Mercato del lavoro: il giallo dei dati e la necessità di un reddito garantito


Andrea Fumagalli

Come per ogni thriller che si rispetti, partiamo dai fatti, o meglio, dai comunicati stampa

Il 9 settembre, il  ministero del lavoro rende noto i dati relativi alle comunicazioni obbligatorie relative ai licenziamenti e alle assunzioni del II trimestre 2016 (aprile-giugno). In sintesi, il quadro che emerge si può facilmente riassumere nel seguente quadro: calano le assunzioni e aumentano i licenziamenti complessivi  (+7,4% su base annua).

Nel periodo considerato, infatti,  i licenziamenti sono stati 221.186, (15.264 in più, rispetto al secondo trimestre 2015). Da notare, che sono aumentati quelli promossi dal datore di lavoro (+8,1%) mentre si sono ridotte le dimissioni del lavoratore (-24,9%). Si cominciano così a registrare gli effetti della liberalizzazione dei licenziamenti padronali, introdotta dal Jobs Act.

Fra le assunzioni risultano invece in netto aumento, del 26,2%, gli avviamenti in apprendistato, mentre calano vistosamente (- 29%) le assunzioni con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Si sta così verificando un effetto sostituzione, che ha cause ben precise. Da un lato, come era prevedibile, la riduzione dei forti incentivi fiscali, ridotti di quasi 2/3 dal 1 gennaio 2016, ha penalizzato il ricorso al contratto a tutele crescenti, fiore all’ occhiello del Jobs Act, dall’altro, il maggior ricorso all’apprendistato (a basso costo) è il frutto dell’avvio del progetto Garanzia Giovani. In altre parole si sostituisce lavoro a termine (perché tale è il contratto a tutele crescente) con lavoro precario sottopagato.

Il 12 settembre, l’Istat (http://www.istat.it/it/archivio/190244) pubblica il rapporto sull’andamento del mercato del lavoro italiano, con un titolo anomalo: “Il mercato del lavoro: un rapporto integrato”, dove si legge quanto segue:

Nel secondo trimestre del 2016, in un contesto di generale rallentamento della crescita economica a livello internazionale, l’economia italiana ha registrato una battuta d’arresto. Il Pil è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente e ha segnato un aumento dello 0,8% in termini tendenziali. In tale quadro l’assorbimento di lavoro da parte del sistema produttivo continua ad aumentare: le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,5% sul trimestre precedente e del 2,1% su base annua. L’aumento congiunturale ha riguardato sia l’industria in senso stretto (+0,4%), sia i servizi (+0,6%)”. Dal lato delle misure dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre del 2016 l’occupazione complessiva cresce in modo sostenuto rispetto al trimestre precedente (+0,8%, 189 mila), con una dinamica positiva che, con diversa intensità, riguarda tutte le tipologie: i dipendenti a tempo indeterminato (+0,3%), quelli a termine (+3,2%) e gli indipendenti (+1,2%)”.

Dopo aver riconosciuto che “l’economia italiana ha registrato una battuta d’arresto” nello stesso periodo (il Pil non è cresciuto nello stesso periodo dell’anno), tuttavia ci sono segnali di ripresa dell’occupazione.

Dopo lo shock dei dati del  Ministero del lavoro di tre giorni prima (aumento dei licenziamenti e un aumento dei contratti precari e sottopagati), il governo può, opportunamente, tirare un sospiro di sollievo. Renzi gongola e twitta: “Dati ufficiali ISTAT di oggi. Nel II trimestre 2016 più 189mila posti di lavoro. Da inizio nostro governo: più 585mila. Il #JobsAct funziona” (https://twitter.com/matteorenzi/status/775247365620035584).

E’ evidente che le due fonti (entrambi “ufficiali”, il Ministero del Lavoro e l’Istat) sono in palese contraddizione. E allora? Qual  è l’interpretazione che ne possiamo dare, sapendo benissimo che i dati statistici possono essere interpretati per dare versioni tra loro opposte (do you remember il pollo di Trilussa)?.

