La colpa della povertà non è dei i poveri. Il reddito di cittadinanza per ribaltare la narrazione dominante


 Sandro Gobetti

Alla fine, con l’introduzione nel 2017 del Reddito di Inclusione (ReI), la montagna partorì il topolino. Una misura di contrasto alla povertà che arriva in ritardo di decenni rispetto alle misure di reddito minimo garantito come nel resto d’Europa e che, oltretutto, non riesce neanche a replicarne finalità e metodologia. Insomma nel suo complesso risulta inefficace. Dal punto di vista del finanziamento e dunque del raggiungimento della platea potenzialmente interessata non è in grado di rispondere all’aumento delle condizioni di disagio economico; è inefficace dal punto di vista dell’innovazione e non può di certo iscriversi tra le misure di reddito minimo garantito come in altri paese europei; il beneficio ha un ammontare ridicolo, 180 euro a persona, che non tiene conto dell’indicazione dei Social Pillar europei quando parlano di reddito adeguato a garantire la dignità della persona; non valorizza l’autonomia della persona; introduce stringenti meccanismi di controllo comportamentale a partire dall’ obbligo ad accettare qualsiasi lavoro, non tenendo conto delle esperienze, le capacità, le competenze formali ed informali e, perché no, le aspirazioni dei beneficiari, rendendo dunque inefficace il rafforzamento, l’empowerment, delle persone in difficoltà economica.

Purtroppo un’altra occasione persa. Il ReI si iscrive tra quelle proposte figlie di un dibattito che mostra tutti i suoi limiti politico-culturali, benché il tema del diritto al reddito sia ormai mondiale e pare essere entrato, anche se con proposte spesse limitate, finalmente, anche nell’agenda politica di diverse forze politiche nel nostro paese. Dal reddito di cittadinanza dei 5 stelle, alla proposta del reddito di dignità di Berlusconi fino al reddito minimo di alcune forze di sinistra. Accanto a queste, da tempo, sono già in vigore misure di carattere regionale. Ma a parte gli articolati di legge delle proposte in campo o delle tenute di finanziamento, buona parte di queste proposte sembrano caratterizzarsi da una stessa natura di tipo culturale. In particolare sembra comune l’idea che si ha del beneficiario, di colui o colei che dovrà accedere al reddito, e la successiva idea di attivazione dello stesso. Nel racconto generale di tutti i proponenti, questa connessione, povertà\attivazione, viene spesso descritta da una parte come incapacità delle persone di saper badare a se stesse (essere poveri è colpa loro), oltre che a dover comprovare la vera natura della povertà (basti pensare ai diversi vincoli di accesso) ed ancora di più, all’approccio comune che si evince osservando la logica che ne consegue sulle forme di condizionalità al lavoro (non staranno di certo con le mani in mano) che agiscono più sul lato della colpa che dell’opportunità. Ne emerge dunque che tutte le proposte hanno un’idea chiara: la povertà è colpa dei poveri, per dimostrarlo dovranno produrre delle prove e, di certo, a fronte di un sostegno economico, non staranno con le mani in mano.

La povertà? E’ colpa dei poveri.

Il dibattito politico italiano, in particolare quello istituzionale o dei media mainstream, non ha vissuto dei particolari momenti di approfondimento tali da descrivere la forza e le criticità della proposta. Non abbiamo notato l’esposizione di studi e richiami delle best practice europee, o alle diverse sperimentazioni internazionali, alle indicazioni sovra nazionali e neanche agli studi realizzati da esperti, anche internazionali, del tema. Tolta la solita domanda sulla sostenibilità economica (che possiamo dire occupi il 90% del dibattito) che sembra essere un tema solo quando si parla di reddito (difficilmente viene posta infatti se si parla di incentivi alle imprese o di spese militari, etc.), rimane da risolvere solo la questione del reddito condizionato al lavoro (il restante 10%). In particolare, nelle diverse dichiarazioni dei proponenti, questo tema viene usato più come giustificazione verso coloro che non hanno bisogno di un reddito che verso coloro che ne devono usufruire. Alla fine la narrazione si conclude in questo modo: “non staranno con le mani in mano, si dovranno dar da fare”. Se dovessimo avere a riferimento il dibattito in altri paesi del mondo in cui i temi in discussione, per citarne solo alcuni, sono la questione dell’ automazione, della libertà di scelta, delle politiche redistributive, dell’emancipazione, dell’autonomia delle persone, di una società più equa, della questione ecologica etc., il dibattito mainstream italiano sembra contorcersi su stesso. La cosa migliore che si possa sentire è che, visto che ci sono i poveri, bisognerà pur dargli qualcosa. Come se il legame reddito\carità tutto sommato basti a spiegare le ragioni di tale proposta.

