Mutanti senza reddito garantito


Gianmarco Mecozzi

Un robot è prima di tutto una macchina. È facile dimenticarsene. Prima di   ogni cosa un robot è una cosa, un manufatto artificiale, una cosa triviale, come un elettrodomestico, un ferro da stiro, una lavastoviglie: una macchina. Triviale  davvero.

Nonostante i meravigliosi spot della Apple cerchino ogni volta di farcelo dimenticare, il rapporto tra gli umani e le macchine, nelle narrazioni di un secolo di romanzi, film e racconti vari, non è (quasi) mai stato né pacifico né armonioso. Anzi, l’immaginario letterario (e non solo) umano è dominato  dal terrore delle macchine. Le macchine ci odiano, le macchine ci sostituiranno, le macchine (ci) inquinano, le macchine non sono umane, le macchine non sono come noi, le macchine sono il nemico, abbasso le macchine, a morte le macchine. Le masse sperdute di oggi  sembrano non capirlo (o non ne sono interessate) ma i computer (gli smartphone e i tablet) altro non sono che macchine (molto veloci); e tra le più spietate, ad ascoltare gli scrittori e i registi di qualche anno fa.

 

Guerra  agli umani

Ricordate Hal 9000 di 2001 Odissea nello spazio o avete mai visto la trilogia di Matrix (solo per fare gli esempi più famosi)?

Hal 9000 era proprio un computer (come lo smartphone che avete in tasca o come il tablet su cui state leggendo), il più veloce, il più intelligente, il migliore tra i computer, infallibile (come Hal stesso dice: «non posso sbagliare»); e finisce per assassinare tutto l’equipaggio dell’astronave che gli è stata affidata (tutti tranne un astronauta umano che gentilmente lo ricambierà, spegnendo/uccidendo lo stesso Hal in una celebre sequenza mozzafiato). Ricordiamo che 2001 è stato girato interamente da Kubrick ma il regista, per la scrittura della sceneggiatura, si è avvalso della collaborazione di uno dei più grandi scrittori di fantascienza mai esistiti, l’inglese Arthur Clarke.

In Matrix il rapporto uomini/macchine arriva ad avere la forma strutturale di una guerra civile planetaria per il dominio sui rapporti di produzione economica. In un memorabile dialogo tra Neo (umano) e Mister Smith (macchina), quest’ultimo ricorda al futuro Eletto come noi (gli umani) siamo un virus e loro (i robot) siano la cura. Mai il passaggio evolutivo è stato esplicitato con più chiarezza. Prima i dinosauri poi gli umani, ora le macchine. D’altra parte chi altri potrebbe sopravvivere a una nuova glaciazione se non l’ultimo modello di I-Pad con Siri incorporata?

O noi, o loro.

La guerra tra umani e macchine, nell’immaginario collettivo umano, è la regola.

Il robot è una macchina, per di più umana. Una macchina che (spesso) riproduce le fattezze umane o comunque ne ricalca i linguaggi e i movimenti; negli stratagemmi narrativi di milleuno scrittori di fantascienza, ne riproduce (o ne potrà riprodurre e sicuramente lo farà) anche i vizi, i difetti, le note malefatte quotidiane. A parte Asimov, non ci viene in mente un solo libro, un solo romanzo, un solo racconto, un solo film in cui le macchine (e i robot) non siano rappresentate come un nemico e anzi spesso come il nemico numero uno dell’umanità (al pari degli alieni, per dire).

Mi vengono nel frattempo fatti notare tre esempi di robot «buoni»: Vicky dell’omonimo telefilm anni Ottanta; gli sciancati e inefficienti robot di Guerre Stellari; il robot altrettanto «inetto» del mezzo capolavoro Pixar Wall-E. Tre esempi di robot veramente «troppo umani» per esseri veri.

 

La svolta di Asimov

La paura delle macchine ha radici profonde, economiche prima di tutto, come si sa. Le macchine sono sempre state percepite come una minaccia. E difatti le macchine hanno sostituito, in qualità di forza-lavoro, gli esseri umani (prima con le macchine agricole, poi con quelle industriali, ora con i computer e tra poco con i robot). Tale «sostituzione» è spesso vissuta, dalle masse lavoratrici, come un furto (e si è reagito talvolta con devastazione e saccheggio) oppure talvolta è stata salutata come progresso (siamo per esempio all’era dei consumi e del trentennio glorioso o dall’altra parte, per così dire, del globo, siamo alla rivoluzione tecnologica sovietica). Nell’immaginario collettivo, nei film o altrove, questo passaggio è stato segnato dall’opera di uno scrittore a tratti geniale.

