Per la Repubblica europea della solidarietà collettiva: partire dal reddito garantito


 Giuseppe Allegri

 

 

After Brexit, contro il “nazionalismo metodologico”: tornare ad Ulrich Beck

Dopo Brexit diviene ancora più urgente il «bisogno di una critica dell’Unione Europea da un punto di vista europeo e non nazionale». Come invitava a fare il compianto Ulrich Beck dalle colonne british di The Guardian “già” il 28 novembre 2011, perché la permanente crisi europea può diventare «un’opportunità per la democrazia» a patto di avere la forza, intellettuale e politica, per «abbandonare l’euro-nazionalismo tedesco» e far «emergere una comunità europea di democrazie», in cui la «condivisione della sovranità divenga un moltiplicatore di potenza e democrazia». Sono l’idea e la pratica di un federalismo radicale, che mette in relazione i bisogni delle persone con i diversi spazi politici nei quali vivono, rifiutando scorciatoie nazionaliste e/o tecnocratiche.

Partire da un radicale rifiuto di ogni pregiudizio nazionalista è il prisma attraverso il quale Ulrich Beck è riuscito ad intervenire nella connessione tra le dinamiche della globalizzazione e gli esplosivi effetti sulla divisione del lavoro, oltre che sulle forme di vita individuale e collettiva, quindi sul presente e sul futuro del vecchio Continente. E l’attualità di questo approccio è sempre più utile non solo dopo la scelta sovranista e separatista dei Britons (figlia del gioco politico d’azzardo di David Cameron), ma soprattutto dinanzi alla recrudescenza dei movimenti intolleranti e xenofobi dei partiti tradizionalisti, autoritari e nazionalisti (TAN Parties) in un’Europa che per altri versi rimane sempre più “tedesca”, sotto i diktat ordo-liberisti delle politiche di austerità volute dalla Bundesbank, come ha ricordato con grande timore lo stesso Beck in uno dei suoi ultimi saggi (L’Europa tedesca, Laterza, 2013). Si tratta di continuare a stare, con l’eredità di Ulrich Beck, dalla parte di un’Europa politica e sociale, delle cittadinanze, che superi definitivamente, da un lato le nefaste eredità “sovraniste” degli Stati-nazione, spesso ridotti a algidi gendarmi dell’ordine pubblico locale, dall’altro gli austeri incubi monetaristi e ordo-liberisti di un’Eurozona sinonimo di insicurezza e povertà per le persone. Per rilanciare lo spirito federalista continentale che dalla crisi degli Anni Trenta del Novecento, passa per l’antifascismo di Spinelli, Colorni e Rossi e del Manifesto di Ventotene, per spingersi a ripensare l’Europa politica oltre la sua dimensione monetaria, dentro gli spazi di una nuova solidarietà collettiva[1].

Dentro e contro le crisi europee

Del resto la storia del vecchio Continente è la storia delle sue crisi. Le crisi hanno fatto l’Europa e i suoi cittadini: dalla lunga guerra civile europea nella prima modernità, al secondo Novecento dell’unificazione tentata attraverso il «dolce commercio» propugnato da Jean Monnet. E si è da sempre parlato della «fecondità delle crisi» nella costruzione europea[2]. Perché “Europa” è da sempre intesa come un’idea, un progetto inconcluso, una pratica collettiva sottoposta a permanente correzione, una “unione di altri”, prodotto di crisi, anche e soprattutto oggi. E pensare “Europa” nell’ultimo sessantennio è stato anche e soprattutto il tentativo di praticare forme di civilizzazione di queste crisi, eliminando il morbo nazionalistico, xenofobo, sempre tradizionalista e intollerante, che invece torna proprio ora protagonista tra classi dirigenti, nazioni e popoli in lotta per la propria egemonia. E l’esito del referendum britannico sembra esemplificativo di questo stato d’animo. Con l’orribile assassinio di Jo Cox a ricordarcelo per sempre.

Ma il messaggio del tradizionale eccezionalismo britannico, a vocazione atlantica e imperiale, sempre “euroscettico”, diventa anche un sonoro schiaffo nei confronti di una classe dirigente continentale percepita come dal «cuore tedesco»[3]. Per di più con una campagna referendaria strumentalmente attraversata dal timore delle ondate migratorie e quindi profondamente segnata da questa diffidenza e paura nei confronti della libera circolazione delle persone. E si dovrà fare in modo tale che il referendum britannico non continui a tenere l’attuale «Europa tedesca» nella «trappola» di mentalità e metodologie ancora una volta nazionalistiche.