Purtroppo questa narrazione evidenzia i limiti del dibattito di questo paese (malgrado esista un’ampia letteratura in materia), che viene avvalorato da dichiarazione pubbliche che ne dimostrano l’approccio. Solo per farci capire meglio ne prendiamo a pretesto alcune. Nel 2016 il governatore della Puglia Michele Emiliano diede avvio ad una misura definita “reddito di dignità”. Utilizzando impropriamente, oltretutto, un termine frutto della campagna promossa nel 2015 da Libera ed altre centinaia di associazioni1. Emiliano probabilmente di questa campagna sociale e dalla piattaforma che la introduceva, non deve aver letto molto. Infatti nei giorni successivi all’introduzione del suo “reddito di dignità” dichiarava: “il reddito di dignità è un modo per far superare la soglia di povertà a famiglie in difficoltà, reinserendole nel mondo del lavoro attraverso formazione e prestazioni sociali che ciascuno di coloro che sarà sottoposto al programma dovrà rendere. Se necessario anche andando a pulire giardini, a tagliare i banani di una scuola, o a gestire lavori umili. In cambio della solidarietà da parte della comunità che gli darà una mano”2. Emiliano sintetizza di fatto, pubblicamente, un’idea comune a molti, sia delle persone in difficoltà economica che dell’idea di sostegno al reddito. Da una parte coloro che avranno questo reddito dovranno accettare ogni programma di inclusione proposto, dal pulire i banani di una scuola ad accettare lavori umili, e dall’altra parte sottolineando il fatto che la persona dovrà dare una mano alla comunità che lo sta aiutando. Tenendo conto che uno dei passaggi della risoluzione europea del 20093 in merito al ruolo del reddito minimo garantito ricorda che: «la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali» si comprende la limitatezza di sguardo del governatore pugliese. L’idea che la comunità lo sta aiutando, e dunque anche il beneficiario del reddito dovrà dare una mano alla comunità, in sostanza elimina di fatto qualsiasi responsabilità politica del fatto che vi sia la povertà. L’Europa stessa invita a tenere conto che la povertà non può essere vista come la colpa dei poveri a non darsi da fare, visto che l’esclusione dal mondo del lavoro, o le cause del disagio sociale ed economico, può risiedere nella mancanza di opportunità professionali o di limiti nell’accessibilità ai servizi. Insomma, l’Europa cita i cambiamenti sociali e pone il tema della società, il governatore di sinistra di una regione del sud Italia, rimanda ai poveri la colpa di essere tali. Oltretutto rischiando di avvalorare quel luogo comune che sostiene che i poveri del sud sono persone che non hanno voglia di lavorare e che devono essere sempre assistite! Se l’impianto culturale relativo al povero è questo rimane conseguente l’impianto legislativo che ne prosegue in relazione all’attivazione. Sulla legge pugliese potremmo spendere un intero trattato delle sue storture, a partire, ad esempio, dall’accesso temporale al beneficio, attraverso un turn over dei richiedenti, per aumentare così il numero dei beneficiari. Una dignità a tempo insomma. Giusto il tempo appunto di tagliare qualche banano per qualche euro di dignità.

Questo approccio però non è figlio di Emiliano, ma è comune a molti. Anche il leader del Movimento 5 stelle infatti, l’onorevole cittadino Luigi Di Maio, quando parla di reddito di cittadinanza spesso tende a chiarire che: “coloro che riceveranno i soldi non dovranno stare con le mani in mano senza far nulla. Per il breve periodo in cui si prenderà il reddito, la persona dovrà fare corsi di formazione e dare almeno otto ore di lavoro gratuito allo Stato”4. L’idea del povero e nullafacente, colpevole della sua condizione e da considerare oggetto utile a svolgere lavori socialmente utili (più che altro lavori inutili per giustificare il beneficio del reddito), fa a pugni con l’idea di cittadinanza che i 5 stelle usano per la loro proposta. Qui la cittadinanza non è certo intesa come il riconoscimento ad una persona fisica, della pienezza dei diritti civili e sociali e dunque alla piena appartenenza ad una comunità politica. Più che altro il concetto di cittadinanza passa con l’assolvere compiti imposti dallo Stato attraverso uno scambio economico. Anche in questo caso, il fatto che coloro che riceveranno i soldi non dovranno stare con le mani in mano senza far nulla, fa comprendere l’ idea che si ha di queste persone (e questo spiega il motivo per cui sono diventati poveri).