Occorre tuttavia ricordare che oggi, ai tempi dei “big data” e degli algoritmi “machine learning”, operazioni di detournamento cosi palese dei dati sono assai difficili, anche a prescindere dalla macchina mediatica che ci sta dietro. Al riguardo, ricordiamo che i dati del Ministero del Lavoro sono stati poco evidenziati dai media mainstream (Repubblica, Corriere della Sera, Sole 24ore e televisione), mentre sono stati assai enfatizzati i dati favorevoli (al Jobs Act) dell’Istat. Ma, ca va sens dire, è la correttezza dell’informazione!

Eppure se procediamo ad un’analisi più attenta dei dati, ci potremmo accorgere che i dati riportati nei due report (Ministero del Lavoro e Istat) non sono fra loro poi così tanto contraddittori.

In primo luogo, è necessario rimarcare il fatto che non solo siamo in presenza di crescita zero, ma che, come ci conferma l’Istat, “le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,5% sul trimestre precedente e del 2,1% su base annuale”. Ora, se la matematica non è un’opinione e senza essere esperti economisti, il dispositivo congiunto della crescita zero (quindi assenza di incremento della produzione) e dell’aumento delle ore lavorate difficilmente può coniugarsi con  un aumento dell’occupazione, a meno che…. A meno che non si assista ad un deterioramento qualitativo dell’occupazione. Ed è proprio su questo punto, come vedremo, che il Ministero del Lavoro e Istat, inconsciamente,  si accomunano.

In secondo luogo, dobbiamo ricordare che le fonti sono differenti. I dati del Ministero del Lavoro sono tratti dalle comunicazioni delle imprese: sono dati quindi “amministrativi”. I dati Istat , invece, sono dati campionari. La prima fonte fa riferimento all’effettiva domanda di lavoro (dichiarata) svolta dalle imprese, la seconda invece si basa su una definizione di attività lavorativa assai differente. Secondo la definizione Eurostat, infatti, è occupato, chiunque nelle tre settimane precedenti alla rilevazione campionaria, abbia svolto almeno un’ora (dicasi UNA ora) di lavoro retribuito. Una simile definizione amplia di molto il concetto di occupazione. Ne consegue che, ad esempio, i “voucheristi” (ovvero i lavoratori e le lavoratrici pagati con un voucher ad ore per prestazioni occasionali e saltuarie, che in Italia nell’ultimo anno hanno avuto un vero e proprio boom) vengano considerati occupati/e al pari dei lavoratori a tempo indeterminato. Per non parlare, poi, delle occupazioni precarie, di cui, come sappiamo, ce ne sono di tutti i tipi.

Tale differenza, qualitativa ma non quantitativa, non a caso, può essere colta da un’analisi disaggregata dei dati. Abbiamo già ricordato il forte incremento del  contratto di apprendistato (+ 26% secondo i dati del Ministero del Lavoro), spiegabile con l’avvio del progetto Garanzia Giovani, finanziato dall’Unione Europea (1,5 miliardi di euro per l’Italia), che vede l’impiego di giovani anche come stagisti (sottopagati) e/o lavoratori volontari (leggasi non retribuiti). Ne consegue che non può stupire che il numero dei giovani Neet (Not in Education , in Employment e in Training) si riduca. Si tratta di giovani che sono, ora, definiti “occupabili” (“employable”) e non più disoccupati ma non possono essere considerati a tutti gli effetti “occupati”, visto che la loro remunerazione è di fatto inesistente (e infatti il Pil non cresce). In tal modo, come abbiamo già avuto modo di analizzare ben 2 anni fa (http://effimera.org/i-veri-obiettivi-della-politica-sul-lavoro-di-renzi-di-andrea-fumagalli/), si crea una fittizia riduzione del tasso di disoccupazione giovanile.