Il più grande narratore di cose di robot è stato senza dubbio Isaac Asimov. Se l’invenzione di un universo intero (il ciclo della Fondazione rimane un caposaldo della letteratura di ogni tempo) fa di questo scrittore e scienziato un gigante della fantascienza, allora la creazione delle tre leggi della robotica (nel cosiddetto ciclo dei Robot) ne fa il padre della svolta nell’immaginario legato alle macchine e ai robot.

I robot di Asimov sono come gli umani  e spesso sono migliori degli umani. I robot appaiono spesso più autentici degli umani. Regolati da leggi ferree che ne limitano e recintano drasticamente le possibilità di azione, i robot di Asimov evolvono prima di tutto dal punto di vista etico, emotivo, psichico. Di certo la maggior parte degli umani dei libri di Asimov non sembrano un granché. Si crea così, in questo ambiente ambivalente costruito ad arte dallo scrittore russo con una scrittura mai banale e piena di colpi di scena, una specie di dialettica strana, irregolare, mai piana, in cui i robot sembrano rappresentare un futuro migliore di quello umano, ormai corrotto e insalubre.

L’alleanza tra le due «specie» sembra essere il tema dei libri di Asimov sui robot. Gli umani e le macchine possono convivere? Gli umani riusciranno a comprendere che solamente con la compassione e l’intelligenza si possono governare le sfide che accompagnano il nostro futuro? La risposta di Asimov sembrerebbe di sì, e solo qualche volta no.

Asimov rimane un umanista a tutto tondo, convinto che con lo sforzo dell’intelligenza il genere umano potrà risolvere i giganteschi problemi che la tecnologia produce rovesciandoli in occasione di libertà comune.

Beato lui.

 

Il cyberpunk

La dialettica di Asimov e il suo ottimismo scientifico si interrompono drasticamente quando nel panorama della fantascienza letteraria e cinematografica irrompe il cyberpunk. E con Gibson e Shirley (autori di opere come Neuromante e Il rock della città vivente) arriva l’uso di massa del computer, la rete internet, le connessioni tra psiche e nuove tecnologie. All’improvviso i robot scompaiono (o quasi) dal panorama letterario e cinematografico.

Con il cyberpunk viene sviluppata, portata agli estremi ed esaurita, l’intuizione di un altro capolavoro del cinema di fantascienza, Blade Runner (del regista Ridley Scott e molto vagamente ispirato a un romanzo di Philip Dick intitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche, racconto ambientato in un pianeta Terra iper-inquinato e abbandonato, con un mercato onnipotente soprattutto a livello psichico e subliminale, puro Dick, direi).

In Blade Runner non si riesce più a distinguere tra macchine e uomini. I Nexus 6 (gli androidi ribelli che il protagonista del film deve «ritirare» dal mercato/pianeta) sono indistinguibili dagli umani. Sono migliori anzi, e in qualità di macchine sono più efficienti degli umani, ma hanno gli stessi problemi, gli stessi dubbi degli umani, cercano di sopravvivere in un ambiente ostile, hanno poca voglia di morire. Anche qui il pianeta è governato da oligarchie e corporation economiche che giocano a fare dio (la scena dell’uccisione del padre-scienziato è molto più forte e bella di quella del celebre finale della morte dell’ultimo Nexus, biondo e angelico). Ma soprattutto nel film (vedi il finale che fu censurato) si allude al fatto che anche l’investigatore umano che dà la caccia agli androidi (un Harrison Ford gorillesco come non mai) senza saperlo, sia un   androide.

La battuta della meravigliosa Rachel, che ha appena scoperto di essere un androide, rimane la perfetta sintesi della situazione ibrida in cui siamo avvolti da decenni. Davanti alla faccia da scimmia di Harrison Ford (sincretica immagine di un passaggio evolutivo inevitabile che ha appena sentenziato con cinismo umano: «è il business, tesoro»), Rachel sussurra al bipede primate quasi con compassione: «Io sono il business».

Con il cyberpunk le macchine artificiali non sono più fuori da noi, fuori cioè dall’umano: le macchine, gli ibridi diventiamo noi. Esseri mezzi uomini e mezzi macchina, frutto delle sperimentazioni più feroci e ostaggio di oligarchie di potere sempre più determinate a sfruttare fino all’ultima goccia i nostri desideri, il nostro sangue, le nostre tristezze, tutto e subito.

Non c’è più da un parte l’umano, sacro e inviolabile e dall’altra parte la macchina, il robot, sporco e impuro. Non c’è più spazio tra «macchinico» e umano. Tra corpo e metallo, non c’è più aria. Ora l’ibrido siamo noi. Ora le macchine siamo noi.