Beyond Brexit: per l’Europa sociale

Forse si può cominciare a sostenere che con la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea è possibile riprendere il filo interrotto di un’Europa politica e sociale spesso ostacolata proprio dalla diffidenza britannica per un “ever closer Union”. Dal punto di vista delle grandi tendenze economico-politico si può quindi ricordare che esce definitivamente di scena dall’orizzonte di integrazione continentale il verbo neoliberista delle politiche economiche portate avanti da Margaret Thatcher e dai suoi eredi nel contesto europeo. Si dovrà perciò fare del tutto per riaprire gli spazi di affermazione di quel modello sociale europeo frutto di un universalismo concreto, fondato sulla tutela dei diritti sociali intesi come diritti fondamentali e sull’affermazione di una nuova solidarietà pan-europea, che proprio le diffidenze albioniche hanno storicamente rallentato. È questo lo spazio di una reale integrazione politica continentale, nella quale le persone che scelgono di vivere nel vecchio Continente instaurano una relazione fiduciaria con istituzioni che accolgono le diversità e il pluralismo culturale in un’ottica di coesistenza solidale.

È una visione sociale dello spazio politico continentale che deve far leva sulla possibilità di affermare un “reddito di base continentale” utile per affrancare le persone dai ricatti della povertà, ma anche del lavoro povero, o della sua eventuale mancanza. La creazione di un simile strumento è essenziale per garantire l’indipendenza dei cittadini da un Welfare State che sta regredendo a Workfare, cioè ad un sistema di costrizione al lavoro, con scarsa tutela della dignità della persona, né garanzia della sua condizione lavorativa e pensare gli strumenti di solidarietà sociale al livello continentale.

Per il reddito di base al livello continentale

«Dobbiamo finalmente porre all’ordine del giorno queste questioni: come si può condurre una vita sensata anche se non si trova un lavoro? Come saranno possibili la democrazia e la libertà al di là della piena occupazione? Come potranno le persone diventare cittadini consapevoli, senza un lavoro retribuito? Abbiamo bisogno di un reddito di cittadinanza pari a circa 700 euro. Non è una provocazione, ma un’esigenza politica realistica».

Questo scriveva lo stesso Ulrich Beck sulle colonne de La Repubblica in due successivi interventi del 3 gennaio 2006 e del 22 marzo 2007. Erano i tempi a ridosso degli scontri tra giovani e polizia nelle banlieues francesi in fiamme, mentre cominciava la crisi statunitense dei mutui subprime. Sono passati diversi anni e l’«esigenza politica realistica» di un reddito di base sganciato da una prestazione lavorativa, quindi inteso come strumento di solidarietà tra individuo, società e istituzioni, sembra trovare molti ostacoli nel suo affermarsi. Eppure in questi mesi continuano le proposte intorno allo European Unemployment Benefits Scheme – EUBS, una sorta di sussidio di disoccupazione continentale che permetterebbe di spostare il livello di inclusione sociale e di prime tutele welfaristiche al livello continentale[4]. È un primo necessario tassello, dal quale partire con concretezza, per riconquistare la fiducia di tutte quelle persone che temono di diventare ostaggio della malavita nei bassifondi delle metropoli europee e dell’indebitamento delle loro vite nel capitalismo finanziario eletto a unico parametro della società globale del rischio, per dirla ancora una volta con Beck.

Contro “l’individualizzazione della diseguaglianza sociale”

«Spesso la retorica dominante afferma che non “c’è alternativa”» agli imperativi dell’austerità, ricordava lo stesso Ulrich Beck in un’intervista rilasciata a Benedetto Vecchi su il manifesto del 29 agosto 2013. E ciascuno Stato-nazione, come ciascun individuo, sembra ripiegato in se stesso: «l’individualizzazione della diseguaglianza sociale», analizzata quasi trenta anni fa da Beck, fa il paio con le miserie nazionaliste di classi politiche inadeguate e dei nuovi populismi presenti oramai nelle istituzioni europee e al governo in diversi Paesi UE, a cominciare da Ungheria e Polonia. E così alle oramai “tradizionali” e “concentriche” «tre crisi dell’Europa»[5] post-2008 – economico-finanziaria, istituzionale e demografica, sull’invecchiamento della popolazione – si aggiungono altre di altrettanto difficile gestione: dai conflitti ai confini meridionali ed orientali, al terrorismo fondamentalista jihadista, passando per la prolungata incapacità di gestione comune di condivise politiche di accoglienza migratoria[6].

