Lo scossone del reddito di cittadinanza. Una salutare irruzione nel grigiore politico culturale italiano.


Sandro Gobetti e Luca Santini

Le elezioni 2018 hanno parlato. Primo partito i 5 Stelle. Questo è un fatto. L’altro fatto è che milioni di persone hanno votato un partito che ha tra i primi punti (se non il primo) l’introduzione di un reddito di cittadinanza. Ora, fatto salvo che gli scossoni delle elezioni 2018 sono stati molti (la disfatta del Partito Democratico, la de-mummificazione di Berlusconi, la marea nera che avanza travestita da verdi leghisti e non come era ovvio da giovinotti neofascisti etc.), ce ne è uno di scossone che a nostro parere è quello che dona un po’ di colore al grigiore (tendente al nero) politico culturale italiano. Ed è esattamente il reddito di cittadinanza!

Questa proposta (per chi non la conoscesse consigliamo di visitare, depredare, studiare le notizie e gli articoli del sito dell’associazione Basic Income Network Italia) non è nuova. Già da molto tempo infatti in molti paesi europei esiste la misura del reddito minimo garantito, cosi come le stesse istituzioni sovranazionali ne chiedono l’introduzione da anni (l’ultima  risoluzione del Parlamento Europeo è del 2017). Ma si va anche oltre, visto che il dibattito mondiale si va arricchendo di altre proposte, come quella del reddito di base incondizionato. Se ne parla alle Nazioni Unite , l’UNICEF insieme al più grande sindacato di donne indiano (SEWA) lo sperimenta nel più popoloso paese la mondo, l’India. Esistono progetti pilota in Finlandia, in Canada, in Olanda, in Kenya, in Uganda, in Brasile, ne parlano le imprese protagoniste della nuova rivoluzione tecnologica e della robotica, ne discutono in Scozia e tra i sindacati inglesi si approvano mozioni a favore, fino a diventare tema di uno storico referendum in Svizzera.

Dunque, il tema del reddito di cittadinanza, vive di molte proposte e spesso molto diverse tra loro. Da una riproduzione, come per i 5 Stelle, di una misura di reddito minimo garantito come già presente in molti paesi europei (e purtroppo con qualche elemento regressivo) fino ad un reddito di base incondizionato, indipendente dallo svolgimento o meno di un lavoro.

Insomma il tema del reddito come diritto di base sta diventando una delle chiavi per entrare nel terzo millennio e il voto destinato ai 5 Stelle, sostenitori di un reddito di cittadinanza (anche se con alcuni discutibili limiti), segnala che anche dal punto di vista “popolare” si è compreso che un mondo che continua a destinare soldi alle banche, alle imprese decotte, alle armi invece che alle persone, e nel pieno della nuova rivoluzione tecnologica, è un mondo che in qualche modo deve cambiare.

Come accennato, il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle ha molti elementi discutibili. Ora senza entrare troppo nel merito dell’articolato di legge depositato in parlamento, possiamo menzionare almeno un paio di questi. Il primo è la “narrazione tossica” che alcuni dei leader fanno di questa proposta. Citiamo, uno per tutti, il candidato premier Luigi Di Maio quando dice che “chi riceverà un reddito non starà con le mani in mano e sarà obbligato a fare almeno 8 ore a settimana di lavoro per lo Stato”. Questa narrazione offre un approccio culturale spaventoso. Perché fa immaginare che coloro che hanno bisogno di azionare il diritto al reddito, in fondo sono dei nullafacenti che verranno messi al lavoro. Questa rappresentazione, oltre a essere erronea, visto il numero altissimo, tra i possibili beneficiari di questa misura, di precari, working poor, coloro che fanno lavori di cura in famiglia e che sono dunque pienamente attivi benché in condizione di bisogno, rischia di offrire una sponda precisamente a coloro che sono contrari al reddito e che dicono che chi lo piglia e lo richiede “è un nullafacente”. L’altro limite della proposta a 5 stelle è relativo, di nuovo, alle misure di attivazione. L’idea di dare “ore di lavoro allo Stato” per un reddito minimo garantito, prima di ora non l’avevamo mai sentita. Certamente in tutti i modelli di reddito minimo garantito esistenti in Europa vi sono forme di condizionalità al lavoro. Molte di queste sono divenute ancora più stringenti negli ultimi anni con i tagli al welfare e ai sussidi a causa delle politiche di austerità e alla distrazione di miliardi di euro dal welfare al workfare, cioè dalle persone alle imprese.