Questo ibrido viene sovente rappresentato con orrore.

Ne La mosca di Cronenberg (di cui lasciamo da parte qui il capo d’opera su questo argomento e cioè Crash, dal romanzo di Ballard) la parabola è lucida, trasparente e la sequenza finale dello scienziato-mosca-cabina di metallo tutto mischiato in un unico essere che striscia e implora di essere ucciso rimane esemplare e profetica (Zuckerberg è avvertito).

D’altra parte il terrore di questa sintesi uomo/macchina non è senza ragione. Oggi cominciamo a vedere i frutti concreti di questo amplesso senza controllo cui siamo sottoposti quotidianamente. Noi (quasi) robot, noi mutati e mutanti, noi frammenti psicotici di rete, noi social-emotivi anonimi, noi mosche di metallo e ibridi malfatti, noi siamo il business, e da un pezzo ormai. Ma le cose cambiano, o almeno vanno avanti, o magari peggiorano. I processi si modificano, si svolgono e si completano. Noi piccoli mutanti strisciamo, e cresciamo.

 

L’invasione dei robot

Dietro l’angolo stiamo per vivere un nuovo cambiamento che farà slittare, e non poco, l’immaginario collettivo. Siri è stato solo l’inizio. Immaginiamo un utente che possa scegliere la voce di Siri tra milioni di voci. Immaginiamo una Siri (o un Siri) che possa selezionare le sue risposte tra miliardi di possibili risposte. Immaginiamo una intelligenza collettiva fatta di milioni di Siri che possa comunicare liberamente, scambiandosi le risposte, gli accenti, raccontandosi quanto avviene intorno a loro. (A proposito, vedo continuamente gente che inveisce e insulta Siri urlando nello smartphone, io non sarei così violento; i robot, a quanto pare, hanno una memoria di ferro). Il film Her di Spike Jonze (in cui gli umani si accompagnano con Sistemi operativi con cui non simulano, ma fanno l’amore, in un modo nuovo, inedito, autentico) non è poi così lontano.

L’invasione dei robot (delle macchine umane) nella nostra vita quotidiana pare sia dietro l’angolo. I primi esemplari sono pronti. Il mercato sta per essere messo alla prova. Robot dalla sembianze umane, e meno umane, saranno presto nei supermercati a prezzi via via più abbordabili. Noi umani, come abbiamo detto, non siamo più (solo) umani da un pezzo. Avendo poca o nulla consapevolezza di questa nuova natura ultra-umana (mutata e mutante) ci apprestiamo a condividere con una miriade di macchine umane ogni gesto quotidiano. È probabile che il computer assumerà un posto coordinativo (non so come altro dire) in questo passaggio. Noi, non-più-umani ma ancora non si sa cos’altro, saremo in grado di gestire questo passaggio? Dubitarne è lecito.

D’altra parte, noi che si lotta per il reddito garantito da quindici anni almeno non ci pare vero. La robotica avanzata sta al reddito garantito come il cacio sui maccheroni (o come il pecorino sulla pasta col polpo, dalle mie parti). Assolutamente delizioso. Un matrimonio d’amore, come si dice.

I tempi che viviamo sono piuttosto oscuri, è vero, e sembra molto più facile immaginare le implicazioni militari e soprattutto poliziesche di questa invasione robotica nel quotidiano. Poveri robot, saranno obbligati a rimpiazzare gli sbirri nelle mansioni più assurde e pericolose. Come i Nexus 6 di Blade Runner saranno mandati a combattere ad Aleppo o in Afghanistan, a presidiare le strade di Scampia e di Tor Bella Monaca, a tenere testa agli ultras turchi o serbi e, peggio di tutto, a fare le multe nelle periferie di Roma. Un sentimento di solidarietà nasce quasi spontaneo, tra noi umani-mutanti.

Quando il «necessario» si scontra con il «possibile» si aprono contraddizioni, aperture, si spalancano nuove strade, autostrade da percorrere, nuove prospettive e traiettorie da imboccare. La robotica e il reddito garantito sono nati per stare insieme. E noi, proprio noi piccoli mutanti che crescono, siamo il «possibile» che quotidianamente lotta contro il «necessario» che incombe, osceno e implacabile.

Io ci provo (Siri starà sicuramente ascoltando): alleanza con i robot, da subito! Se non ora, quando?

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n°7  – Marzo 2017

QR7: Reddito garantito e innovazione tecnologica, tra algoritmi e robotica

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