In questo senso tra la legge per il Reddito di inclusione proposto dal PD e il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle, l’approccio culturale rischia di somigliarsi molto. Nel caso del ReI è addirittura tutto il nucleo familiare che beneficerà della (magra) somma economica a dover sottoscrivere un patto in cui si accetta qualsiasi lavoro proposto. A differenza dei 5 Stelle che pongono il tema del “lavoro per lo Stato”, l’idea creativa del PD è il ruolo dato al privato sociale (il terzo settore) che sarà coinvolto cosi da prendere in carico i poveri ed inserirli in progetti di lavoro. A fronte di tanto lavoro da offrire forse sarebbe più opportuno ampliare l’offerta nelle cooperative del terzo settore, oppure all’interno degli organi dello stato. Perché passare per un sostegno vestito da inserimento, inclusione, cittadinanza, dignità, per mandarli a lavorare? Se ci sono opportunità gli si offra un lavoro, ovviamente con tutti i diritti previsti!

Insomma, se questo è il piano culturale che guida le proposte, rimane difficile accontentarsi anche del classico “meglio questo che niente”.

Il provincialismo italiano sembra non tener conto delle esperienze altrui

Per come conosciamo le esperienze di reddito minimo garantito già esistenti, gli scopi fondamentali di questa misura sono sostenere l’individuo e fronteggiare le cause di insicurezza e di esclusione sociale. Nel delineare dunque una possibile platea di beneficiari occorre tenere in considerazione alcune questioni di ordine sociale. Il concetto di povertà infatti non è sufficiente, da solo, a decifrare la natura degli attuali fenomeni di impoverimento. La costellazione dei soggetti precarizzati, include non solo coloro che non hanno lavoro o che hanno rapporti discontinui di lavoro, ma la platea si è fatta più ampia tanto che potremmo dire che questo processo di precarizzazione sociale, ha spostato il focus su una condizione generale di rischio di esclusione sociale. Basti pensare agli anziani che con i loro risparmidi una vita devono fronteggiare le difficoltà economiche familiari e dunque impoverirsi essi stessi. Capite che, a fronte di un paio di familiari in difficoltà economica, questa stessa condizione tracima verso la famiglia tutta che deve intervenire. E si è fortunati se qualcuno ancora può intervenire…

In questo senso vogliamo fare alcuni raffronti tanto con le esperienze europee che con le indicazioni sovranazionali o gli studi di esperti sul tema.

L’UE «considera prioritaria la lotta alle disuguaglianze sociali, in particolare alle disuguaglianze economiche, nella ripartizione del reddito e della ricchezza, alle disuguaglianze nel mercato del lavoro, caratterizzato dalla precarietà sociale» e invita a realizzare programmi che compiano progressi reali «nell’ambito dell’adeguatezza dei regimi di reddito minimo garantito, affinché essi siano in grado di sottrarre ogni bambino, adulto e anziano alla povertà e garantire loro il diritto a una vita dignitosa»5. Il tema dell’universalità del diritto al reddito, dunque, può essere garantito solo attraverso il riconoscimento dell’individualità dei trattamenti (ogni bambino, adulto e anziano). Inoltre, dovrebbe fornire una base reddituale come ampliamento delle opportunità, in grado di valorizzare l’autonomia dei soggetti sociali e potenziare la libertà di scelta in sintonia con la salvaguardia delle competenze individuali come parte della ricchezza sociale di una società. Una parzialità dell’intervento o, peggio, un intervento reso difficile nell’accesso e pieno di obblighi verso il beneficiario, produrrà una esclusione dal diritto stesso. Di questo rischio ne parla H. Frazer nel rapporto sugli schemi di reddito minimo in Europa del 20096, e viene ribadito anche nella Risoluzione Ue del 2010 quando si «invitano gli Stati membri ad adottare azioni urgenti per migliorare la fruizione dei benefici, monitorare i livelli di mancata fruizione e le loro cause attraverso una maggiore trasparenza, informazioni e strutture di consulenza più efficaci, la semplificazione delle procedure e l’attuazione di misure e politiche per combattere la stigmatizzazione e la discriminazione associate ai beneficiari del reddito minimo»7.