Ma come ben ricordano gli esperti, ad esempio Eric Marlier e Hugh Frazer, i cui studi sono ripresi anche dalla rete europea di lotta alla povertà (EAPN), questi “obblighi ad accettare” un lavoro qualunque, di fatto sono serviti a diminuire il numero dei richiedenti il beneficio e dunque a gestire fondi destinati al welfare e a spostarli verso le politiche attive del lavoro. Purtroppo dopo tanti anni di iniezioni di denaro pubblico a imprese e finanza, possiamo solo dire che il numero dei poveri in Europa è aumentato vertiginosamente. La stessa rete europea contro la povertà infatti ricorda che con i tagli alle misure di reddito minimo e con le politiche attive del lavoro «pare che l’unico scopo sia stato quello di ridurre le percentuali statistiche dei tassi di disoccupazione e diminuire i costi dell’intervento sociale».

Crediamo dunque che vada prima di tutto cambiata narrazione rispetto ai soggetti beneficiari del reddito, riconoscendoli in quanto persone e valorizzando al massimo le loro storie; inoltre per quel che riguarda la proposta dei 5 Stelle, si potrebbe intervenire con alcuni emendamenti migliorativi, soprattutto nel senso della previsione, come contraltare all’obbligo di accettare impieghi, di un corrispondente obbligo in capo ai Centri per l’impiego di formulare offerte soggette a un qualche criterio di “congruità” (nel senso cioè del riconoscimento delle competenze, capacità, esperienze etc. dell’individuo richiedente il reddito).

Ma il punto che vorremmo sottolineare in questo articolo, come detto, non è quello di analizzare gli articolati di legge o di “santificare” la proposta di una forza politica o un’altra. Il punto che vorremmo sottolineare è un punto politico ed è lo scossone che il reddito di cittadinanza ha portato nel piattume politico culturale italiano.

La sinistra cosiddetta lavorista, che avrebbe dovuto rappresentare le masse colpite dalla crisi, i giovani e meno giovani precari si è trovata spiazzata. Non ha compreso le trasformazioni produttive degli ultimi 30 anni, dal fordismo al post-fordismo passando per la finanziarizzazione e le nuove forme di accumulazione oltre il lavoro e la nuova, ormai presente, gig economy e l’avvento dell’intelligenza artificiale e il necessario ed urgente ammodernamento del welfare nel nostro paese. E pensare che alcuni di questi esponenti della sinistra, gli ex SEL, avevano in mano una proposta di legge di iniziativa popolare, consegnata nel 2013 alla presidente della Camera Laura Boldrini, accompagnata da oltre 60mila firme e sostenuta da oltre 170 associazioni, realtà sociali, movimenti e che avrebbe potuto costituire il vessillo per contrastare 5 anni di legislatura portata avanti a colpi di Jobs Act, sgravi alle imprese e decreti salva-banche. Lo scossone del reddito alla fine si è presentato con tutta la sua forze ed ha consegnato al ceto politico ormai sinistrato, il resoconto di iniziative politiche e visioni spesso destinate, per come la direbbe Zygmunt Bauman, alla retro utopia.

In molti inoltre non compresero (anche i 5 stelle) all’epoca la proposta di una “larga intesa” parlamentare sul reddito a partire dalle indicazioni provenienti dalla campagna sociale “100 giorni per un reddito di dignità” (2015) promossa da centinaia di associazioni con in testa Libera contro le mafie, con la realizzazione di una piattaforma aperta con 10 punti da cui partire per giungere cosi ad un articolato di legge.

