Lavoro outsider


Andrea Fumagalli

Il mercato del lavoro in Italia negli ultimi anni ha subito drastici interventi legislativi che ne hanno modificato la struttura e la natura. Nuovi dualismi sono sorti, del tutto differenti da quelli che hanno caratterizzato il dibattito negli anni novanta, basati sulla dicotomia “insider” e “outsider”, ovvero tra lavoro garantito e non garantito, per dirla alla Ichino di quei tempi, o tra lavoro manuale e lavoro intellettuale-cognitivo o tra lavoro maschile e lavoro femminile.

Oggi tali dicotomie sono in buona parte scomparse, superate dai nuovi processi di valorizzazione sempre più cognitivi-relazionali che sfruttano la mercificazione della vita intera. Con l’approvazione del Jobs Act, atto II (dicembre 2014), che ha completato il Jobs Act atto I (maggio 2014) , tutto il lavoro è diventato instabile, “outsider”. O meglio, è percepito come “instabile” anche laddove da un punto di vista strettamente giuridico alcune garanzie (seppur sempre più ridotte) sono ancora operanti. Anche la dicotomia tra lavoro autonomo (di I, II, III generazione) e lavoro dipendente diventa sempre più rarefatta. L’istituzionalizzazione della condizione di precarietà, grazie alla riconfigurazione di un mercato del lavoro che si allineerà lungo tre direttrici (apprendistato per i giovani meno qualificati, contratto a tempo determinato illimitato per la gran massa dei lavoratori e delle lavoratrici, contratto a tutele crescenti per i più qualificati), generalizza di fatto la precarietà come condizione soggettiva dell’esistente, accomunando in tale percezione tutte le fattispecie tipologiche del lavoro.

Ne consegue che la divisione smithiana per mansioni e condizione professionale (operaio/impiegato, dipendente/indipendente) tende sempre più a essere sostituita dall’emergere di una divisione cognitiva del lavoro, che oscilla tra elementi di cooperazione e elementi di crescente gerarchia e comando, tra processi di individualizzazione e processi di socializzazione del lavoro. All’interno di questo nuovo contesto, due fattori sono prepotentemente emersi: il merito e il riconoscimento. Sono le leve di una nuova forma di dicotomia e divisione che innerva in modo subdolo il muovo mercato del lavoro, creando le basi perché si estenda e si rafforzi la trappola della precarietà come strumento di governance e di sussunzione vitale al capitale.

A prescindere dall’attività svolta e dal contesto produttivo di riferimento, oggi il mondo del lavoro si divide tra “chi vale” e “chi non vale” (merito) e tra “chi ha successo” e “chi non ha successo” (riconoscimento). Il tutto all’interno di un processo solipsistico (e colpevolizzante) di individualizzazione della condizione lavorativa pur all’interno di un processo di cooperazione sociale. Ed è proprio tale cooperazione sociale che sempre più diventa la fonte principale dell’estrazione di un plusvalore che non viene distribuito ma semplicemente espropriato, manipolato, sotto forma di rendita.

Lungi dal prendere coscienza di questa nuova dimensione lavorativa, ci si arrabatta lungo il crinale della competizione individuale che la condizione di ricattabilità dal bisogno (precarietà e debito) induce per ragioni di sopravvivenza. Nuovi potenti business sono all’orizzonte: si creano fittiziamente modelli di socializzazione del lavoro come i coworking per venire incontro al desiderio di sentirsi meno soli e meno alienati, sviluppando forme corporative di vicinanza; si organizzano percorsi di formazione e specializzazione del sapere nel tentativo di accedere a livelli più elevati di conoscenza, nella speranza che ciò possa consentire un maggior riconoscimento; si sviluppano ambiti di lavoro sempre più caratterizzati da un’economia della promessa che spesso è solo un’economia dell’illusione.

E nel frattempo, il lavoro si trasforma sempre più in attività non pagata e la promessa di occupazione in mera “occupabilità” non retribuita (per “occupabilità” – “Employability” -, si intende creare le condizioni professionali e formative per accedere ad un impiego).

Più che di lavoro, allora, sarebbe necessario occuparsi di welfare e sicurezza sociale, ma in termini nuovi e soprattutto universalistici, al fine di contrastare la crescente segmentazione e frammentazione del lavoro. Non si tratta solo di estendere – giustamente – tutele a chi oggi non le ha (freelance, partita Iva, precari di ogni condizione e tipo) ma di ricomporre tale frammentazione sotto l’ombrello di un reddito minimo per tutte e tutti, inizialmente almeno pari alla soglia di povertà relativa (per aumentarlo in seguito). È la condizione necessaria (anche se non sufficiente) perché si possa esercitare il diritto al rifiuto del lavoro, quando si presenta sotto forma vessatoria e ricattatoria. Solo allora sarà possibile aprire realisticamente una vertenza bio-sindacale e ampliarne i diritti. Limitarsi invece alla creazione di proposte parziali di mutuo soccorso relativi a singoli segmenti del lavoro o a richiedere il riconoscimento della propria professionalità (sulla base dell’idea che tale operare sia più realistico che lottare per un reddito minimo: vedi ad esempio, tra altri, Acta) rischia di creare un alibi che lungi dal favorire una ricomposizione conflittuale ne accelera la frammentazione.

Alcuni segnali si muovono in questa direzione, anche se ancora insufficienti. La campagna di Libera, Bin Italia, Cilap perché entro 100 giorni si cominci a discutere seriamente nelle stanze del palazzo (qui, purtroppo, sta il limite!) di una legge nazionale che introduca il reddito minimo, il più possibile incondizionato, è un punto di partenza. Ma non è sufficiente se ad essa non si accompagna una campagna di mobilitazione sociale composta da soggetti, realtà lavorative e organizzazioni più o meno sindacali in grado di guardare al di là del proprio ombelico. E soprattutto capaci di non farsi infinocchiare e sussumere da una logica meritocratica e di auto-riconoscimento.

Tratto da Doppio Zero

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