Laddove esistono delle persistenti forme discriminatorie (dalla produzione di documenti che comprovano la propria condizione di povertà fino ad accettare qualsiasi lavoro proposto altrimenti si perde il beneficio) queste possono essere motivo per cui le persone «pensano di non avere diritto al reddito e dunque di non poter essere ammissibili; che dover produrre tutta una serie di documenti per accedere a queste misure comporti una spesa e un costo in termini di tempo e denaro e che non convenga nemmeno fare domanda; che le valutazioni sono spesso discrezionali; che le persone che ne fanno richiesta non hanno tutte quelle informazioni utili necessarie per capire se possono aggiudicarsi tale beneficio»8. Anche se l’Europa, tanto negli studi sulle misure di reddito minimo quanto nelle risoluzioni, pone questa criticità, in Italia questo tema sembra non avere cittadinanza nelle diverse proposte. È importante evitare, come ci ricorda di nuovo la Risoluzione Ue del 2010, che i criteri di accesso al beneficio siano «troppo complicati e restrittivi».

Individualità dunque del trattamento per garantire ai singoli uno ius existentiae in grado di garantire l’autonomia, la dignità e la libertà di scelta della persona; accessibilità alla misura, cioè la definizione di parametri che non siano discriminatori, o peggio che l’organizzazione tecnica e amministrativa per fare richiesta diventi una sorta di lotteria, di giungla burocratica che stigmatizza socialmente e individualmente i beneficiari. Questi in generale i punti cardine da cui partire.

Seguendo ancora il punto di vista della UE (e delle esperienze di reddito minimo garantito di altri paesi), la questione della dignità umana e la necessità di garantire i mezzi di sussistenza necessari, riguardano soprattutto la possibilità di avere un’esistenza appagante e garantire una partecipazione alla vita pubblica e sociale. Per questo anche l’ammontare del beneficio deve tener conto di una base economica tale da sostenere queste finalità La rete europea di lotta alla povertà, per l’anno europeo di lotta alla povertà (2010) diede vita ad una campagna internazionale per un «reddito minimo adeguato». Questo concetto è stato ripreso più tardi ed inserito, nel 2017, all’interno dei 20 punti dei Social Pillar europei in cui al punto 14 si dice espressamente che « chiunque non disponga di risorse sufficienti ha diritto a un adeguato reddito minimo che garantisca una vita dignitosa in tutte le fasi della vita e l’accesso a beni e servizi di qualità»9. Anche la raccomandazione europea del 3 ottobre 2008 indica l’importanza di un’adeguata misura economica per vivere una vita dignitosa e ad «a un livello che si trovi sopra la cosiddetta soglia di povertà» e che occorre «riconoscere il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per condurre una vita che è compatibile con la dignità umana come parte di un dispositivo globale e coerente di lotta contro l’esclusione sociale». Gli Stati membri, e dunque l’Italia nelle sue proposte, potrebbero, anzi dovrebbero, prendere in considerazione quello che la Risoluzione del Parlamento Europeo del 20 ottobre 2010 propone al punto 15, cioè, che «i sistemi di reddito minimo adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato».

Il tema dell’adeguatezza del beneficio non è secondario, non solo perché prevede evidentemente maggiori o minori oneri per le casse degli stati, ma soprattutto perché acquista un senso politico attribuendo al reddito minimo garantito un carattere di libertà di scelta e dignità della persona.

Allo stesso modo si dovrà definire cosa si intende per durata del beneficio. Nel dibattito e nelle proposte italiane questo aspetto è stato definito come intervento temporale, tanto che in alcuni casi, colui o colei che finito il sostegno non riescono ad uscire dalla condizione di disagio economico, non possono replicare immediatamente la domanda di accesso. In molti paesi europei dove esistono schemi di reddito minimo, la questione della durata viene risolta semplicemente in questo modo: «fino al miglioramento della propria condizione». Questo concetto deve tornare a essere, così come la questione dell’individualità, dell’adeguatezza e dell’accessibilità, una delle basi fondanti di un diritto ad un’esistenza dignitosa. Dunque va rigettata l’idea di formule “creative” come il turn over dei richiedenti che sembrano usate principalmente per dimostrare di aver ampliato la platea dei beneficiari.

