Le elezioni francesi del 2017 nel segno del reddito universale


Giuseppe Allegri

In Francia si diffonde sempre di più l’idea di un reddito universale (revenu universel). L’intero mondo politico e sindacale francese è infatti attraversato da proposte e dibattiti favorevoli all’introduzione di una qualche forma di reddito di base, per rinnovare il modello sociale francese e superare anche le attuali previsioni, assai inclusive e garantistiche (soprattutto se paragonate al Welfare italiano), del Revenu de Solidarité Active (RSA).

Ipotesi di revenu universel in Francia

Nella primavera 2017 si eleggerà il nuovo Presidente della Repubblica francese, con l’attuale Presidente socialista François Hollande in debito di consensi. Per questo la campagna elettorale per le primarie presidenziali all’interno dei diversi schieramenti politici è aperta da tempo e ruota sempre più intorno alla “questione sociale” dell’impoverimento generalizzato. Molti sono i candidati che si dichiarano favorevoli all’introduzione di un revenu universel, a destra, come a sinistra. E lo stesso Primo ministro socialista Manuel Valls ha più volte sottolineato come il reddito di base possa essere uno strumento utile “per rafforzare il nostro modello sociale”.

Da ultimo la quarantenne Nathalie Kosciusko-Morizet, membro del partito di centro-destra, post-gollista, Les Républicains, esperta di questioni ambientali, dichiara di voler introdurre un reddito universale di 470 € mensili e una flat tax al 20%.

Precedentemente anche il quasi cinquantenne, deputato socialista, e più volte ministro, Benoît Hamon ha esplicitato la sua proposta di un reddito di base (revenu de base) di 750 € mensili.

Nel dibattito pubblico d’Oltralpe sembra piuttosto condivisa l’idea di prevedere un reddito di base universale come strumento di innovazione del modello sociale francese, per garantire un fondamento di sicurezza sociale per tutti e dare risposte adeguate alle epocali sfide che ci troviamo a vivere: “massiccia distruzione delle tradizionali forme di impiego”, dinanzi alla rivoluzione digitale e nella prospettiva di un ulteriore sviluppo dell’intelligenza artificiale, “uberization della società e bullshit jobs” – uso anglofono anche in Francia, per il pudore di parlare di stronzate di lavoretti, o lavoretti di merda – per dirla nei termini dell’articolo uscito il 4 ottobre 2016, su Les Nouvel Observateur, a firma di Pascal Riché, che fa il punto su questo dibattito: Revenu universel: après Hamon, Nathalie Kosciusko-Morizet se jette à l’eau.

Ma già lo scorso gennaio Marc de Basquiat, l’ingegnere ed economista, presidente dell’AIRE (Association pour l’Instauration d’un Revenu d’Existence) aveva ufficializzato una proposta per l’introduzione di un reddito universale in Francia, senza però fare a meno dei benefit esistenti (sostegni per l’alloggio, ad esempio) e delle prestazioni contributive (l’assicurazione contro la disoccupazione). Innovare il modello sociale francese, salvaguardando il meglio di quel sistema: Vers un revenu universel en France: éléments pour un débat.

 

La vuota retorica della lotta alla povertà in Italia

Proposte e discussioni che fanno impallidire di miseria e vergogna l’agone istituzionale, politico e sindacale italiano, ancora del tutto privo di uno schema di base di reddito minimo garantito e da sempre alle prese con un Welfare per nulla universalistico, profondamente iniquo, categoriale e selettivo, inserito in un regime fiscale e di sicurezza sociale che mina alla base qualsiasi rapporto di fiducia tra cittadinanze, società e istituzioni pubbliche. Con le persone lasciate in balìa del lavoro povero e della sua mancanza, senza alcuna protezione sociale che non sia una vita indebitata, la carità familiare o della parrocchia, i ricatti di una malavita organizzata che pervade quartieri e periferie. E una mentalità istituzionale che nella migliore delle ipotesi appare paternalista e caritatevole, nella peggiore patriarcale e vessatoria.

E assai poco utili risultano le argomentazioni governative (Lotta alla povertà: via al Sostegno per l’Inclusione Attiva) intorno alle briciole di poche centinaia di milioni di euro previste per tramutare il SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva, la vecchia, bistrattata Social Card) in Reddito di Inclusione: “dare sostegno a circa 200mila famiglie”, in condizioni di particolare fragilità ed esclusione sociale, per un “beneficio economico tra gli 80 € e i 400 € mensili, secondo il numero dei componenti il nucleo familiare, erogati attraverso una carta di pagamento elettronica” (la sempre famigerata Social Card).

Ancora una volta l’italica retorica della lotta alla povertà pretende di svuotare il mare dell’insicurezza sociale con il cucchiaino di una misera carta acquisti. Altro che revenu universel, neanche minimo, questo reddito, in Italia, figurarsi se “di base e universale”.

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