La ricetta dei Cinque Stelle: «Reddito di cittadinanza» e lavoro gratuito


Roberto Ciccarelli

Campagna elettorale 2018. Luigi Di Maio, «candidato premier» M5S: «Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano. Dovrà, per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare, perché la persona viene reinserita nel mondo del lavoro»

 

«Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano – ha detto il candidato premier del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio a Radio 105 Matrix lunedì 22 gennaio – Dovrà, per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare, perché la persona viene reinserita nel mondo del lavoro».

LA PRECISAZIONE permette di comprendere la natura del «reddito di cittadinanza»: la monetizzazione della povertà. Il «reddito» è interpretato come una misura non universalistica e condizionata alla scelta di un lavoro ed è vincolata a una prestazione gratuita obbligatoria per finalità contingenti. Per i precari, disoccupati e licenziati il danno sarebbe doppio: non solo hanno perso il lavoro, o non guadagnano il minimo vitale, ma devono obbedire allo Stato eseguendo corvée in cambio di un sussidio che decrescerà.

IN UN’INTERVISTA a Il Mattino il 4 gennaio scorso Di Maio ha detto che tale meccanismo mira all’abolizione del «reddito di cittadinanza» stesso. Questo obiettivo, basato su un’analisi del ciclo economico discutibile, dovrebbe essere raggiunto grazie a un investimento di 2,1 miliardi di euro (su 17, tanto costerebbe il workfare basato sul lavoro coatto) per rilanciare i centri per l’impiego e il reinserimento lavorativo. Le risorse arriverebbero dalla «spending review» sulla «spesa improduttiva, dalla tassazione sul gioco d’azzardo e sui concessionari autostradali».

E’ PLAUSIBILE che questo sistema si baserà sull’agenzia delle politiche attive Anpal creata dal Jobs Act criticato dai Cinque Stelle. A questa burocrazia potrebbe spettare il compito di fare incontrare «domanda ed offerta» a livello nazionale e non a livello provinciale. «Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino -ha precisato Di Maio – non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio». È un sistema simile a quello della «Buona Scuola» che ha obbligato i docenti a emigrare da Sud a Nord per mantenere il lavoro. Giustamente criticato dai Cinque Stelle ora rischia di ripresentarsi con effetti peggiori.

LA TEMPISTICA immaginata da Di Maio – dopo i primi dodici mesi il “reddito” diminuirà, fino ad azzerarsi – presuppone la coincidenza di elementi al momento imponderabili. Tra tutti il funzionamento del collocamento pubblico, riformato in un modo ancora oscuro, in un paesi dove l’82% di chi cerca un lavoro si rivolge a amici e parenti. Tra l’altro per applicare la riforma auspicata da Di Maio sarebbe necessaria una riforma costituzionale che risolva la legislazione concorrente tra Stato e Regioni in materiale di collocamento pubblico.

UNA “RIFORMA” di questo tipo è stata tentata da Renzi nell’ambito del referendum del 4 dicembre ed è stata bocciata. Si presume che per raggiungere i risultati indicati da Di Maio – al netto della loro reale applicabilità – un governo cinque stelle dovrebbe riuscire dove Renzi ha fallito. Non è affatto detto che, al termine del periodo del “reddito di cittadinanza” (18 mesi? due anni?) il beneficiario trovi un’”offerta di lavoro confacente”. La necessità di trovare almeno un lavoro, potrebbe spingere la burocrazia immaginata da Di Maio a imporre un lavoro qualsiasi al soggetto. Questa ipotesi rischia di moltiplicare un rischio già oggi evidente: la frenetica ricerca di un lavoro – oggi un lavoro vero e proprio – può trasformarsi in un lavoro “inutile”, per di più “gratuito”, giustificato come un servizio alla “comunità” o allo “Stato”. È probabilmente questo il prezzo della normalizzazione neoliberale e lavorista a cui è stato sottoposto questo movimento negli ultimi anni.

NEL FRATTEMPO l’impegno dei Cinque Stelle sul tema prosegue anche in Europa. Va registrato che ieri, su impulso di M5S, il Consiglio d’Europa ha aperto un dibattito sul «reddito cittadinanza di base». Se è di base, il reddito va a tutti, immigrati compresi; se è di cittadinanza, va agli autoctoni. Già la formula è confusa. Il riferimento al “reddito di base”, una forma di erogazione di denaro senza condizioni e non vincolata al lavoro, ma a tutelare a vita l’autonomia del singolo fuori e dentro il lavoro, è significativo. A dispetto della formula confusa, indica una strada del tutto diversa da quella scelta in Italia dal “candidato premier”.

ROBERTO Speranza (LeU) ha aperto su alcuni punti, tra cui il «reddito», ai Cinque Stelle: «Se c’è da costruire una misura universale di contrasto alla povertà che il M5S chiama reddito di cittadinanza (a me non piace molto il modo in cui lo hanno costruito) io sono pronto a votare su temi specifici» ha detto. Più che confrontarsi, una «sinistra» (in questa e altre forme) dovrebbe subito opporsi a questo sistema e prospettare un reddito di base, incondizionato, universale e di esistenza.

Tratto da Il Manifesto 24 gennaio 2018

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