Un’altra “bella botta” pare l’abbiano sentita anche quelli del governo anti-animalista, che appellano come gufi tutti coloro che dicono che c’è qualcosa che non va nel paese e che con la narrazione dell’ottimismo a tutti i costi sono arrivati a perdere milioni di voti. Sarà che avevano puntato tutto sugli sgravi fiscali alle imprese del Jobs Act, ma poi quando i dati hanno cominciato a dire che il 90% dei lavori sono precari, sottopagati, senza diritti, a giornata etc. il castello ha cominciato a sgretolarsi fino a demolirsi una volta che gli sgravi venivano meno. Sentire i leader del PD dire che “ora bisogna tornare nei circoli” fa un po’ tenerezza. Di fatto ammettono che dei territori, del “popolo”, della “base” se ne erano dimenticati da almeno un decennio.

Lo scossone del reddito poi ha attraversato anche altri mondi. Per rincorrere i 5 stelle e la proposta del reddito, uno che di comunicazione (pare) ne capisca, si è affrettato a proporre un reddito sullo stile della negative income tax del teorico neoliberista Milton Friedman. L’esperto di comunicazione è il redivivo Silvio Berlusconi, che in campagna elettorale, oltre a proporre pensioni minime a mille euro, lanciava l’idea di un cosiddetto “reddito di dignità”. Diciamo più che altro una misura contro la povertà utile a tagliare i restanti servizi del welfare. Sta di fatto che ha dovuto, anche lui, avanzare una proposta con il termine “reddito” per stare “sul pezzo”. Essendo uno che ha alle sue dipendenze un esercito di pubblicitari che di tendenze dovrebbero capirne, aveva già compreso che nel paese questo tema non era più un tabù.

Le persone hanno detto sì al reddito e hanno votato i 5 Stelle. Certo, non solo per il reddito ma anche per il reddito. Uno scossone culturale prima di tutto che ha cominciato a far interrogare giornalisti, economisti, opinion maker nel cercare di capire cosa fosse questo reddito di cittadinanza. Alla fine qualcuno di questi ha scoperto che si parlava di una sorta di reddito minimo come presente in altri paesi europei e qualcuno addirittura ha scoperto che altrove si sta sperimentando un reddito di base ancora più avanzato. Molti altri, hanno continuato come al solito ad interessarsi dell’ultimo tweet di Grillo, la mucca di Bersani, le giravolte della Lega, il ritorno di  Berlusconi e le beghe di palazzo.

Ma c’è di più. La falsa notizia dei falsi moduli del reddito di cittadinanza in alcune città del Sud Italia, prima derisa da molti al grido “ecco i fannulloni dei 5 stelle e i poveri creduloni del reddito” alla fine ha prodotto una contro narrazione facendo emergere le ragioni dei “pro-reddito”. Irridere chi è in difficoltà economica e che, giustamente, richiede un reddito garantito era la cosa più misera che si potesse dire. E soprattutto se a dirla erano esponenti politici di sinistra o militanti del PD che si sollazzavano sui social media.Una contro-narrazione che si è sviluppata nell’agorà virtuale dei social media e che ha cominciato a rivendicare a piena voce la necessità di introdurre un diritto al reddito. Con tutte le sfaccettature del caso, è ovvio. Chi lo voleva solo per i poveri, chi incondizionato, chi subordinato al lavoro, chi come diritto umano, chi come strumento di autodeterminazione delle donne soggiogate dall’economia familiare del marito-padrone, chi come strumento di emancipazione, chi come diritto economico nell’era della finanza, chi come misura necessaria per rispondere al lavoro sempre più precario o chi lo legava  all’avvento della robotica e della gig economy. Insomma è emersa tutta la “confusione”, ma anche la ricchezza, del caso.

D’altronde il grigio dibattito politico italiano, nonché il contributo all’eco da parte dei media mainstream e dei quotidiani talk show televisivi, sono finiti per concentrarsi altrove piuttosto che delle ragioni della proposta del reddito. Più interessati al gossip che dove va il mondo insomma.

Un grigiore, quello politico culturale, che poi mano a mano che le condizioni sociali venivano aggravandosi, si è tinto di nero. Con alcune forze politiche e diversi giornali vicini all’idea che il fascismo del terzo millennio si esprime al meglio quando si innescano guerre tra poveri e tra poveri sempre più poveri e che questi dovevano essere sacrificati sull’altare del consenso a tutti i costi. Poi arrivano le pistolettate di Macerata e le percentuali in ascesa della Lega per chiudere il cerchio di cosa significhi il lato nero del grigiore.

