La società della piena occupazione precaria: il “reddito” secondo Macron e Di Maio


Roberto Ciccarelli

Perché il “reddito universale di attività” di Emmanuel Macron è simile a quello “di cittadinanza” di Luigi Di Maio ma nessuno dei due ha qualcosa in comune con la giustizia sociale e con la lotta contro la povertà. In entrambi i casi non si è minimamente compresa la natura del lavoro e quella della precarietà. Accadrà un’altra cosa: aumenterà la velocità con la quale si passa da un’occupazione sottopagata a una pagata peggio. Ecco perché queste politiche sono uno straordinario strumento per realizzare la società della piena occupazione precaria

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L’annuncio del piano povertà di Emmanuel Macron in Francia ha provocato un nuovo terremoto semantico nel giornalismo italiano. È la solita truffa linguistica sul concetto di “reddito”. A scorrere i titoli online si parla di “reddito universale”.

Accidenti! Sara così? No, non è così.

E’ così solo perché c’è un’assonanza con il “reddito di cittadinanza” all’italiana. E’ bastato questo perché, a Roma, Di Maio sventolasse striscioni dalla Curva cinque stelle e facesse la lezione da primo della classe al presidente francese, dall’alto della sua popolarità nei sondaggi, al povero inquilino dell’Eliseo, oggi  il presidente più impopolare della storia di Francia:

“Sono contento che Macron abbia deciso di seguire la linea che il Movimento 5 Stelle ha iniziato a tracciare, annunciando l’istituzione del Reddito di Cittadinanza anche in Francia. Lui lo farà nel 2020, noi lo metteremo il prossimo mese nella legge di Bilancio”.

Citofonare Tria. Da lui di Maio dovrebbe ottenere addirittura 10 miliardi subito e sull’unghia in legge di bilancio. Gli schiaffoni dati e presi da Moscovici (UE) dicono che non sarà così semplice.

Macron, che ha altrettanti guai con il bilancio, è stato più realistico: 8 miliardi in quattro anni: 2020-2024.

Tuttavia Di Maio ha ragione sul contenuto, ma non per le ragioni che crede.

La truffa

Il reddito di Di Maio e quello di Macron non hanno la caratteristica di universalità, giustizia, equità e incondizionatezza. Non sono né un reddito “universale” ne’ un “reddito di cittadinanza”.

Entrambi sono sussidi di reinserimento e di ultima istanza destinati a disoccupati, precari, poveri. Macron non si ispira ai cinque stelle (figuriamoci), perché entrambi si ispirano alla svolta workfarista dello stato sociale e delle politiche attive del lavoro (coatto o obbligatorio) finalizzati alla creazione di uno o più mercati del lavoro paralleli (i mini jobs in Germania hanno creato questo e oggi sono allo studio altre misure di questo tipo).

Del progetto francese si conosce  la cartella stampa. Di quello di Maio ancora solo il gran casino degli annunci di questi mesi e l’ormai antico progetto di legge sul “reddito”.

E’ tuttavia possibile spiegare il progetto italiano attraverso quello francese.

Il reddito universale di attività è come lo universal credit inglese: accorpa tutti gli ammortizzatori sociali e il “revenu de solidarité active (RSA)”. Lo stesso avverrà in Italia. Con una differenza: forme di reddito minimo in Francia esistono da più di 30 anni, esiste un sistema del lavoro coatto già rodato. A cui, al capitolo “reddito”, Macron aggiungerà 100 mila addetti.

Da quello che si sa in Italia Il governo stanzierà quasi 2 miliardi sui centri per l’impiego – non paragonabili ai pole emploi francesi. Dovrebbero essere assunti una quantità non ancora specificata di personale (oggi perlopiù precario): si parla di 10 mila persone. Chi si fa prendere dall’ottimismo: 50 mila. Ad oggi ci sono 9 mila precari, mentre sono più di 800 quelli dell’Anpal, un’agenzia delle politiche attive fondata dal jobs Act di Renzi e oggi abbandonata a chissà quale destino. Forse sarà riassorbita dalla “cabina di regia” stato e regioni con la quale si vorrebbe gestire questo gran affare.

E’ tutto molto improvvisato. E lo resterà. Al netto della realizzabilità di queste assunzioni, e della credibilità di un progetto di governance mai fino ad oggi sperimentato in Italia (perché semplicemente non esiste il collocamento che esiste in altri paesi europei), la differenza tra i numeri francesi è quello italiani è evidente.