Per evitare facili equivoci, non è se a fronte di un reddito minimo si debba o meno lavorare. Siamo abbastanza sicuri che l’essere umano abbia la capacità e la volontà di svolgere molte attività nel corso della sua vita (forse anche più utili ed interessanti del lavoro stesso). Ma se proprio dobbiamo pensare al lavoro come strumento di partecipazione e inclusione forse bisognerebbe esattamente ribaltare il senso della povertà come colpa dei poveri, della disoccupazione giovanile colpa del loro passare il tempo sul divano, che l’invito ad attivarsi insomma sia solo l’obbligatorietà a lavorare.

Andrebbe ricordato ai diversi proponenti che la nascita dei moderni Welfare State ha posto la fine degli schemi di carità. Il modello inglese delle «Poor Laws», come esempio per tutti, subordinava la possibilità di ottenere un beneficio a condizione che i soggetti accettassero l’internamento e la disciplina di lavoro nelle cosiddette «workhouses». Questo significava la perdita sia della libertà individuale che della dignità della persona. Questa idea pedagogica dell’assistenza venne erosa dai movimenti sociali operai e dal diffondersi di concezioni diverse del ruolo dello stato che portarono alla sostituzione delle poor laws con un sistema di servizi nuovi (il Welfare State). Rendere oggi più moderno il welfare, adatto alle modificazioni avvenute e per entrare nel nuovo millennio, non può certo essere quello di tornare alle poor laws inglesi ed alle charity house di epoca vittoriana.

Purtroppo dagli anni Ottanta del Novecento, con il workfare e le politiche neoliberiste di privatizzazione delle politiche sociali, alla continua ricerca di contenere la spesa sociale, l’obiettivo principale è divenuto quello di dare maggiore rilievo alle misure di politica attiva, attraverso incentivi economici, non più verso i cittadini, ma verso le imprese per favorire la cosiddetta inclusione al lavoro. Tali incentivi prevedono azioni di natura formativa e lavorativa che tuttavia non costituiscono la reale novità che invece è definita nella obbligatorietà di partecipare a queste azioni. In pratica la concezione secondo cui sussisteva un obbligo a garantire a tutti i cittadini condizioni dignitose di vita, viene ribaltata con l’obbligo a reintegrarsi, accettando qualsiasi offerta di lavoro pena la decadenza del beneficio. Le criticità relative a queste restrizioni nell’accesso e a queste forme di obbligatorietà al lavoro connesse al reddito minimo vengono evidenziate anche dall’Eapn (European Anti Poverty Network) che scrive: «pare che l’unico scopo sia quello di ridurre le percentuali statistiche dei tassi di disoccupazione e diminuire i costi dell’intervento sociale»10. A questi fa eco anche l’OCSE quando ricorda che «una eccessiva severità nei criteri di accessibilità può avere conseguenze estremamente negative»11. Queste riforme che hanno colpito molti paesi europei (basti pensare alla Germania con l’Hartz IV e la nascita dei cosiddetti mini job) hanno determinato una certa tendenza decrescente delle richieste di reddito minimo. Questa è giustificata principalmente da due fattori: l’inasprimento dei criteri di ammissibilità e la fuoriuscita dal sostegno attraverso l’obbligo (o il rifiuto) ad accettare un qualsiasi lavoro. Una generale tendenza che modifica le politiche di governance, non tanto di contrasto alla povertà, quanto verso i poveri.

Le proposte italiane purtroppo sembrano rifarsi esattamente a questi processi regressivi, piuttosto che alle fondamenta degli schemi di reddito minimo e dunque alle ragioni più forti. E’ certificato infatti, da tutti i dati a disposizione, che il contrasto all’esclusione sociale e lavorativa delle persone si combatte attivamente e con efficacia nei paesi i cui sistemi di reddito minimo garantito, dei servizi, dei sussidi di disoccupazione sono più generosi e meno discriminatori. In questi paesi è stato possibile anche riavviare politiche che hanno portato all’aumento dei salari determinando così un processo virtuoso, sia per coloro che non trovano lavoro, sia per coloro che trovano lavoro e che hanno visto aumentare il proprio livello di benessere economico12.

Reddito garantito: un diritto o un ricatto?

