Il welfare non si tocca


Francesca Donnini e Carlo Guerriero

Qualche tempo fà, in Germania e Danimarca, si susseguirono delle proteste contro le riforme di workfare .Proponiamo oggi un’articolo  di sintesi di  quelle giornate .

Risposte alle restrizioni del welfare in Danimarca.

Non succedeva da venti anni, ma è stata una risposta imponente quella che a partire da aprile 2006 hanno dato studenti e lavoratori danesi in risposta alla riforma dello stato sociale varata dal governo di destra di Anders Fogh-Rasmussen. Numerose facoltà universitarie sono state occupate in diverse città e così anche la sede del ministero delle finanze, l’agenzia che distribuisce il reddito agli studenti e la sede della confindustria danese. Nelle principali città danesi si è svolta una grande manifestazione che ha visto scendere in  piazza, e prendere posizione contro l’arretramento delle garanzie conquistate dalle lotte passate, più di 100.000 persone: studenti, comitati autonomi, sindacati e immigrati rivendicando: no alle riduzioni del governo per i pensionamenti anticipati; no ai tagli al sostegno finanziario per gli studenti; no all’introduzione di salari  differenziati per immigrati e cittadini danesi; più apprendistati e no alla riduzione dei sussidi di disoccupazione!I principali organizzatori delle manifestazioni sono stati i sindacati, le organizzazioni studentesche e le organizzazioni giovanili dei partiti operai e il fatto che la riforma e i tagli da essa previsti riguardino tutti gli strati della società si è visto anche dalla estensione della risposta sociale.Era dal 1985 che le mobilitazioni non coinvolgevano così tante persone. Durante la giornata ci sono stati alcuni scioperi e molti studenti hanno lasciato le scuole a mezzogiorno. A Copenhagen le persone si sono radunate in più di 15 punti della città prima della manifestazione. Quindi sono confluite in una manifestazione unitaria. La grande manifestazione è cominciata davanti al palazzo reale ed è finita con un assemblea di massa davanti alla sede del parlamento, Christiansborg. (Marie Frederiksen dal sito marxist.dk)
Come già accaduto in Italia con la campagna terrorista sul fatto che i padri “mangiavano il futuro dei propri figli” all’epoca della messa sotto attacco dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, allo stesso modo il governo danese ha lanciato preventivamente la questione, nei termini “critici” del “welfare del futuro” che andrebbe garantito eliminando alcuni “problemi”, tra i quali: le pensioni minime che attualmente sono garantite a tutti; il reddito mensile di 600 euro garantito a tutti gli studenti; il diritto alla continuità di salario in caso di pensionamento anticipato e i sussidi di disoccupazione che arrivano a coprire l’85% dell’ultimo salario ricevuto.Eppure non dovrebbero sussistere problemi di fiscalità generale, come per esempio sarebbe in Italia, visto che la Danimarca ha un sistema di tassazione progressiva tra i più alti d’Europa che sostiene perfettamente il proprio sistema di reddito statale generalizzato.La riforma sta passando ora al parlamento e la protesta non ha ricevuto segnali di forza né da parte dei sindacati né da parte dell’opposizione politica, il Partito Socialdemocratico, che, anzi, inizialmente ha appoggiato la proposta di riforma. Merita una riflessione specifica il percorso di  sensibilizzazione preventiva attuato dal governo danese che negli ultimi anni ha finanziato commissioni di studio atte a produrre elaborazioni dei dati demografici ed economici tali da supportare la necessità della riforma e dei tagli al welfare. Analogamente a quanto in Usa è accaduto con le riforme dello scorso anno agli ultimi residui fondi pensionistici a gestione pubblica. Si sparge la voce e poi si agisce (Ci sono le armi di distruzione di massa! E’ esplosa l’emergenza immigrazione o quella rifiuti! C’è la crisi! Servono i tagli e i sacrifici!). Ancora una volta torna in scena il paradigma della crisi! Battiamo le mani!
Tagli allo stato sociale danese sulla quale è nata la protesta:
–  innalzamento dell’età pensionabile (da 65 a 67 anni) e innalzamento di due anni per il pensionamento     anticipato-  tagli del 25% ai sussidi di disoccupazione per i giovani;-  elargizione dei contributi agli studenti solo a fronte del conseguimento degli esami;-  riduzione dei sussidi di disoccupazione per i disoccupati più anziani (tra i 55 e i 60 anni) e forti restrizioni ai diritti dei lavoratori disoccupati tra i 25 e i 29 anni (restrizioni già in atto per quelli tra i 20 e i 25 anni);-  riduzione del periodo in cui gli studenti universitari possono beneficiare di reddito statale-  ulteriori restrizioni  legislative in materia di accesso alla cittadinanza e diritti degli immigrati (come l’introduzione di salari di inserimento per i lavoratori immigrati);-  intensificazione di misure disciplinari nei confronti dei disoccupati che per a percepire il reddito statale dovranno aderire ad un piano individuale (percorsi professionalizzanti obbligatori o assunzione di incarichi temporanei per la sostituzione di lavoratori in congedo o in formazione) e subire controlli più severi (obbligo di presentarsi due volte negli uffici comunali preposti per rinnovare la propria disponibilità ad accettare qualsiasi tipo di lavoro).