Quando arriveranno le proteste

Ciò che è interessante del “reddito universale di attività” francese è il suo funzionamento. Lo stesso del farlocco “reddito di cittadinanza” a Cinque Stelle.

Per Macron chiunque chieda il reddito si vedrà esaminare la propria pratica entro un mese al massimo e gli verrà offerta una “soluzione”: azioni di formazione nell’ambito del piano di investimento delle competenze, posti di lavoro nel settore dell’integrazione attraverso un’attività economica che si svilupperà.

Come Macron anche i cinque stelle parlano di tre tentativi, se non accetti perdi il reddito. Dopo i primi due ti costringeranno a spostarti lì dove l’algoritmo avrà ritenuto opportuno collocarti perché c’è un’offerta che teoricamente combacia con il tuo profilo.

E allora ci saranno le proteste. Com’è già accaduto quando al ministero dell’Istruzione applicarono un “algoritmo” per decidere – casualmente – la destinazione degli insegnanti delle primarie del Sud al Nord.

E’ la stessa cosa.

Di Maio e Macron pongono la questione dei “doveri” dei poveri al centro del loro discorso, soprattutto quando parlano del sostegno e dell’obbligo di non rifiutare le offerte di lavoro.

In Italia ci sarà una differenza: i beneficiari del reddito dovranno lavorare gratis 8 ore alla settimana per lo stato. In attesa dell’offerta di lavoro o del prossimo corso di formazione da fare.

Lo dovranno fare per un periodo, non ancora ben chiaro, che oscilla tra i 18 e i 24 mesi.

Per Macron solo per un anno.

Questo perché in Italia lo Stato deve dimostrare inflessibile nello sfruttare il lavoro gratuito.  Al punto da farsi sfruttatore in prima persona.

Poi la povertà sarà finita, il lavoro tornerà, i consumi ripartiranno. E tutti staranno meglio.

In nessuno dei due casi si è minimamente compresa la natura del lavoro e quella della precarietà. Oggi il lavoro è povero. Non basta moltiplicarlo, per aumentare diritti e salari. Accadrà un’altra cosa: aumenterà la velocità con la quale si passa da un’occupazione sottopagata a una pagata peggio.

Queste politiche sono uno straordinario strumento per realizzare questo scopo.

Capitalismo compassionevole

Di Maio e Macron sono i gemelli del capitalismo compassionevole. Quello che ha ispirato a suo tempo Cameron in Inghilterra quando ancora parlava di “Big society”, un concetto coniato dai neoconservatori per sostituire il welfare con il workfare.

Nel cosiddetto “reddito di cittadinanza” e nel “reddito universale di attività” esiste una tensione tra  il dare alle persone la possibilità di scegliere la propria vita, e il discorso autoritario sulle sanzioni e gli obblighi. Tra l’assistenzialismo e il dirigismo. Non potrai stare sul divano e non potrai fermati un minuto tra un lavoro socialmente utile e un corso di formazione.

Dovrai essere sempre in attività. Corri, non fermarti: riceverai la tua mancetta. Meglio di niente, no?

No.

Il capitalismo compassionevole è autoritario e pauperista. E’ una sintesi tra il diritto alle prestazioni sociali e il dovere di lavorare. In Macron, come in Di Maio, abbiamo la tendenza a chiedere molto a coloro che hanno poco per giustificare la concessione di un sussidio di ultima istanza che non serve a superare la povertà ma a creare il regime della piena occupazione precaria.

Sulle questioni concrete essenziali tutte le “categorie” della “politologia” degli ultimi anni crollano.

Non ci sono populisti da una parte e “democratici” dall’altra. Ci sono varie declinazioni della stessa politica. Ridurre la vita politica allo scontro tra democrazia e populismo, neoliberismo e sovranismo, non recherà alcun sollievo a quella porzione crescente delle classi popolari e lavoratrici. La vicenda del “reddito” dimostra, concretamente, che l’obiettivo è un altro: mettere in attività i lavoratori poveri e estrarre da loro un valore necessario per affermare che le statistiche dell’occupazione – e della povertà – migliorano.

Non è mai troppo tardi per iniziare a praticare il reddito di base incondizionato.

Tratto da Il Manifesto del 14 settembre 2018

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