Se incardiniamo il reddito garantito nello sfondo dello ius existentiae, e dunque del diritto all’esistenza delle persone, come nuovo diritto sociale ed economico, dobbiamo affermare che concentrarsi sugli obblighi comportamentali, qualunque essi siano, determinano al contrario la negazione di questo diritto. Assumere che il reddito garantito è un diritto che fa parte di una idea di civiltà e democrazia significa accettare l’idea che le persone libere di scegliere e di autodeterminarsi possono migliorare una società nel suo complesso perché si liberano dal ricatto della sopravvivenza e sono facilitate a decidere il meglio per se stesse. Se al contrario il ruolo del reddito minimo diventa misura ricattatoria (te lo dò solo se fai quello che dico), ad essere minate sono le sue stesse ragioni di base. Di nuovo richiamiamo la stessa Risoluzione Ue del 2010 sul ruolo del reddito minimo in Europa quando sottolinea che «il diritto fondamentale della persona a disporre di risorse e prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana […] è un elemento imprescindibile per una vita dignitosa e che il reddito minimo e la partecipazione sociale rappresentano i presupposti necessari affinché le persone possano sviluppare appieno il proprio potenziale e contribuire a un’organizzazione democratica della società»13.

Dunque, oltre che a rivendicare un reddito garantito, bisogna lavorare per valorizzare il piano culturale che ne sostiene le ragioni. Proporre un reddito garantito deve innanzitutto, prima di far di conto sulla sua compatibilità finanziaria, comprendere se questo valorizza la storia delle persone, la loro esperienza, autonomia di scelta, aspirazione ed anche i motivi delle difficoltà a cui l’individuo è andato incontro. Che la colpa della povertà sia dei poveri, è un esercizio fin troppo meschino, che somiglia molto ad un esercizio autoritario del potere ed una sostanziale assoluzione delle scelte politiche sociali, economiche e del lavoro. La battaglia per il diritto ad un reddito non può dunque che essere anche una battaglia culturale.

Non bisogna dunque solo porre l’accento sul bisogno materiale, ma andare oltre perché un reddito garantito può scatenare le catene della sopravvivenza, ed essere strumento per passare dal ricatto all’opportunità di liberare energie. Il peggior paradosso che si possa creare è proprio il reddito di cittadinanza accompagnato dal senso di colpa, il reddito di dignità con l’obbligo ad obbedire, il reddito minimo garantito con il mantenimento della ricattabilità.

Rivendicare un reddito garantito, significa rivendicare esattamente l’opposto.

 

Note:

1 Per leggere i 10 punti della piattaforma del reddito di dignità promosso dalla Rete Numeri Pari http://www.numeripari.org/i-10-punti-del-reddito-di-dignita/

2 Puglia approva il reddito di dignità fino a 600 euro, La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 novembre 2015

3 Risoluzione sul “Coinvolgimento attivo delle persone escluse dal mercato del lavoro” (8 aprile 2009)

4 M5S Di Maio reddito di cittadinanza solo a chi cerca lavoro, agenzia Ansa 22 gennaio 2017

5 Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa (2010/2039(INI)).

6 H., Marlier E., Minimum income schemes across EU members oct. 2009, On behalf of the European Commission DG Employment, Social Affairs and Equal Opportunities 23 Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa (2010/2039(INI)).

7 «Si sottolinea l’importante discriminazione fondata sull’età riguardante i regimi di reddito minimo, per esempio stabilire il reddito minimo per i minori al di sotto della soglia di povertà oppure escludere i giovani, che non versano i contributi previdenziali, dai regimi di reddito minimo; sottolinea che ciò mette a repentaglio l’incondizionalità e la correttezza dei regimi di reddito minimo»; Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa (2010/2039(INI)).

8 H. Frazer, E. Marlier, Minimum income schemes across Eu members, On behalf of the European Commission Dg Employment, Social Affairs and Equal Opportunities, oct. 2009.

9 I social pillar europei, novembre 2017, https://ec.europa.eu/commission/priorities/deeper-and-fairer-economic-and-monetary-union/european-pillar-social-rights_it

10 European Anti-Poverty Network, Adequacy of Minimum Income in the Eu, Eapn Explainer 2, 2010.

11 Ocse, Immervoll H. (2010), Minimum-Income Benefits in Oecd Countries: Policies And Challenges

12 H. Frazer, E. Marlier, Minimum income schemes across Eu members, On behalf of the European Commission Dg Employment, Social Affairs and Equal Opportunities, oct. 2009.

13 Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa (2010/2039(INI)).

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n° 8 “Oltre il Reddito di inclusione, un reddito garantito come diritto di base” – Febbraio 2018

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