Per la Repubblica europea della solidarietà collettiva

Per uscire da questo scacco si dovrebbe assumere l’orizzonte referendario britannico come immediatamente costituente. Tornare a mobilitarsi a tutti i livelli per una Repubblica europea, spazio di invenzione istituzionale, che tenga insieme maggiore solidarietà continentale e apertura al mondo. E oltre agli strumenti di inclusione sociale continentali, sui quali bisogna insistere, a partire da reddito e sussidio di disoccupazione, sarebbe non solo simbolicamente decisivo che questa chiamata all’Europa una e molteplice, della tutela della dignità e dell’autonomia delle persone, venisse dalle reti di città ed enti locali d’Europa che già provano a sperimentare nuova solidarietà sociale, in quel Mediterraneo cuore non pacificato del mito di Europa, superando pregiudizi, nazioni e confini. Dalle esperienze di autogoverno di Barcellona, Zaragoza e Madrid, agli sforzi di accoglienza solidale tra Lampedusa e Lesbo, fino alla nuova stagione che può aprirsi a Napoli. È il pungolo di una nuova immaginazione istituzionale che preme dal basso di un’Eurozona incapace di dare vita a una classe dirigente che accetti la sfida continentale e globale di questa grande trasformazione culturale e sociale in favore di un’Europa della solidarietà, dell’emancipazione e dell’accoglienza.

Note:

[1] Per una ricostruzione di questo filo rosso eurofederalista sia concesso rinviare a G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?, Fazi editore, Roma, 2014, passim e Id. (a cura di), Ventotene. Un manifesto per il futuro, manifestolibri, 2014.

[2] H. Gelas, De la fécondité des crises. Le rôle des crises dans la construction européenne, in Droits. Revue française de théorie, de philosophie et de cultures juridiques, n. 45, 1/2007, pp. 35-46.

[3] Per riprendere il titolo del lavoro di A. Bolaffi, Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea, Donzelli editore, Roma, 2014.

[4]  Si veda in merito il saggio di E. Monticelli contenuto in questo volume e Id., Proposte per un sussidio di disoccupazione europeo: non solo uno stabilizzatore automatico, in Menabò di Etica ed Economia, n. 45, 19 giugno 2016:  http://www.eticaeconomia.it/proposte-per-un-sussidio-di-disoccupazione-europeo-non-solo-uno-stabilizzatore-automatico/

[5]  Secondo un’analisi proposta da R. Hansen & J.C. Gordon, Deficits, Democracy, and Demographics: Europe’s Three Crises, in West European Politics, 37, 2014, pp. 1199-1222, a proposito della quale sia consentito rinviare alle prime pagine di G. Allegri, Quale democrazia europea? Alla ricerca di ipotesi, proposte e sperimentazioni, in P. Marsocci (a cura di), Partecipazione politica transnazionale, rappresentanza e sovranità nel progetto europeo. Atti degli incontri del Progetto EUPoliS, Vol. II, Napoli, Editoriale Scientifica, 2016, pp. 41 e ss. Riguardo le “crisi europee” si veda l’interessante progetto collaborativo di ricerca collettiva Europe/Crisis: New Keywords of “the Crisis” in and of “Europe”. New Keywords Collective, in http://nearfuturesonline.org, march 2016.

[6] Si rinvia a G. Allegri, Dentro l’interregno. Appunti per una Repubblica europea, in A. Guerra, A. Marchili (a cura di), Europa concentrica. Soggetti, città, istituzioni fra processi federativi e integrazione politica dal XVIII al XXI secolo, Sapienza Università Editrice, Roma, 2016 (in corso di stampa).

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n° 4 – Diritti sociali e reddito garantito, pilastri per un’Europa 2.0 – Luglio 2016

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