Germania un anno prima.
HARTZ IV (Legge di riforma delle prestazioni assistenziali statali approvata in Germania nel luglio 2004) ovvero: questa società è incredibilmente ricca!
“Aber denn wer wird die Strassen kehren?””Ma poi chi pulirà le strade?”Nel numero 017 la rivista Infoxoa ha fatto il punto sulle proposte di legge in materia di reddito nella arretratissima realtà italiana e nel resto del continente: il confronto con i provvedimenti attuati nel nord Europa delineavano un quadro generale desolante: lo stato sociale da noi è morto (o forse non è mai realmente esistito) e alcune forme avanzate di welfare potevano essere individuate nel nord Europa, proprio come in Germania, dove le garanzie al reddito mantenevano ancora caratteristiche di sufficiente estensività e intesità, nonostante le varie spinte padronali verso la loro restrizione.Successivamente alle riforme restrittive Hartz I, II e poi III del 2003, introdotte quasi in sordina, con ben altra pubblicità, risonanza e reazioni, nel 2004 si è assistito alla presentazione di una più pesante e strutturata “controriforma” delle misure di sostegno al reddito in Germania.  La cosiddetta legge Hartz-IV del 2004 che ha abbassato i livelli di reddito sociale fino al 10-20% al di sotto del costo della vita, ha riferito il calcolo del reddito, in base al quale avere o meno diritto al sussidio, al reddito e al patrimonio dell’intero gruppo familiare, causando di fatto la perdita del sussidio di disoccupazione a più di 500.000 persone (la maggior parte donne) e vincolando ulteriormente la percezione del reddito all’accettazione di impieghi anche dal basso salario o stagionali.Abbiamo guardato con non poco interesse le manifestazioni di piazza sollevatesi in risposta a tale manovra.  A Dusseldorf hanno manifestato al grido di “No ad Hartz IV!” 3.500 persone lo scorso 18 settembre 2005 e significative ci sono apparse anche, sia pure con le enormi difficoltà che le hanno caratterizzate, le azioni di chiusura degli uffici preposti alla gestione dei sussidi in risposta al loro adeguamento operativo alle nuove disposizioni di Hartz IV. Emergono dai numerosi e documentati contributi ancora reperibili in rete le colpevoli mancanze del sindacato tedesco, sempre pronto a dichiarare tregue vertenziali ad ogni approvazione dei diversi Hartz nel corso degli ultimi anni. Così come le manipolazioni nella gestione degli interventi dal palco delle varie manifestazioni, volte a “gestire” la protesta anti-hartz sospingendola, dalla reale posizione di netto rifiuto delle diverse riforme, alla più morbida versione progressista traducibile in una ambigua ricerca di alternative1.Tra le riflessioni prodotte c’è anche quella di chi2  sostiene la non sussistenza di un reale livello di autorganizzazione nell’opposizione a Hartz IV, sottolinenando la dimensione individuale delle soluzioni strategiche attuate dai disoccupati tedeschi per mantenersi all’interno dei parametri degli aventi diritto ai sussidi. Una sorta di patrimonio di soluzioni e espedienti ben diversa dalla forma collettiva di autorganizzazione scatenatasi, ad esempio in Argentina, a partire da circuiti di relazioni e coordinamento preesistenti. Viene sostenuto che un fronte di azione più efficace sarebbe quello dell’opposizione ai tavoli decisionali e un lavoro mirato a casi concreti come il blocco dei lavori da un euro (one euro job) e gli sfratti. Come detto nel documento per la riunione del Coordinamento Operativo delle “Dimostrazioni del Lunedì”, di Lipsia: “riuscire a vivere dignitosamente anche senza un lavoro retribuito o lavorare senza ansia e costrizione in un’attività più o meno a finalità sociale, per gli interessati la prospettiva è una sola. Questo è il dato, quando lottiamo per questa doppia opzione di vita dignitosa: un lavoro il più possibile autodeterminato in grado di assicurare dignitose condizioni di vita e un reddito minimo che assicuri libertà dall’indigenza e dalle costrizioni burocratiche.Per entrambe queste prospettive, la richiesta di “10 Euro Jobs” potrebbe essere in grado di riunire sia i soggetti interessati da Hartz IV, sia i “1 Euro Jobber” e coloro che lavorano con i “salari da fame”. Sarebbe certo l’unica sfida opponibile alla brutale crescita dei settori a bassa retribuzione, nei quali si è già arrivati a pagare i lavoratori a  2 Euro l’ora. La spesa per i  “10 