Intervista ad Andrea Fumagalli su TTIP e reddito garantito


intervista ad Andrea Fumagalli

Intervista a cura di Mani Tese ad Andrea Fumagalli del BIN Italia sul tema del reddito garantito e del Ttip.

 

Che cos’è il reddito di esistenza e come si differenzia dal reddito minimo garantito? Che vantaggi comporta?

Il reddito di esistenza so reddito di base (da basic income) è una misura di intervento economico adeguata alla realtà sociale dell’accumulazione flessibile e cognitiva e quindi più realistica oggi di quanto non lo fosse nel periodo fordista. Si tratta di un’erogazione monetaria a intervalli regolari su base individuale (non familiare), dati ai residenti (non solo ai cittadini), finanziata dalla fiscalità generale (e non dai contributi sociali), senza alcuna richiesta di contropartite, ovvero versata incondizionatamente, teoricamente universale. Il reddito minimo dovrebbe essere una misura analoga, con la differenza che esso non è immediatamente universale, in quanto viene inizialmente erogato a cominciare da coloro che si trovano al di sotto della soglia di povertà relativa (limite minimo). Al riguardo, esistono diverse interpretazioni. C’è chi sostiene – a mio parere erroneamente – che tale livello minimo deve essere espresso in valore assoluto, diciamo 700 euro mensili. C’è chi invece – come il sottoscritto – ritiene che tale livello debba essere fissato in termini relativi, sulla base della distribuzione del reddito esistente. In tal modo, l’eventuale stessa introduzione di un reddito minimo “relativo” porta all’aumento del livello di tale reddito, consentendo così di ampliare la platea dei possibili beneficiari.

Riguardo gli effetti, le conseguenze economiche sarebbero di gran lunga positive. Oltre all’impatto positivo sulla domanda e sul moltiplicatore dei consumi (ricordo che una distribuzione di reddito dai più ricchi ai più poveri, come ha dimostrato Keynes nel cap. 10 della Teoria Generale, ha l’effetto di aumentare la propensione marginale media al consumo con effetti benefici sul moltiplicatore della domanda e sulle stesse entrate fiscali), vi sono anche effetti positivi dal lato dell’offerta. Nel capitalismo contemporaneo, infatti, la crescita della produttività è soprattutto influenzata da due nuovi tipi di ‘economia di scala’, quelli basati sull’apprendimento e sulla relazione (learning e network economies), che, per essere sfruttate al meglio, richiedono non tanto stabilità di posto di lavoro ma stabilità di reddito. In Italia, nonostante ciò che dice il pensiero dominante, si lavora troppo, male e mal pagati. La precarietà riduce, infatti, la produttività e l’efficienza del sistema economico. Oggi – e l’Italia dopo 15 anni di stagnazione economica, oltre gli anni della crisi, lo dimostra – chi di precarietà ferisce, di precarietà perisce. Un reddito minimo consentirebbe di ridurre l’incertezza e lo stress della precarietà e consentirebbe al lavoratore di lavorare al meglio, con beneficio per tutti.

Quali sarebbero le implicazioni sulla distribuzione del reddito con l’approvazione del Trattato e chi ne trarrebbe maggiore beneficio?

La definizione ufficiale del Ttip è la seguente: “Il TTIP ha l’obiettivo di eliminare le barriere commerciali fra Stati Uniti e Unione europea (sopprimere dogane, regolamenti inutili, restrizioni sugli investimenti, ecc.) e semplificare la compravendita di beni e servizi fra le due aree. L’eliminazione di tali barriere prevede crescita economica, creazione di impiego e diminuzione dei prezzi”. Nel più totale silenzio dei media generalisti, la stampa specializzata e di parte ha già cominciato a tessere le magnifiche lodi progressiste di tale accordo.

Un recente articolo del Il Sole 24 Ore riportando i dati di uno studio effettuato dal Centre for Economic Policy Research (Cepr) di Londra per la Commissione Europea, arriva ad affermare che l’impatto per l’economa europea sarebbe pari a 119 miliardi di euro e, con riferimento all’Italia, una famiglia media di 4 persone beneficerebbe di ben 545 euro all’anno. Sarebbe il risultato del taglio secco dell’80% delle spese burocratiche e di adeguamento di standard diversi (ma al ribasso!), aumentando le economie di scala. Il risultato sarebbe un incremento delle esportazioni Ue verso gli Usa del 28%, per la gioia anche delle imprese italiane (Pmi comprese). Inoltre, si sottolinea sempre in questo studio, la liberalizzazione degli scambi tra Stati Uniti e Unione europea non avverrebbe a scapito del resto del mondo, anzi il commercio mondiale beneficerebbe di un impatto positivo pari a 100 miliardi di euro.

Ma le cose stanno proprio così?