I dati Istat confermano questa tendenza. Nel rapporto si legge, infatti, che “un aspetto rilevante dell’espansione occupazionale è dato dalla significativa crescita degli occupati giovani di 15-34 anni (+223 mila su basa annua): di fatto i “voucheristi” o i “gratuiti” della Garanzia Giovani. Ma contemporaneamente, dato del tutto non preso in considerazione dai media mainstream e dal governo, è che l’occupazione tra i 35 e i 49 cala dello 0,6% nel trimestre continuando un trend che ha visto una diminuzione nel periodo 2014-2016 di 332.00 unità. Si tratta della fascia di età che costituisce l’ossatura del mercato del lavoro e che non si può accontentare di lavoretti gratuiti o sottopagati ma piuttosto lavori stabili e adeguatamente remunerati.

I dati Istat poi, en passant, nello spiegare i 189.000 occupati in più, ci dicono che i dipendenti a tempo indeterminato (tra i quali si classificano, in modo non corretto, anche i lavoratori a tutele crescenti) sono aumentati solo dello +0,3% ma senza dire che si tratta di un trend decrescente rispetto ai trimestri precedenti (a conferma delle rilevazione del Ministero del Lavoro), mentre quelli a termine (ovvero i precari) del +3,2% e gli indipendenti  (partite Iva e collaboratori) dell’1,2%.

In conclusione, entrambi le fonti ci confermano che la capacità effettiva dell’economia italiana di creare lavoro è nulla. Si assiste ad una redistribuzione delle posizione lavorative  tra lavoro precario e non pagato e  lavoro remunerato e di qualità. Una conclusione che non può stupire, alla luce dei dati sul Pil, dell’allungamento dell’orario lavorativo e dell’aumento dell’età pensionabile dopo la riforma Fornero.

Le spiegazioni “ufficiali” del rallentamento dell’economia italiana si basano sul rallentamento della congiuntura economica europea in seguito alla Brexit, alle turbolenze finanziario-creditizie e al calo del commercio internazionale in seguito alla crisi dei paesi Brics.

Poco o nulla invece viene detto a proposito della domanda, sia pubblica che privata, entrambe in calo e prima causa della stagnazione economica e degli investimenti, nonostante la generosa politica di Quantitatie Easing della BCE.

In particolare, ciò che in questo anno è stata una delle cause principali del rallentamento economico è stato il calo della domanda pubblica (che si è aggiunta al calo di  quella privata), sia in termini di consumi che di investimenti, come ben dimostrano i tagli agli Enti Locali, alla Sanità e all’Istruzione.

La carenza di reddito congiuntamente alla polarizzazione crescente della distribuzione della ricchezza sono infatti le prime cause dell’attuale situazione di perdurante crisi e stagnazione economica.

E’ in questo contesto che diventa sempre più imprescindibile (anche se non risolutiva) una politica a sostegno della domanda: l’instaurazione di un reddito minimo di base dovrebbe essere  un primo passo in questa direzione. Invece le scelte economiche del governo Renzi vanno esattamente nella direzione opposta. Si persevera in una politica di sostegno all’offerta produttiva tramite interventi fiscali a vantaggio delle imprese, con un chiaro segno di classe. Tra riduzione dell’Irap, incentivi fiscali alle assunzioni (farlocche), tra il 2015 e il 2016 sono stati stanziati quasi 15 miliardi di euro.  Nella legge di stabilità 2017 si stanzieranno quasi sicuramente altri 10 miliardi di Euro per la riduzione dell’Ires (la tassa sui profitti delle imprese), mentre in questi giorni il ministro Padoan comunica che viene rinviata la riduzione delle tasse sul lavoro (Irpef). Si tratta, complessivamente, di una manovra di riduzione fiscale (a favore delle imprese), senza contare l’abolizione dell’Ici, di circa 25 miliardi in tre anni. Una cifra più che sufficiente a introdurre in Italia un reddito minimo di base. Tutto questo senza contare i 5 miliardi (il noto Fondo Atlante) utilizzati per il salvataggio delle banche …. (http://www.bin-italia.org/crisi-banche-e-reddito-di-base/). I soldi ci sono, dunque cosa manca per introdurre un reddito garantito?

 

 

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