Euro Jobs” sarebbe quasi del tutto coperta destinando direttamente al lavoratore l’incentivo di 500 Euro previsto per le assunzioni dei “1 Euro Job”. Altro che mancanza di risorse! La rivendicazione di “lavori a 10 Euro” sarebbe anche una sfida ai sindacati, nelle cui file solo una minoranza sostiene l’idea di una “giusta paga minima”, ma anche nei confronti delle trattative salariali del pubblico impiego. Infatti, l’Amministrazione e il sindacato pubblico stanno preparando una nuova struttura della retribuzione e una grande quantità di contratti da 1 Euro, ma sul tavolo delle trattative deve invece essere posta la richiesta di un radicale miglioramento delle condizioni dei “1 Euro Job”. Infine, la richiesta dei “10 Euro” dovrebbe riuscire ad attrarre il consenso di tutti i vari gruppi di protesta. Il movimento avrebbe così un obiettivo concreto, condiviso e ragionevole: un lavoro non imposto, in settori di pubblica utilità, a condizioni rispettose dei diritti sociali.”
Sarebbe il caso di riflettere, però, sul dato che senza una forte ed estesa opposizione è alta la probabilità che le garanzie vengano ridotte e quelle ancora negate non vengano minimamente introdotte. Parte da questa considerazione il ragionamento di Mag Wompel3.In Germania, in occasione della più recente campagna elettorale per le elezioni politiche, si è assistito ad una battente campagna governativa che, impugnando i risultati della Commissione Hartz, ha attivamente alimentato l’idea che si ponesse l’urgenza di risolvere il problema dell’esclusione di una categoria di “dimenticati” orbati della propria quota di affermazione socioeconomica: da noi i precari, lì i disoccupati sostenuti dal reddito garantito.Un altro punto essenziale per una politica del Reddito di Base dopo “Hartz IV”  riguarda la crescente tendenza ad abbinare le prestazioni assistenziali all’obbligo lavorativo. La rivendicazione su questo punto potrebbe suonare così: “Diritto a un Reddito di Base e efficaci politiche sul mercato del lavoro anziché sussidi di povertà e di disoccupazione uniti all’obbligo lavorativo”.La strategia comunicativa dovrebbe evidenziare come la disoccupazione  non sia causata da insufficienti incentivi al lavoro, bensì dalla mancanza (probabilmente non risolvibile in tempi rapidi) di “contesti” che creino posti di lavoro
Inevitabilmente le posizioni che pelosamente sostengono la validità della funzione sociale di integrazione del lavoro e di contro, quella escludente delle varie forme di sussidio, sono facilmente ribaltabili secondo un ragionamento che mostra l’evidenza delle varie forme di lavoro create attorno alla gestione della disoccupazione (“Ficcanaso sociali” e “Case Manager” che ci fanno venire in mente anche gli psicologi e il loro intervento tecnico sul Mobbing) e della riqualificazione dei soggetti non stabilizzati all’interno del mercato del lavoro o mai inclusi in esso.La piattaforma rivendicativa abbozzata dal Coordinamento Operativo delle “Dimostrazioni del Lunedì” (Lipsia 22/01/05) rilanciava la riconnessione della lotta contro Hartz IV e i 1 Euro Jobs per un reddito di base, sostenendo lo sciopero dei 1 Euro Jobs e l’occupazione dei supermercati LIDL. Considerando che le assunzioni di quanti cadevano nell’infima categoria dei 1 euro job prevedevano 500 euro di incentivo alle società erogatrici del lavoro. Se la campagna di propaganda politica e governativa a sostegno di Hartz IV ha fatto leva sulla “povertà” e ha indotto a denunciare principalmente la riforma come “piano di impoverimento”, è fondamentale che emerga, nel discorso politico e in seno al movimento di opposizione sociale ad esso la valenza di Hartz IV come piano di arricchimento a favore di proprietari di industrie e grandi gruppi che avranno ulteriore manodopera a costi notevolmente più bassi, in aggiunta ai benenfici garantiti da una riforma fiscale che prevede un risparmio annuale di 100.000 euro di imposte a favore dei redditi multimilionari. “Questa società è incredibilmente ricca!”

Note:1) tratto dal contributo di Gunnar “La nostra agenda si chiama ma opposizione” del 20/09/04 rep. sul sito del Coordinamento tedesco Anti-Hartz).2) il settimanale di sinistra  Jungle World)3) “Opposizione quotidiana e rifiuto. Prospettive delle proteste contro il “piano di impoverimento” del governo federale”.

Pubblicato su: Infoxoa n°20 – Ottobre 2006