Philippe Van Parijs e il nuovo universalismo europeo


Roberto Ciccarelli

Phi­lippe Van Parijs rac­conta che l’idea del red­dito uni­ver­sale, quella per cui oggi è uni­ver­sal­mente noto, la for­mulò nel 1982 quando il Bel­gio – il paese dove vive e inse­gna all’università di Lova­nio – era afflitto da una disoc­cu­pa­zione ende­mica. «Allora c’era la cre­scita eco­no­mica – ricorda nel corso dell’incontro avuto in una pausa del salone dell’editoria sociale che si è tenuto nel fine set­ti­mana scorso a Roma -. La rispo­sta dei padroni come dei sin­da­cati a que­sto para­dosso era di aumen­tare la cre­scita attra­verso l’aumento della pro­dut­ti­vità. Una solu­zione che non ha fun­zio­nato allora e non può fun­zio­nare oggi quando le pro­spet­tive di cre­scita sono remote. Eppure sia la sini­stra che la destra con­ven­gono su un punto: la cre­scita resta l’unica con­di­zione per dare lavoro. Que­sta alleanza si è sal­data ancora di più negli ultimi anni. Su di essa oggi biso­gna eser­ci­tare un dub­bio siste­ma­tico. Rispetto a trent’anni fa il Pro­dotto interno lordo è supe­riore, ma la disoc­cu­pa­zione è aumen­tata ancora di più. Sotto la spinta delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali, si con­ti­nua a insi­stere su un pro­getto che crea enormi pro­blemi etici e sociali. Biso­gna dare più sicu­rezza sociale a tutti, par­tendo dai biso­gni di cia­scuno, supe­rando l’idea della cre­scita a tutti i costi. Que­sto è l’unico modo per libe­rarsi del para­dosso di Easter­lin: la cre­scita del Pil non ci rende più felici. Per que­sto sono con­vinto che il red­dito uni­ver­sale inteso come allo­ca­zione uni­ver­sale sia una soluzione».

Come spiega que­sta iden­tità di vedute tra la sini­stra e la destra sulle poli­ti­che eco­no­mi­che europee?

È para­dos­sale che la Spd tede­sca abbia fatto riforme che hanno sman­tel­lato con­qui­ste del movi­mento social­de­mo­cra­tico. Ho incon­trato recen­te­mente Gerard Schroe­der in un con­ve­gno dove abbiamo par­lato della sua Agenda 2010. Le misure prese dal suo governo in Ger­ma­nia por­ta­rono alla vit­to­ria di Angela Mer­kel, alla scis­sione della Spd e alle sue dimis­sioni da Can­cel­liere. Per­ché lo ha fatto? Per lui era neces­sa­rio a garan­tire la com­pe­ti­ti­vità tede­sca. La stessa cosa la pensa Mer­kel. Le ultime cifre dimo­strano che non è più così, la Ger­ma­nia non cre­sce ma appro­fitta degli effetti nega­tivi pro­dotti sull’economia dei suoi vicini. Oggi non è la demo­cra­zia a imporre le sue regole ai mer­cati, ma sono i mer­cati a imporre le loro alla demo­cra­zia. Per sal­vare i nostri sistemi di soli­da­rietà sociale dalla com­pe­ti­zione sociale e fiscale biso­gna por­tarli a un livello supe­riore. Il wel­fare non si sal­verà dalla mor­tale pres­sione della com­pe­ti­ti­vità se il mer­cato euro­peo non ope­rerà sulle basi di un Eurodividendo.

Di cosa si tratta?

Non è un sus­si­dio alla disoc­cu­pa­zione invo­lon­ta­ria, cate­go­ria dif­fi­cile da defi­nire. Si tratta invece di un red­dito uni­ver­sale di 200 euro men­sili a testa per i resi­denti nell’Unione Euro­pea che pagano le tasse. Lo si può finan­ziare con un’imposta sul valore aggiunto del 19% a livello euro­peo ed è modu­la­bile sul costo della vita. Per i paesi ric­chi non cam­bie­rebbe molto, però in paesi poveri come la Roma­nia il red­dito medio cre­sce­rebbe del 40%. Lo stesso effetto mol­ti­pli­ca­tore potrebbe avve­nire negli altri paesi. È una deci­sione poli­tica. L’Europa dimo­stre­rebbe di essere qual­cosa in cui ci si può iden­ti­fi­care, piut­to­sto che una buro­cra­zia senza cuore. Con un Euro­di­vi­dendo paghe­rebbe la prima parte del red­dito di tutti e, in più, per­met­te­rebbe di sta­bi­liz­zare i sistemi fiscali di tutti i paesi ade­renti all’Unione Euro­pea oggi for­te­mente divergenti.

Per­ché finan­ziarlo con l’Iva e non, ad esem­pio, con un sistema pro­gres­sivo di tas­sa­zione a livello continentale?

Per­ché l’Iva è la tassa più comune in Europa, men­tre la tas­sa­zione pro­gres­siva sui red­diti varia note­vol­mente di paese in paese ed è una que­stione poli­tica sen­si­bile. In secondo luogo per­ché le tasse sui red­diti oggi sono poco più pro­gres­sive dell’Iva. Per finan­ziare l’Eurodividendo potrebbe essere usata anche la Tobin tax o la Car­bon tax, ma l’importo sarebbe molto basso. Secondo alcune pre­vi­sioni otti­mi­sti­che avremmo a livello euro­peo un divi­dendo com­preso tra 10 e 14 euro.

