Il Reddito minimo garantito: una questione di uguaglianza


Maria Chiara Patuelli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo e contributo al dibattito sul tema del reddito minimo garantito

L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi europei ad essere totalmente privi di una misura di integrazione al reddito per le persone in situazione di povertà. Questa assenza, segno di un sistema di welfare che non ha il riequilibrio delle disuguaglianze economiche tra le sue priorità, è particolarmente grave in una situazione di crescente impoverimento.

Nel 2011 l’11% della popolazione italiana (oltre 8 milioni di persone), era sotto la soglia di povertà relativa, con una soglia fissata a 1.011,03 euro di spesa disponibile mensilmente per una famiglia di due componenti (dati Istat).

I bambini sono tra i più poveri in Italia: il 27,8% delle famiglie con 3 figli minori è in situazione di povertà. La media è più alta anche tra gli anziani, tra chi ha titoli di studio bassi e tra gli operai.

La Strategia della Commissione Europea UE 2020 utilizza un diverso sistema di misurazione della povertà composto da tre diversi indicatori: rischio di povertà relativa (reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale), situazioni di grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro dei componenti del nucleo familiare. Il 23% della popolazione europea è, in base a questo calcolo,  “a rischio di povertà ed esclusione” (anno 2010); in Italia il dato riguarda ben il 24,5% della popolazione.

Il sistema di welfare italiano è noto per essere tra i meno efficaci a livello europeo per il contrasto alle disuguaglianze:  la spesa sociale pro-capite è nella media, ma incide molto meno sulla riduzione della povertà. La causa principale di questa asimmetria è la sproporzione nella spesa per il welfare del nostro paese, che è molto sbilanciata a favore della spesa per le pensioni (che riproducono le disuguaglianze nel reddito della vita lavorativa). In Italia la spesa pensionistica incide per il 60% sul totale della spesa sociale, a fronte di una media UE del 45%. Se la sanità – unico vero e grande strumento di welfare universale italiano (e ora, guarda caso, sotto un violento attacco dal governo Monti) – è quasi nella media UE con il 32% del totale della spesa, le altre prestazioni (disoccupazione, famiglia, casa, povertà, non autosufficienza) raggiungono solo l’8%, a fronte di una media UE del 18% (dati Eurostat).

Una rapida analisi della spesa sociale in percentuale al Pil italiano conferma quanto sopra esposto: per pensioni e TFR si utilizza il 15,8% del Pil, per le assicurazioni del mercato del lavoro il 2,1%, per la sanità il 6,8% e per il resto dell’assistenza sociale solo il 4,0% (dati 2010).

Una seconda grave distorsione del sistema di welfare italiano è costituita dal fatto che la stragrande maggioranza delle risorse vengono erogate attraverso trasferimenti monetari non vincolati. Solo una quota minoritaria della spesa viene erogata attraverso servizi (lo 0,6% del Pil), che, oltre a garantire una maggiore soddisfazione al bisogno del cittadino, costituiscono anche un forte stimolo alla crescita dell’occupazione.

In assenza di un reddito minimo garantito, i trasferimenti monetari che caratterizzano il sistema di welfare italiano sono estremamente frammentati, rivolti solo a specifici target di popolazione: ad anziani e disabili – grazie alla  pensione minima, alle indennità di accompagnamento, agli assegni di invalidità, e ai nuclei famigliari con figli a carico.

Le politiche di sostegno alla famiglia, che dovrebbero essere il cuore di un welfare che garantisca pari opportunità alle nuove generazioni e pensi al futuro, prevedono assegni familiari di modesta entità confronto ad altri paesi europei e detrazioni fiscali per figli a carico erogabili solo a chi percepisce un reddito da lavoro dipendente (escludendo così una larga fascia di giovani famiglie di precari).

Negli ultimi anni è stato istituito un modesto assegno per nuclei familiari con 3 figli minori e lo strumento mal strutturato della Social card. A questo quadro vanno aggiunti lo stravolgimento del nostro sistema di ammortizzatori sociali introdotto con la Riforma Fornero e il taglio del fondo per le politiche sociali che nel 2012 viene azzerato.

