Poletti, un precario deve indebitarsi per avere una pensione


Roberto Ciccarelli
Pensioni. Il ministro del lavoro Giuliano Poletti dà ragione a Tito Boeri (Inps), ma esclude il reddito minimo o una riforma del fisco e del Welfare: “I giovani non hanno alternative: devono versarsi i contributi per avere una pensione”. Per chi è disoccupato, o lavora in maniera intermittente, questa nuova uscita significa indebitarsi per una pensione che non avrà mai

Per un giovane non ci sono «soluzioni alternative» per avere una pensione se non quella di pagare i contributi. Lo sostiene il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a cui è stato chiesto un parere sull’allarme lanciato dal presidente dell’Inps Tito Boeri: per avere una pensione decente i trentenni di oggi dovranno lavorare fino a oltre 70 anni con un assegno inferiore del 25% rispetto a quello percepito dai genitori nati dopo il 1945. «Un giovane oggi — ha spiegato Poletti –ha una buona ragione per dare i contributi se vuole avere una previdenza. Siccome soluzioni alternative che gli garantiscano un risultato migliore dell’attuale non mi risulta siano state immaginate, mi sembra giusto che la collettività si faccia carico di garantire che un cittadino abbia la pensione». «Presumo che Tito Boeri abbia ragione» e che «quando fa queste affermazioni abbia fatto tutte le valutazioni del caso. Non posso confermare né smentire i dati — ha aggiunto Poletti — sappiamo che è un tema complesso e delicato». «Il Governo è consapevole che questi elementi sono figli di carriere discontinue e contratti non stabili. Per questo stiamo promuovendo una stabilizzazione del lavoro, agendo sui contratti, sul part time in uscita».

Nella settimana più pazza del suo mandato Poletti è riuscito a creare una polemica devastante attaccando i «fuoricorso» all’università che si laureano con 110 a 28 anni e non con 97 a 21 (confondendo laurea triennale e specialistica); ha creato un pandemonio sull’abolizione dell’orario di lavoro e sul cottimo (che non ha mai detto) mentre voleva estendere la contrattazione ai lavori che non si misurano solo con l’orario, ma con l’opera. Al culmine di una bulimia argomentativa, ora Poletti sostiene che il quadro devastante di Boeri è vero (in realtà è molto peggio) ma i «giovani» precari devono continuare a pagare i contributi con soldi e un lavoro che non hanno.

Ci vorrebbero contratti stabili e retribuiti e Poletti li vede arrivare con il Jobs Act. Ma così non è: ormai si sa che la «riforma» aumenta solo l’occupazione degli over 55 e il «contratto a tutele crescenti» vale praticamente per chi aveva un lavoro precario prima. La «stabilizzazione» riguarda chi un lavoro ce l’ha già e durerà il tempo dei 3 miliardi di incentivi. Poi si ricomincerà di nuovo a correre nelle porte girevoli tra la precarietà e la disoccupazione. Per chi ha tra i 25 e i 49 anni le speranze sono poche. Singolare è l’idea di Poletti per cui «non sono state immaginate soluzioni alternative». Queste soluzioni esistono: si chiamano «reddito minimo» (prospettato da Boeri) riforma della progressività del fisco e del welfare, investimenti produttivi. Escludendo tutto ciò Poletti impone la disperante legge dell’esistente.

Il linguaggio del potere sta creando tranelli linguistici a go go: spaccia precarietà per stabilizzazione; invita chi non ha redditi da lavoro a indebitarsi per pagarsi i contributi di una pensione che non avrà. Seduto su una bomba sociale, il governo abusa di una truffa linguistica e cancella la vera questione sociale. Le vittime sono due generazioni e i loro figli. C’è qualcosa di peggio della distorsione della precarietà: cancellare la sua realtà.

Tratto da Il Manifesto

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