Quando si parla di red­dito uni­ver­sale, o di cit­ta­di­nanza, la destra come la sini­stra rispon­dono che non si pos­sono «rega­lare» soldi senza chie­dere nulla in cam­bio. Come risponde a que­sta obiezione?

Si potrebbe doman­dare a que­ste per­sone quanto ci coste­rebbe fare una guerra con gli stati vicini. Oppure quanto otte­niamo dal fatto che in Europa c’è una mag­giore con­cor­renza tra le imprese e che la mobi­lità tra i nostri paesi ci per­mette di essere più pro­dut­tivi. Nes­suno lo sa e nes­suno lo saprà mai. È certo però che que­sti bene­fici siano distri­buiti in modo molto dise­guale nella popo­la­zione euro­pea. Gli Stati sono sem­pre più vul­ne­ra­bili per­ché per­dono i con­tri­buenti netti che emi­grano verso migliori con­di­zioni di vita e di lavoro, men­tre attrag­gono solo bene­fi­ciari netti. È un sistema che va rie­qui­li­brato a livello euro­peo anche per ren­dere più pre­ziose le com­pe­tenze esi­stenti. Un mode­sto Euro­di­vi­dendo è un modo sem­plice ed effi­cace per garan­tire che alcuni di que­sti bene­fici rag­giun­gano ogni euro­peo in modo tangibile.

In un’ormai cele­bre inter­vi­sta al «Wall Street Jour­nal», nel 2012 il gover­na­tore della Bce Mario Dra­ghi sostenne che il modello euro­peo di wel­fare era supe­rato per­ché non offre solu­zioni alla disoc­cu­pa­zione gio­va­nile. Per que­sto i sostiene che biso­gna pro­se­guire con le poli­ti­che di auste­rità, di libe­ra­liz­za­zione e di pre­ca­riz­za­zione del lavoro a favore delle imprese. Ricette molto lon­tane da un’idea di giu­sti­zia sociale…

Que­sta impo­sta­zione non affronta il vero nodo euro­peo. Da un lato, pre­tende dagli Stati di modi­fi­care pro­fon­da­mente sistemi di wel­fare state anche molto diversi. Dall’altro lato non si pre­oc­cupa di creare mec­ca­ni­smi di sta­bi­liz­za­zione a livello sovra­na­zio­nale con i quali gestire la crisi. L’Eurozona non è più soste­ni­bile in que­sto modo. Abbiamo biso­gno di una sicu­rezza sociale per tutti che com­bini la giu­sti­zia sociale con il dina­mi­smo economico.

Sta pro­po­nendo un wel­fare sovra­na­zio­nale, visto che quelli nazio­nali non ven­gono solo tagliati, ma sono sem­pre più inefficienti?

I nostri sistemi sono troppo diversi e in più hanno un pro­blema di soste­ni­bi­lità. Asso­dato che si tratta di rifor­mare i wel­fare nazio­nali in senso uni­ver­sa­li­stico, cerco di rifor­mu­lare l’idea di una giu­sti­zia sociale al di là della comu­nità o dello stato-nazione. Nel mezzo c’è que­sta cosa strana dell’Unione Euro­pea. Oggi i nostri gover­nanti la pen­sano come un’impresa. Lo stesso fanno per gli Stati. Entrambi ven­gono con­si­de­rati come un sup­porto ai movi­menti dei capi­tali, ma non dicono mai nulla sui fat­tori di pro­du­zione. L’Eurodividendo andrebbe a soste­nere i sin­goli sistemi sociali e li inte­gre­rebbe in un sistema di pro­te­zione con­ti­nen­tale, garan­tendo la pos­si­bi­lità di un equi­li­brio tra la giu­sti­zia sociale e l’economia.

Esi­ste una forza capace di tra­sfor­mare un’Europa che non è un aggre­gato di stati sovrani che coo­pe­rano per il bene comune, men­tre le poli­ti­che di auste­rità fanno rie­mer­gere il nazio­na­li­smo, il popu­li­smo e la xenofobia?

Jon Elster la chiama «forza civi­liz­za­trice dell’ipocrisia». È all’opera quando anche chi è mosso da inte­ressi egoi­stici è costretto a sosti­tuire l’interesse per­so­nale o poli­tico con il ragio­na­mento impar­ziale. Que­sto pro­cesso può influire su una poli­tica che favo­ri­sce la capa­cità di deli­be­ra­zione comune tra i popoli euro­pei. La crea­zione di fede­ra­zioni tra i par­titi euro­pei, come la com­pe­ti­zione tra i can­di­dati alla pre­si­denza della Com­mis­sione che c’è stata nelle ultime ele­zioni vanno in que­sta dire­zione. La crea­zione di col­legi euro­pei da 25 depu­tati potrebbe essere un altro stru­mento. La società civile e i movi­menti potreb­bero spin­gere i lea­der poli­tici a fare appello a una qual­che nozione di inte­resse gene­rale. Que­sti lea­der pos­sono essere più o meno sin­ceri, ma la neces­sità di sem­brare brave per­sone rispetto al loro elet­to­rato finirà per inci­vi­lire non solo le loro parole, ma anche le loro politiche.

Articolo tratto da Il Manifesto il 22 ottobre 2014