In tale contesto c’è da chiedersi come, fino ad oggi, il sistema abbia retto. La risposta è semplice: delegando alla famiglia il ruolo di protezione sociale che il nostro welfare non è in grado di garantire.

Come auspicato nel Libro bianco dell’ex-Ministro Sacconi, la famiglia rappresenta, in assenza di un sistema di assistenza sociale universalistico, la cerniera tra Stato e Mercato. Il bradewinner, nella maggior parte dei casi maschio, “protegge” i membri della famiglia (donne, giovani) che, non lavorando, hanno difficilmente accesso a prestazioni sociali. Una visione anacronistica, sia per quanto riguarda le nuove forme di relazioni familiari, che per la crescente disoccupazione.

Eppure, come è noto, è la stessa Commissione Europa a chiedere di istituire in tutti i paesi membri una misura di reddito minimo. Nel 1997, a seguito della Commissione Onofri voluta dal primo governo Prodi, è stata lanciata una sperimentazione del Reddito Minimo di inserimento che, nonostante i risultati positivi, è stata abbandonata e non convertita in legge.

La legge 328/2000 di riordino dei servizi sociali aveva previsto l’istituzione del reddito minimo d’inserimento e la definizioni di livelli essenziali nelle prestazioni sociali; a tale legge è però seguita nel 2001 la riforma del titolo V della Costituzione che ha dato potere legislativo alle Regioni in materia di assistenza sociale senza però dotarle di una sufficiente autonomia economica. A distanza di più di 10 anni, anche a causa di questo impasse istituzionale e dalla più generale mancanza di volontà politica, un sistema di welfare universale in Italia che riconosca chiari diritti resta lettera morta.

Un ruolo importante nelle misure di contrasto alla povertà viene oggi giocato dagli enti locali che però, in assenza di chiare indicazioni sui livelli minimi e di risorse, forniscono servizi estremamente disomogenei. È alto il livello di discrezionalità nell’erogazione di forme di sostegno al reddito (contributi economici, borse lavoro…) e nell’individuazione di chi è “meritevole” di assistenza, muta con il cambiare delle amministrazioni e spesso in base alle valutazioni dei singoli servizi sociali.

È troppo spesso carente una visione politica dei servizi sociali quali forma di redistribuzione del reddito, una capacità di analisi e di scelta sulla definizione delle vecchie e nuove forme di povertà, una cultura diffusa che veda nel diritto ad una vita degna per tutti la priorità delle amministrazioni. Mancano in primis le risorse.

A questo si somma la sempre maggiore delega data agli enti caritatevoli che, con un ipocrita e strumentale richiamo alla sussidiarietà, sono spesso chiamati ad agire in sostituzione degli enti locali; la logica che frequentemente guida l’aiuto di questi enti non parte dal riconoscimento di diritti per tutte/i, ma da una richiesta di protezione personale che presuppone fedeltà e dedizione da chi la riceve.

L’introduzione di un reddito minimo garantito è necessaria, sopratutto in questo momento di grave crisi economica e di iper-precarizzazione delle esistenze, per prevenire l’esclusione sociale e la marginalità: i dati Istat sui senza fissa dimora ci dicono che il 63% ha vissuto in una casa lo scorso anno e il 61% aveva un lavoro stabile. È necessario per sostenere le situazioni di fragilità estrema, spesso croniche, che ad oggi sono appese al filo di sostegni saltuari e frammentati.

La Proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del reddito minimo garantito in Italia, lanciata da una rete di movimenti e associazioni (www.redditogarantito.it), rappresenta quindi un’occasione importante per cambiare il segno al nostro sistema di welfare in chiave universale e per strutturare un sistema coerente di servizi pubblici ad esso strettamente connessi.

Infine, il reddito minimo garantito (unitamente ad altre forme di sostegno alla genitorialità ad oggi assolutamente insufficienti) è necessario per dare pari opportunità ai bambini e alle bambine, che se nascono poveri sono destinati a rimanerlo anche da adulti nel 70% dei casi. Un dato impressionante, sintomo di cittadinanza dimezzata, che rende esplicita l’incapacità e la mancanza di volontà politica nel nostro paese di contrastare le disuguaglianze economiche e sociali.

 

Maria Chiara Patuelli

coordinatrice Forum Welfare Sel Bologna