Intorno al “Manifesto per il Reddito di Base”


Paolo Scanga

In questo agile pamphlet, intitolato “Manifesto per il Reddito di Base” (Laterza, 2018), Federico Chicchi ed Emanuele Leonardi riescono a sintetizzare e proporre in una forma efficace le ragioni per una politica che rivendichi il reddito

«Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita». Così Grillo concludeva un suo intervento apparso sul suo blog durante la lunga trattativa della formazione del governo. Il reddito è stato il centro del dibattito politico e sociale per tutta la lunga campagna elettorale conclusasi il 4 marzo. Ma è stato tema di continua agitazione e di discussione anche delle consultazioni per la formazione del governo e nei primi passi che l’esecutivo giallo-verde sta compiendo. La cosa di cui possiamo gioire è che, finalmente, questo tema è uscito, deragliato, dai circuiti e cerchie dell’attivismo di base, da qualche economista. Pur nella consapevolezza di come in molte proposte – dal ReI alla proposta dei 5 Stelle – questo tema sia diventato uno strumento per governare la povertà. Come abbiamo già scritto il Reddito (di base) è il futuro del welfare, il workfare invece è il suo presente (di miseria). È dentro questo quadro che si inserisce l’agile pamphlet, uscito poche settimane fa per la casa editrice Laterza, di Federico Chicchi ed Emanuele Leonardi, con una postfazione di Marta e Simone Fana.

Un saggio breve, una tesi composta di sette punti, che presenta una ricostruzione accurata delle ragioni del reddito di base. Partendo dalla reazione che il capitale mondiale ha inflitto al decennale ciclo di lotte sociali, gli autori mostrano come il quarantennio neoliberale abbia comportato «la socializzazione della fabbrica, l’espansione della sua logica di produzione all’interno di nuovi spazi e tempi sociali», permettendo al capitalismo di allargare la sua base di estrazione del valore per lo più in senso post- e neo-salariale. (Manifesto, p. 15). Ciò comporta l’assottigliamento dei confini tra produzione e riproduzione, venendo entrambi a partecipare alle nuove dinamiche di valorizzazione. Viene meno il regime fordista e il compromesso sociale che l’ha retto e contraddistinto, ovvero quello tra il capitale produttivo e lavoro salariato. Una relativa prosperità in cambio del disciplinamento. Ciò viene definito da Chicchi e Leonardi salario-istituzione: è attraverso lo status di “salariato” che viene garantita alla classe operaia l’integrazione sotto forma di diritti sociali e accesso ai consumi di massa.

Il reddito di base è il meccanismo adeguato alle trasformazioni sociali, politiche ed economiche che gli autori descrivono. Adeguato alle trasformazioni del lavoro, da decenni sotto attacco, frantumato, precarizzato riconfigurato che ha normalizzato la figura del lavoratore povero. Ma questo «trasferimento monetario incondizionato, finanziato per via fiscale, erogato a tutte e tutti i residenti in una determinata comunità politica, spendibile sulla base delle preferenze dei destinatari, volto ad assicurare una somma di denaro sufficiente a condurre un’esistenza autonoma e degna» (Manifesto, p. 8) è liberatorio e strumento di autodeterminazione solo se posto su un terreno conflittuale. Il reddito va sottratto dal linguaggio neoliberale e socialdemocratico, non può e non deve essere inteso come alternativo al welfare tradizionale o come leva workfaristica. Non si tratta di trasferire risorse, che se pur troppo modeste e insufficienti, garantiscono ancora i diritti sociali bensì di tassare i signori della rendita per porre un argine alle pratiche violente di sfruttamento.

Dentro questo quadro le sollecitazioni, quanto mai urgenti, che questo breve pamphlet ci consegna sono due: come e dove si impone questo «trasferimento monetario incondizionato»? Intorno a questi due nodi il Manifesto diventa importante e urgente.

Il reddito come pratica di sindacalizzazione, in primis. Di fronte alla macelleria sociale prodotta dagli ultimi anni di crisi, vediamo come il reddito, la sua rivendicazione, diventa uno strumento importante per la pratica sindacale. In esatta opposizione rispetto al rifiuto e l’osteggiamento da parte del sindacato tradizionale e confederale di considerare il reddito di base come un modo per uscire dal ricatto. La pratica di rivendicazione del reddito di base emerge dal quotidiano lavoro sindacale accanto ad altri strumenti fondamentali ­–da intendere in non maniera gerarchica – come un salario minimo adeguato e dignitoso, una riduzione dell’orario lavorativo (perché chi lavora lavora tanto, in continuazione), permessi di soggiorno europei per chi è emigrato e sta emigrando.

Diventa fondamentale iniziare a costruire piani di rivendicazione che siano in grado di attraversare le numerose e forti vertenze esistenti nel mondo del lavoro. In primo luogo, uscendo dalla dicotomia, inutile e dannosa, tra redditismo e lavorismo. La ripresa del terreno di sindacalizzazione, come abbiamo sostenuto, passa attraverso il rafforzamento di strumenti di intervento in grado di riaffermare meccanismi di riappropriazione di denaro, di tempo e di vita degna. Questo vale appunto anche nell’altra dicotomia che gli autori del Manifesto mettono in luce: il reddito di base, quello di autodeterminazione, non deve essere in nessun caso considerato in alternativa alle forme di welfare. Indicazione non indifferente nel momento in cui la campagna politico-economica governativa gioca intorno all’asse reddito di base-flax tax. Il finanziamento del reddito di base conflittuale, così lo denominano Chicchi e Leonardi, non implica un trasferimento delle risorse che oggi ancora garantiscono i diritti sociali. Si tratta, al contrario, di tassare i signori della smisurata rendita digitale affinché si ponga un argine alle nuove pratiche di sfruttamento e si indichi nell’equità sociale un obiettivo irrinunciabile (p. 23).

 

Vi è un’altra fondamentale ragione per cui lo strumento del reddito diventa fondamentale nella lotta contro il presente di miseria e sfruttamento. Attaccare i “signori della rendita”, far finalmente pagare il capitale finanziario presuppone uno spazio politico che travalica i confini statuali. Lo spazio europeo rimane lo spazio minimo per pensare una politica radicale e di massa, che sappia sfuggire dalle tenaglie dello stato workfaristico. Costruire piattaforme di sindacalizzazione sociale capaci di ristabilire contropoteri all’altezza della fase, alla cui base permane la richiesta di un reddito di autodeterminazione e incondizionato, significa affrontare il ciclo politico reazionario che si frastaglia sul panorama continentale e non solo. La domanda posta da Christian Marazzi in un articolo di alcuni anni fa sul perché non pensare un Quantitative easing for the people, rimane centrale e sempre più urgente.

Nonostante siano passati quattro anni da quando Marazzi pubblicò il testo rimangono invariati alcuni aspetti: infatti, le stesse politiche di quantitative easing della Bce, che pure nei primi sei mesi dalla loro implementazione avevano contribuito a uscire dal credit crunch, specie in paesi, come l’Italia in cui le banche, detenendo una grande quantità di titoli pubblici, sono costrette a confrontarsi col problema della stagnazione della domanda interna e esterna e con quello dell’intermediazione bancaria. Per l’uscita dalla stagnazione e per sottrarsi agli schemi dominanti di narrazioni nazionalistiche e populistiche, non varrebbe la pena lanciare un progetto per la distribuzione di parte della liquidità direttamente ai cittadini europei?

Tratto da Dinamo Press 1 luglio 2018

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