Mentre questo grigiore riempiva la scena, a dispetto anche degli opinion maker che albergano (e non solo di martedì) tra piazze pulite e agorà televisive, prendeva corpo la domanda anche di nuovi diritti a partire dal reddito. I pochi che stavano comprendendo che la proposta non era peregrina però si sono limitati al massimo a fare la classica domanda: “ma ci sono le coperture?”. Dimenticando di farla poi a tutti gli altri esponenti politici quando si parlava di grandi opere, spese militari, sgravi alle imprese, incentivi all’occupazione (precaria!) o decreti salva banche. Ed è qui che lo scossone diventa ancora più piacevole: malgrado il rumore di fondo della narrazione politica sempre più vincolata a narrare di interessi personali e storielle da gossip, nel totale oscuramento della proposta del reddito, nella mancata narrazione di questa misura e come funziona negli altri paesi europei o come viene sperimentata nel mondo, nel non aver mai raccontato che addirittura l’Europa ce lo chiede… ecco che alle elezioni politiche il partito che prende più voti è quello che propone l’introduzione di un diritto al reddito!

Certo molti sono e restano contrari, ma sempre più spesso portando a pretesto quei soliti luoghi comuni che hanno già ricevuto risposte laddove il reddito minimo garantito esiste. Una su tutte: “se dai il reddito poi le persone non lavorano”. Provatelo a chiedere ai danesi, o agli svedesi, o agli olandesi… i paesi con il più basso tasso di disoccupazione, con la maggiore autonomia giovanile e con un alta partecipazione al mercato del lavoro, tutti paesi con un reddito minimo garantito.

Ma a parte queste annotazioni che meriterebbero ben altro approfondimento, il punto è che il reddito è divenuto, anche in Italia, finalmente, di dominio pubblico, nell’agenda e nel dibattito politico generale. Chi vorrà contrastare la proposta dovrà comunque misurarsi con le ragioni dei pro e chi vorrà che questa misura sia finalmente introdotta anche in questo paese,  dovrà narrare al meglio tutte le potenzialità e le ragioni del reddito di cittadinanza. E questo è lo scossone vero, se ne parla sui social, ma se ne parla anche al mercato, sugli autobus, in famiglia. Tra chi fa sberleffi dicendo “non vado più a lavorare” a chi risponde “magari avrai meglio da fare”, tra chi sostiene che “finirà come con i falsi invalidi” c’è chi risponde “allora aboliamo le pensioni di invalidità? Speriamo che non ti fai male poi eh!” e via discorrendo.

Alle osservazioni dei contrari oggi coloro che sono a favore possono avere un momento di confronto ampio nella società ed è bene che giochino la loro partita.  Insomma, nel grigiore della politica italiana il tema del reddito è stato destrutturante e questo è un fatto positivo che può aprire, tra vincitori e sconfitti, ma ancor più nella società, scenari imprevisti e che potrebbe, anche per i sostenitori di un reddito di base incondizionato, portare ad avere una platea vasta con cui discutere, confrontarsi e perché no, organizzarsi per avanzare con sempre forza proposte di nuovi diritti per una società più libera e desiderabile.

D’altronde è da almeno 20 anni che questa proposta è stata avanzata: dai movimenti dei precari delle MayDay, quando centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Milano ogni primo maggio, fino alla rete delle donne #nonunadimeno che rivendicano un reddito di autodeterminazione, dalle associazioni di contrasto alla povertà ai movimenti di lotta per la casa, supportata dagli studi di economisti a cui fanno eco le prese di parola di giuristi e costituzionalisti come, tanto per citarne uno, il compianto Stefano Rodotà. Il tema del reddito, nel corso di questi ultimi venti anni ha attraversato molti spazi e luoghi del paese. Ed ora siamo qui, il reddito di cittadinanza delle elezioni 2018 è stato lo scossone più interessante per la politica italiana ed ancora di più per le speranze ed il futuro di milioni di persone.

La sfida è aperta, della proposta dei 5 Stelle si può fare meglio, ma di certo del reddito garantito non se ne può più fare a meno.

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