale attività e non cerca lavoro viene considerata come se non lavorasse e quindi non avente diritto ad altre tipo di indennità.

[6]    Per profiling si intende l’analisi comportamentale e psicologica di una persona per prevederne o valutarne le capacità in una data sfera o per identificare un particolare gruppo di persone (N.d.T.).

[7]    L’idea nasce dal bestseller dell’economista Richard Thaler e del giurista Cass Sunstein, Nudge: Improving Decisions Abouth Health, Wealth, and Happiness. Secondo i due autori gli uomini fanno spesso scelte sbagliate e hanno bisogno di una ‘spinta gentile’ (nudge, appunto) per essere indirizzati verso la scelta giusta. Basta quindi modificare l’ambiente in cui vengono prese tali scelte per ottenere esiti differenti. La filosofia dei due studiosi ha convinto Obama che ha affidato a Sunstein la supervisione dei processi di riforma degli Stati Uniti e David Cameron che ha istituito una Nudge Unit al numero 10 di Downing Street per applicare le tesi dell’economia comportamentale in diversi settori, dalla sanità alle pensioni, dall’ambiente ai consumi energetici (N.d.T.).

[8]    L’autore fa riferimento a Janet Abu-Lughod che, all’inizio degli anni ’90, constatando la scarsa sistematicità del dibattito attorno al tema della globalizzazione, sosteneva, in tono elegantemente provocatorio, che esso non andasse oltre il livello di un ‘balbettio globale’ (N.d.T.).

[9]    Per esempio, la nozione di ‘diritti del lavoro’ è fuorviante e non egualitaria, poiché implica che coloro che svolgono alcuni tipi di attività meritano dei diritti di cui non godono coloro che svolgono altre forme di attività. Questi diritti sono entitlement che derivano dal fatto di svolgere attualmente un lavoro o di averlo svolto in passato oppure di impegnarsi a svolgerlo nel futuro.

[10]  Un problema con la ‘cittadinanza economica’ è che racchiude in sé un’implicita inclinazione per l’uso e l’esaurimento delle risorse, oltre che per la ‘crescita’ e il lavoro.

 

 

Guy Standing Professor of Economic Security University of Bath, UK Co-President, Basic Income Earth Network (BIEN)

Traduzione di Sabrina Del Pico

Tratto da: Atti del Meeting Bella, disarmante, semplice. L’utopia concreta del reddito garantito – Roma 9 e 10 giugno 2011.

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