Diametralmente opposta, infatti, è l’analisi del più recente studio finora realizzato sul Ttip, a cura dell’Öfse, uno dei più autorevoli centri di ricerca austriaci. L’Öfse riconosce che è prevedibile un aumento delle esportazioni dell’Ue nel suo complesso ma l’aspetto che non viene ricordato è che saranno soprattutto i grandi gruppi industriali, a scapito delle Pmi, a beneficiarne in misura maggiore. Inoltre occorre ricordare che ben il 70% dell’export europeo avviene tra gli stessi paesi europei e che meno del 10% va verso gli Usa. L’Italia in particolare nel 2012 la quota di export verso gli Usa è stata del 7,6% (dati Sace). Il Ttip quindi riguarda solo una quota minore dell’export europeo e italiano. Inoltre, secondo i dati forniti dall’Organizzazione mondiale del commercio, le imprese italiane che esportano risultano essere 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72 per cento delle esportazioni nazionali – e che dunque beneficeranno maggiormente del Ttip. Gli autori, inoltre, prevedono che l’ingresso di prodotti statunitensi a basso costo sul mercato europeo ridurrà notevolmente il commercio intra-europeo (addirittura fino al 30 per cento), a scapito soprattutto delle economie meno export-oriented, che subirebbero un probabile deterioramento delle loro bilance commerciali (si veda sul tema l’utile articolo di Thomas Fazi: “Ttip, tutte le bugie sul trattato segreto” sul sito www.sbilanciamoci.info). Inoltre bisogna considerare gli effetti collaterali negativi relativi all’abbassamento degli standard qualitativi della produzione agro-alimentare (negli Usa notoriamente inferiori a quelli europei: basti pensare alla diffusione degli Ogm e all’inesistenza di controlli sulla filiera produttiva alimentare) e all’accelerazione dei processi di privatizzazione dei servizi di pubblica utilità, tra i quali gioca un ruolo strategico il settore della sanità.
Infine, la liberalizzazione degli scambi Usa-Europa pone una serie di questioni di tipo giuridico per quanto riguarda la supremazia del diritto commerciale (ad uso e consumo delle grandi corporation multinazionali) sui diritti nazionali, sino a invalidarne la sovranità. Già oggi, in ambito Wto, è possibile che una multinazionale come la Phillips Morris possa fare causa contro uno stato sovrano come l’Uruguay per aver varato nel 2011 leggi anti-tabacco troppo restrittive e lesive della possibilità di fare profitti, secondo la stessa multinazionale Usa. E’ alquanto preoccupante constatare come il Centro per la soluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID), un istituto della Banca Mondiale, si sia dichiarato, pochi mesi fa, competente in materia, per discutere della richiesta di risarcimento di ben 2 miliardi di dollari, pari al 5% del Pil del paese sudamericano. Si profila, così, un nuovo caso di conflittualità fra uno Stato e una multinazionale, tra il diritto alla salute e all’ambiente da un lato, e quello di fare profitti a spese della pelle altrui, dall’altro, come era già successo ai tempi della diatriba tra Sud Africa e le grandi case farmaceutiche per la liberalizzazione dei farmaci anti-aids a fine anni ’90.
In ultima analisi, possiamo affermare che i maggiori beneficiari saranno le grandi multinazionali, che in questi anni di liberalizzazione continua degli scambi, hanno prosperato come non mai (indipendentemente dalla crisi economica) sino a diventare i veri padroni del mondo e a favorire una maggiore concentrazione nella distribuzione del reddito.

In che modo il TTIP potrebbe influire sul mercato del lavoro e sull’occupazione in Europa e in particolare, in Italia?

In Italia, il mercato del lavoro è stato già completamente ristrutturato dopo l’istituzionalizzazione della precarietà grazie all’approvazione del Jobs Act. Il Ttip va a confermare questa tendenza Se i principali beneficiari saranno le grande imprese della manifattura e dei servizi, è difficile che venga creata buona e nuova occupazione. Assistiamo infatti alla riduzione dell’occupazione nelle imprese con più di 500 addetti, anche in presenza di aumenti del fatturato. E tale tendenza non sarà certamente fermata dall’introduzione degli accordi di libero scambio, anzi… In un tale contesto, vista anche la governance contrattuale dei redditi di lavoro, in presenza di crescente precarietà, è facile attendersi una stagnazione dei salari reali, nella migliore delle ipotesi, o addirittura una loro riduzione.

Come si inserisce il Trattato nel contesto del capitalismo contemporaneo?

Il Ttip è più che altro uno strumento ideologico per ribadire il primato della ricerca dei profitti a scapito dei diritti umani, della qualità della vita, finalizzato a alimentare l’interesse di pochi a danno dei molti. Da questo punto di vista è un dispositivo molto utile per favorire immaginari di crescita e sviare l’attenzione dalle vere cause che stanno alla base della crisi attuale, in buona parte dovuta alla rapacità della valorizzazione finanziaria e all’iniquità della distribuzione del reddito sia tra paesi e are geografiche sia all’interno degli stessi paesi. In secondo luogo, aspetto solitamente non preso in considerazione, il Ttip ha lo scopo di ridefinire le gerarchie geo-economiche internazionali con il tentativo di riportare in auge – sia dal punto di vista commerciale che tecnologico – l’asse atlantico a scapito dell’asse indiano-pacifico, creando legami economici più stretti tra Usa e quei paesi europei (come la Germania e la Polonia) che guardano con estremo interesse a est. Da questo punto di vista, il Ttip parla più alla Cina che all’Europa stessa.

Pubblicato su Mani Tese

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